22 Agosto 2019

Conflitti nella Chiesa: l’eterna sfida

Francesco Braschi

Di fronte ai molteplici conflitti e divisioni nella Chiesa, occorre pregare non perché vinca la nostra verità, ma perché il Signore venga.

In queste settimane, di ferie per molti e di lavoro intenso per altri, si vanno moltiplicando le notizie che raccontano una diffusa situazione di fatica e conflittualità all’interno della Chiesa.

Se guardiamo a Oriente, vediamo come stiano arrivando i momenti decisivi per la configurazione che prenderà l’Esarcato russo per l’Europa occidentale, già di giurisdizione costantinopolitana, chiamato in settembre a scegliere sotto quale omoforion (ovvero giurisdizione) vorrà collocarsi; il mese di giugno, poi, ha visto a Kiev una divisione all’interno della neonata Chiesa ortodossa autocefala in Ucraina, che, seppur coinvolgendo una parte numericamente non ingente di clero e fedeli, ha segnato una sorta di ritorno al passato con la decisione del (sedicente) patriarca Filaret di ritornare a stare da solo, non senza aver denunciato l’asservimento a Costantinopoli del metropolita Epifanij. D’altra parte, la situazione del riconoscimento della neonata Chiesa ucraina è ancora in una fase di stallo, pur essendo trapelata la notizia di colloqui e abboccamenti tra metropoliti e patriarchi che stanno pazientemente e faticosamente cercando di ritessere una trama comunionale, da cui si spera nasca la possibilità di una decisione condivisa, che riporti unità tra le Chiese.

Se volgiamo lo sguardo a Occidente, non possiamo non notare il permanere di conflittualità già datate e il sorgere di nuove, che continuano a paventare (o a proclamare come già presente) il rischio di una deriva magisteriale, disciplinare e teologica che porterebbe alla perdita della continuità nella tradizione ecclesiale della Chiesa latina: ma tali timori si costruiscono per lo più su ardite estrapolazioni di frasi e gesti; su giudizi parziali espressi imprudentemente, senza avere in mano i dati completi; su visioni parziali che tendono a identificare in una forma particolare e cristallizzata (nel tempo e nello spazio) il tutto di una Tradizione che non smette di vivere in una crescita che è opera dello Spirito (come ben insegnano grandi teologi di tutti i tempi, da san Vincenzo di Lerino al beato – e tra poco santo – John Henry Newman).

Ma insieme notiamo come, tanto da ambiti extraecclesiali, quanto da voci interne alla Chiesa, si levano giudizi che tendono a identificare lo «stato di salute» della Sposa di Cristo (e financo il suo diritto all’esistenza nella compagine sociale) in base alla compliance con criteri operativi e di rendimento plasmati dalle emergenze quotidiane, e sottoposti al miope criterio della convenienza che si trova nel delegarle compiti ad altri ingrati di assistenza e accoglienza.

Non si può non cogliere un comune denominatore in queste voci tutt’altro che sinfoniche: uno sguardo sulla Chiesa che si sofferma costantemente su aspetti terreni – meglio dire: mondani, – dove i fattori in gioco sono le questioni di giurisdizione, di potere, di convenienza storica o politica, di mantenimento delle proprie sicurezze intellettuali e pratiche… in base alle quali si confezionano giudizi e scelte che non possono volare più alto delle ragioni «terra terra» da cui vengono originate.

Con il corollario di una profonda tristezza, di quella tristezza dolciastra che – come ha recentemente richiamato papa Francesco – «rende sterili tutti i tentativi di trasformazione e conversione, propagando risentimento e animosità» (cf. Lettera del Santo Padre Francesco ai sacerdoti in occasione del 160° anniversario della morte del Santo Curato d’Ars, 4.8.2019), realtà che vediamo purtroppo ben presenti.

Eppure, in questi giorni che intersecano (per il calendario latino) la festa dell’Assunzione della Vergine, e che si trovano proprio in mezzo alle celebrazioni occidentale (6 agosto) e orientale (19 agosto) della Trasfigurazione del Signore, non sono pochi gli spunti che ci invitano a uno sguardo ben diverso sulla Chiesa. Anzi: a quello sguardo, che solo può evitarci cadute e fraintendimenti che hanno poi ricadute gravissime, personali e comunitarie.

La Trasfigurazione, infatti, fu la modalità scelta da Cristo per preparare i suoi discepoli a sostenere lo scandalo della Croce, e questo avvenne portandoli in alto come dice la liturgia ambrosiana, «anticipando nella trasfigurazione il destino mirabile di tutta la Chiesa, sua sposa e suo corpo, chiamata a condividere la sorte del suo Capo e Signore».

Certo, Pietro, Giacomo e Giovanni – come raccontano i Vangeli – scesero dal monte senza aver capito tutto di quanto avevano visto, e neppure mancarono poi, nel momento della Passione, fughe e tradimenti. Ma non furono l’ultima parola. Anzi, ormai alla fine della sua vita, Pietro così scriveva ai fratelli (cf. 2 Pt cap. 1): «Cercate di render sempre più sicura la vostra vocazione e la vostra elezione. Se farete questo non inciamperete mai», e così motivava l’esortazione: «Non per essere andati dietro a favole artificiosamente inventate vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza».

Si tratta qui dell’unica attestazione, al di fuori dei Vangeli, dell’evento della Trasfigurazione, che ci fa comprendere come per Pietro sia stata fondamentale, nella sua comprensione vitale della Chiesa, l’esperienza fatta, grazie alla quale essa si rivela il luogo in cui la vocazione e l’elezione dei credenti sono colte in tutto il loro legame con la potenza presente di Cristo. Viene forte il sospetto che proprio una mancanza di questa esperienza di fede sia alla base di uno sguardo sulla Chiesa triste e impoverito.

