19 Giugno 2020

Dove poggiano le nostre sicurezze

Adriano Dell’Asta

Siamo sempre alla ricerca di soluzioni politiche, sanitarie, religiose, che ci liberino dalla fatica e dal rischio di un passo personale. Una lezione che non vogliamo comprendere.

Si poteva pensare che il lungo periodo di pandemia suggerisse a tutti noi nuovi atteggiamenti: non foss’altro un maggiore senso di solidarietà e di unità di fronte alla comune sventura e anche di fronte all’evidente inefficacia delle reazioni egoistiche e prive di coordinazione. In effetti, mai come questa volta, forse, si è visto quanto siano inadeguate in casi di emergenza globale le risposte singole e nelle quali ciascuno pensa soltanto al proprio interesse: l’unità materiale del mondo è tale che dovrebbe subito apparire improponibile una soluzione ai suoi problemi nella quale ciascuno fa per sé o, peggio, in contrapposizione agli altri. Ma nelle cose umane non funziona così, non esiste una consequenzialità necessaria che possa prescindere dall’impegno della libertà e dallo sforzo congiunto della ragione: l’unità del genere umano è un fatto, una realtà che non creiamo certo noi, ma va prima vista e poi riconosciuta, e da ultimo vanno cercati i modi della sua manifestazione, altrimenti resta inefficace.

E così, senza l’impegno della ragione e della libertà, noi ci troviamo nella situazione di sempre: siamo ancora alla ricerca del nemico (le nuove incarnazioni degli untori di manzoniana memoria, fino al ridicolo del salmone norvegese cui è stata attribuita recentemente la ripresa del virus in Cina) o del potente senza macchia e senza paura che risolva ogni problema senza commettere alcun errore, perché subito l’errore verrebbe considerato una colpa e subito dietro questa colpa, «sicuramente» intenzionale e delittuosa, verrebbe ricercato il complotto.

Il complottismo che tanto spazio occupa nelle nostre cronache e nelle nostre discussioni è in effetti un sintomo della situazione in cui ci siamo cacciati e nella quale, di fronte alla paura che ci desta la minaccia della pandemia (ma in fondo anche della vita quotidiana con tutte le sue incertezze), cerchiamo di risolvere tutto meccanicamente, sperando di non doverci sobbarcare lo sforzo della ragione e della libertà, così che se qualcosa non va secondo i nostri pur giusti desideri è sempre colpa degli altri che tramano malignamente. E allora, paradossalmente, invece di cercare le ragioni di quello che accade, ci si rifugia nelle spiegazioni più irrazionali perché mai corroborate dai fatti e si attribuisce ogni male all’avversario, così che invece di preoccuparsi di eliminare il male si trasforma l’avversario, diventato il male, nel nemico (il nemico oggettivo tipico dei regimi totalitari) da attaccare ed eliminare.

Abbiamo bisogno di sicurezze e, là dove queste sicurezze sono impossibili o richiederebbero un impegno effettivo, cerchiamo di crearle noi o di crearne dei surrogati che ci tranquillizzino, con un’immagine della realtà che ci metta al sicuro, che ci esenti da ogni lavoro reale.

In fondo anche la campagna di distruzione o deturpamento di tante statue rientra in questo tipo di atteggiamento; di fronte al razzismo, a un odio o anche solo a una paura del diverso che dovrebbero farci riflettere, risolviamo tutto con dei gesti «esemplari» che ci liberano appunto dallo sforzo della riflessione: non avendo più un’identità solida e frutto della realtà, ce ne creiamo una ideologica che ci difenda dallo sforzo di giudicare e distinguere. E così eliminiamo le statue dei bersagli che ci vengono suggeriti dall’ideologia del momento, trasformando il razzismo, un vizio reale e da combattere con ogni forza, ma di cui andrebbero indagate le cause e distinte le manifestazioni, in un cliché in cui far rientrare ogni male. E così ancora non siamo più capaci di distinguere tra un opportuno equilibrio e un inaccettabile revisionismo: se non ha senso abbattere le statue di Colombo o di Montanelli (che comunque nessuno fa oggetto di venerazione), ben altro senso ha invece impedire la comparsa di statue a Hitler o Mussolini o sottolineare il rischio della ricomparsa di statue di Stalin (che avrebbero invece un evidente significato di rivalutazione storica e morale).

