23 Settembre 2019

Siamo tutti eroi del nostro tempo

Adriano Dell’Asta

Un amico mi ha segnalato un bell’articolo di Nicolò Zuliani che circola in rete. Racconta una storia legata alla vicenda dei Boat people vietnamiti, i profughi che nella seconda metà degli anni Settanta fuggivano dal Vietnam avendo sperimentato le persecuzioni del nuovo regime comunista; si trattava di decine di migliaia di persone che in molti casi fecero una fine tragica (navi che non reggevano il mare, tempeste, pirati, paesi che respingevano i fuggiaschi: una storia che conosciamo, anche se con nomi diversi, per esperienze dei nostri giorni).
Il fenomeno divenne ben presto noto nel mondo e ci furono vari interventi umanitari che cercarono di porre rimedio a quel disastro. L’articolo di Zuliani (lo riassumo per sommi capi, ma vale la pena di leggerlo) narra appunto di uno di questi interventi che ebbe come protagonista l’Italia.

Eravamo nel 1979, un anno dopo il rapimento Moro quindi nel pieno dell’emergenza terroristica e con una guerra fredda ancora minacciosa. Il presidente del tempo, il laico e socialista (particolare da tenere a mente) Sandro Pertini, non stette a pensarci molto, non mise in piedi commissioni speciali né si preoccupò innanzitutto di intavolare trattative con altri paesi, ma investì della vicenda il capo del governo in carica, il democristiano (anche questo, da tenere a mente) Andreotti, il quale, senza lasciarsi bloccare da una crisi economica che stava mettendo in ginocchio l’Italia con un’inflazione  pesantissima, affidò la gestione del caso ad altri due democristiani, l’onorevole Zamberletti (che si era già distinto in situazioni di emergenza) e il ministro della difesa Ruffini.

Due incrociatori italiani (l’Andrea Doria e la Vittorio Veneto, nave ammiraglia della nostra marina), accompagnati da una nave appoggio (la Stromboli), partirono ai primi di luglio, coprirono una distanza di circa 3000 miglia e, arrivati nel sud-est asiatico, salvarono circa un migliaio di persone che poi portarono in Italia. L’operazione si concluse alla fine di agosto, ormai con un altro governo (i governi cadevano anche allora, evidentemente), anch’esso guidato da un democristiano, Cossiga.
I profughi si stabilirono, o meglio, dovettero stabilirsi in Italia perché come gli avevano spiegato gli interpreti (forniti dal Vaticano, altro particolare da tenere a mente), al momento di accoglierli a bordo: «le navi ci porteranno in Italia, ma non possono portarvi in altre nazioni». E questo è un altro particolare da tenere a mente, anche perché non ci siamo più abituati e anzi, nelle nostre esperienze recenti, sentiamo sempre e soltanto il contrario: i paesi che accolgono, quando accolgono, vorrebbero il più presto possibile dirottare i profughi altrove.

Roba non credere; a sentirla, la prima cosa che pensi è che sia una storia romanzata o una fake news, edificante in questo caso, ma pur sempre una fola. E invece è tutto vero, anche se ce lo eravamo dimenticato al punto di credere che fosse tutto un’invenzione e anche se non ci eravamo neppure accorti che la stessa storia era già stata raccontata in occasione dell’anniversario – quarant’anni! – dall’Avvenire e dal Sole 24ore: il quotidiano della CEI e quello della Confindustria: cattolici e laici insieme, come si ripetono questi particolari! Ma anche di questo tendiamo a dimenticarci.

Siamo così sopraffatti dalla dimenticanza che non solo non ci ricordiamo più di quello che abbiamo vissuto (di tutte le battaglie che noi stessi avevamo fatto per i Boat people!), ma non sentiamo neppure chi ce lo ricorda, neanche se si tratta di due autorevoli quotidiani nazionali, così che quando sentiamo raccontare questi fatti subito reagiamo sconsolati al pensiero che oggi è diverso, al pensiero dei nostri egoismi, delle nostre chiusure, dei nostri governi che cadono. Eppure anche allora i governi cadevano, così come polemizzavano credenti e non credenti, e la situazione non era migliore.

E sia chiaro che qui non è in gioco la nostalgia dei bei tempi andati, di quando tutto era (sembrava!) più chiaro e più semplice: non erano tempi migliori neanche se eravamo più giovani; anche allora avevamo paura: tra terrorismo e minaccia dell’olocausto nucleare, era una paura che paralizzava, al punto che qualcuno preferiva rinunciare a democrazia, libertà e dignità, pur di conservare la propria tranquillità di vita: «meglio rossi che morti», diceva qualcuno, ma questa sensazione di paura, che paralizzava molti, alla fine non aveva avuto la meglio: gli stessi che oggi hanno dimenticato tutto e che si sentono disarmati di fronte alle nuove minacce, allora avevano avuto una reazione ben diversa, più responsabile.

E forse il punto è proprio qui, in questo sentirsi, in questo sentimento che ha la meglio su ogni fatto, su ogni realtà: quello che è veramente paralizzante è questa impressionante attitudine che, in nome dei nostri sentimenti e di come ci sentiamo, ci porta a minimizzare e a dimenticare i fatti, la generosità responsabile e impegnativa che ci aveva, di fatto, portato nel sud-est asiatico. Evidentemente c’è qualcosa di più forte del sentimento, la realtà è più grande di come la sentiamo o interpretiamo noi.

Per un caso felice, quando mi è stata ricordata questa bella storia stavo leggendo una biografia di Jan Patočka il grande filosofo ceco che era morto nel 1977 (stroncato  dalle pressioni che aveva dovuto subire durante gli interrogatori) e che con tutta la sua vita aveva testimoniato che si può vivere soltanto se ci sono delle ragioni per cui si può anche rinunciare ai propri privilegi e persino alla vita. Per ribadirlo, poco prima di morire, aveva scritto un articolo che si intitolava Un eroe del nostro tempo, con il quale lui ceco si riferiva al russo Sacharov nella cui testimonianza di libertà vedeva una speranza di resistenza e di rinascita dell’umano. Dieci anni dopo un altro intellettuale ceco, Ivan Klíma, sfibrato invece dalla situazione di paura e di apatia che sembrava aver ripreso il sopravvento e dominare nel suo paese, aveva riutilizzato quel titolo per un intervento decisamente polemico e disperante nel quale bollava la situazione che si era creata: «Che bello che Maradona abbia segnato una rete con la mano e che la Navratilová abbia sette macchine. Entrambi sono eroi del nostro tempo e ogni tempo ha gli eroi che si merita».

Come dargli torto? Se oggi tutti sembriamo tanto inadeguati, allora non era certo meglio perché tutti, come Klíma, ci sentivamo in quello stesso modo: l’epoca d’oro del dissenso sembrava finita, quale speranza poteva ancora esserci? Esattamente come succede oggi. E invece, tre anni dopo sarebbe scoppiata la rivoluzione di velluto e il regime sarebbe caduto senza colpo ferire.
E allora perché non potrebbe succedere ancora oggi, se solo la ragione e la memoria tornassero a prevalere sul sentimento? Sicuramente diversa sarebbe la nostra reazione di fronte alla situazione attuale se l’esperienza tornasse a prevalere sull’impressione, se i fatti tornassero a prevalere sui discorsi, se, appunto, la ragione tornasse a prevalere sulle sensazioni.

Adriano Dell’Asta

È docente di lingua e letteratura russa presso l’Università Cattolica. Accademico della Classe di Slavistica della Biblioteca Ambrosiana, è vicepresidente della Fondazione Russia Cristiana.

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