Questa riflessione non è la via per una soluzione facilmente intimista e tranquillizzante, tutt’altro: solo una rinnovata comprensione del nostro destino all’interno della Chiesa, così come ce lo mostra la festa dell’Assunzione di Maria, essere «santi e immacolati di fronte a Dio nella carità» (cf. Ef 1,4), può ricostruire in noi un’immagine della Chiesa stessa che sia corrispondente alla rivelazione, e non asservita a visioni riduttive e puramente orizzontali.

È quanto ci ha ricordato il papa emerito Benedetto XVI, quando ha sottolineato come la tragedia della pedofilia e della difesa di comportamenti devianti nell’ambito della sessualità non possa essere compresa solo con cause sociologiche o culturali, ma vada riconosciuta come una conseguenza dell’indebolimento dello sguardo sulla Chiesa, che – afferma – «in effetti oggi [la Chiesa] viene in gran parte vista solo come una specie di apparato politico. Di fatto, di essa si parla solo utilizzando categorie politiche e questo vale persino per dei vescovi che formulano la loro idea sulla Chiesa di domani in larga misura quasi esclusivamente in termini politici» (Corriere della Sera, 11.4.2019).

Non è difficile riconoscere come questa sia la radice anche delle fatiche di cui stiamo parlando. Ma la soluzione – è sempre Benedetto XVI a ricordarcelo – sta in una rinnovata disponibilità a lasciarsi purificare lo sguardo sulla Chiesa. Infatti, «l’accusa contro Dio oggi si concentra soprattutto nello screditare la Chiesa nel suo complesso e così nell’allontanarci da essa.

L’idea di una Chiesa migliore creata da noi stessi è in verità una proposta del diavolo con la quale vuole allontanarci dal Dio vivo, servendosi di una logica menzognera nella quale caschiamo sin troppo facilmente…

La Chiesa di Dio c’è anche oggi, e proprio anche oggi essa è lo strumento con il quale Dio ci salva. È molto importante contrapporre alle menzogne e alle mezze verità del diavolo tutta la verità: sì, il peccato e il male nella Chiesa ci sono. Ma anche oggi c’è pure la Chiesa santa che è indistruttibile. Anche oggi ci sono molti uomini che umilmente credono, soffrono e amano e nei quali si mostra a noi il vero Dio, il Dio che ama. Anche oggi Dio ha i suoi testimoni (“martyres”) nel mondo. Dobbiamo solo essere vigili per vederli e ascoltarli».

Qui si gioca davvero il caso serio dell’umanità di ciascuno di noi: infatti – prosegue il papa emerito – «la Chiesa di oggi è come non mai una Chiesa di martiri e così testimone del Dio vivente. Se con cuore vigile ci guardiamo intorno e siamo in ascolto, ovunque, fra le persone semplici ma anche nelle alte gerarchie della Chiesa, possiamo trovare testimoni che con la loro vita e la loro sofferenza si impegnano per Dio. È pigrizia del cuore non volere accorgersi di loro».

M. I. Rupnik, Trasfigurazione (Seminario di Verona, 2012).

«Pigrizia del cuore» e «tristezza dolciastra» sono in fondo due facce della stessa medaglia, e sono ambedue originate dallo scadimento del rapporto vitale con Cristo. E qui si coglie anche quale sia il compito operativo che – si badi bene! – consegue alla supplica perché rinasca in noi la fede viva in Cristo Signore: «Fra i compiti grandi e fondamentali del nostro annuncio c’è, nel limite delle nostre possibilità, il creare spazi di vita per la fede, e soprattutto il trovarli e il riconoscerli».

Padre Romano Scalfi – nell’omelia per i suoi 90 anni – lasciò una testimonianza che vale la pena riascoltare ora, per il valore di una vera e propria indicazione di percorso: «Cos’è che vale di più? La cosa principale è non confondere il fine con i mezzi. Il fine è Cristo, gli altri sono tutti mezzi, che vengono dopo Cristo. Se sei una persona che non ha come primo scopo il vivere l’unità in Cristo, sei una persona fallita. Se c’è un’associazione cristiana che non ha come scopo, soprattutto e prima di tutto, l’unione con Cristo, questa società, questa comunità, finisce male.

(…) Se fondiamo la nostra vita in Cristo, la nostra vita fiorisce, fioriscono le nostre comunità, tutto fiorisce. Non ci sono condizioni in cui non si possa incominciare questa rivoluzione che cambia noi e, cambiando noi, cambia la società. Basta partire dal basso, dalla mia consapevolezza, dalla mia unità con Cristo, dalla mia unità con la Chiesa, che è il Corpo di Cristo, e tutto è possibile!».

Ma Padre Scalfi, proponendo queste parole, citava il pensiero di un sacerdote russo ortodosso, di poco più giovane di lui. Ci sembra allora che un simile richiamo abbia un valore particolare, oggi: perché non ci accomuni solo la difficoltà a vivere la Chiesa, ma anche – e soprattutto – il desiderio sincero di seguire quei testimoni che ce la mostrano così come è: il luogo della Presenza di Cristo, che non smette di riconciliarci e di attirarci a Sé.

Francesco Braschi

Sacerdote, dottore in Teologia e Scienze Patristiche, dottore della Biblioteca Ambrosiana di Milano e direttore della Classe di Slavistica dell’Accademia Ambrosiana. È membro della Congregazione del Rito ambrosiano e della Commissione diocesana per l’Ecumenismo e il Dialogo della diocesi di Milano.

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