Se all’origine di tanti comportamenti discutibili e sterili sta il problema della scomparsa di un’identità stabile e visibile, non possiamo però pensare di risolvere questo problema cercando i colpevoli della scomparsa e passando poi alla semplice riproposizione di una nuova o vecchia identità, ricadremmo nel circolo vizioso del complottismo che da qualche secolo ci viene ormai riproposto di fronte a ogni svolta epocale: la rivoluzione francese diventa il frutto di un complotto massonico, quella russa si riduce al frutto di un complotto giudaico-massonico, l’attuale svolta epocale viene concepita come il frutto di una serie di complotti che non hanno ancora un unico responsabile (islam, multinazionali, ideologia del gender, e via dicendo, in un’accozzaglia di presunti complotti così casuale e contraddittoria che la dice lunga sulla ragionevolezza di simili spiegazioni).

In effetti, cambiano i nomi dei protagonisti ma non cambia la forma del pensiero che sostituisce la situazione reale con una sua immagine e ci libera dal lavoro di comprendere la situazione stessa.

sicurezze

È come se non avessimo imparato niente dalla storia; per chi si occupa della storia russa è come se la rivoluzione non ci avesse insegnato nulla, è come se non ci avesse insegnato nulla il giudizio che su di essa diedero tanti pensatori cristiani come Berdjaev, Bulgakov e Frank, quando ricordavano che quello che era avvenuto non era semplicemente (e soltanto) colpa di una banda di malfattori ma avesse delle origini che andavano cercate nella responsabilità di ciascuno. Come aveva detto Berdjaev, che certo non aveva alcuna simpatia per il nuovo potere:

«I bolscevichi non sono una banda di briganti che ha attaccato il popolo russo sul suo cammino storico incatenandolo mani e piedi. Il bolscevismo ha preso corpo in Russia, e vi ha vinto, perché io sono quello che sono, perché non vi era in me una reale forza spirituale».

E qui, di nuovo, se davvero questa storia ci ha insegnato qualcosa, dovremmo evitare di cadere in un altro circolo vizioso, quello che, per non accusare gli altri di responsabilità che sono anche nostre, ci precipita in un senso di colpa che ci paralizza o ci porta a far piazza pulita di tutta la storia che non coincide con l’immagine della perfezione che ogni volta ci facciamo. Un’alternativa a questo circolo vizioso esiste.

In un passo famoso della sua Véronique, Péguy ci ha ricordato che di fronte al male del mondo Cristo «non si mise a incriminare, ad accusare qualcuno», tagliò corto, «in un modo molto semplice. Facendo il cristianesimo (…). Non incriminò il mondo. Egli salvò il mondo».
L’alternativa è esattamente questa: ancora una volta la lezione della storia russa è esemplare. Come diceva Dostoevskij: «Non la morale di Cristo, né l’insegnamento di Cristo salveranno il mondo, ma precisamente la fede in ciò, che il Verbo si è fatto carne»; e questa fede, che non era una morale, non era neppure qualcosa di astratto o sentimentale, ma concreto ed efficace. Come precisava Solov’ëv, in una sorta di dialogo a distanza:

«Prima di decidere una qualsiasi azione che abbia un’importanza per la vita personale o sociale, pensiamo nell’intimo della nostra anima alla figura morale di Cristo, penetriamocene soprannaturalmente e chiediamoci: avrebbe potuto Egli compiere questa azione, o – in altre parole – approverebbe Lui o no, mi benedirebbe o no nel compierla? Propongo questa verifica a tutti, essa non inganna. In ogni caso dubbio, se solo rimane la possibilità di ravvedersi e di ripensare, ricordatevi di Cristo, immaginatevelo vivo, come Egli è, e ponete su di Lui tutto il peso dei vostri dubbi».

Se per rispondere al male del mondo si tratta di fare il cristianesimo, questo cristianesimo non è dunque una serie di dottrine o di discorsi astratti, è una presenza che non è persa nel passato ma, come ci dice Solov’ëv, è presente nel cuore e prosegue nella testimonianza di chi la invoca e la desidera.

Adriano Dell’Asta

È docente di lingua e letteratura russa presso l’Università Cattolica. Accademico della Classe di Slavistica della Biblioteca Ambrosiana, è vicepresidente della Fondazione Russia Cristiana.

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