15 Maggio 2017

Un ateo piccolo piccolo

Marta Dell'Asta

Un ragazzo di Ekaterinburg, in Siberia, ha avuto l’infelice idea di andare a giocare a Pokemon Go dentro la chiesa ortodossa detta «Sul sangue», edificata sul luogo dove venne fucilato lo zar Nicola II nel 1918. Non contento della stupidaggine, ha anche messo online la sua bravata, corredandola di un commento vocale: «Purtroppo non ho beccato il Pokemon più raro che c’è là dentro, Gesù».
Il ragazzo si chiama Ruslan Sokolovskij, ha 22 anni, ed è un ateo da antologia, sembra il libero pensatore uscito dalla penna di Chesterton: nega Dio e l’anima, spiega l’amore con una reazione chimica e ritiene che i credenti siano «degli adulti che hanno bisogno dei genitori per non sentirsi soli». Nei vari video che ha pubblicato sul suo canale youtube ha trovato il modo di riversare sarcasmo su tutto e su tutti, dalle donne ai musulmani, dal patriarca al presidente e ai malati di cancro.
E qui è scattato in un sacerdote un esasperato meccanismo di difesa: non denunciare è come consentire al male (poco importa se il ragazzo non aveva fatto né istigato a fare azioni riprovevoli), per questo padre V. lo ha denunciato e il 2 settembre scorso il giovane blogger è stato arrestato. La cosa poi, grazie al sommarsi di vari meccanismi di conformismo e autodifesa, è cresciuta a dismisura e gli è stato ascritto un reato penale: «offesa dei sentimenti dei credenti e istigazione all’odio religioso e nazionale». Il processo si è celebrato in aprile-maggio, e il pubblico ministero ha chiesto addirittura 3 anni e mezzo di lager, «per non lasciare l’impressione dell’impunità». L’enormità di tutta la vicenda ha suscitato molto rumore sui media; l’indignazione del pubblico si è suddivisa tra quella dei benpensanti offesi dal disprezzo della religione, e quella dei laici offesi dal bigottismo della legge. Ottanta fra scrittori e intellettuali hanno espresso indignazione per la violazione della libertà di coscienza del giovane, mentre il regista Nikita Michalkov ha dato al blogger del sacrilego perché ha giocato sul luogo in cui è morto l’ultimo zar. Né gli uni né l’altro sono totalmente privi di ragioni, ma di fatto ciascuno ha cercato di usare Ruslan pro domo sua: Naval’nyj, Amnesty International, gli attivisti ortodossi, gli oppositori antiputiniani.

La Chiesa, senza lanciare pubbliche invettive, ha dato chiaramente a intendere che per lei si tratta di un reato, e che il reato va punito. Come è arrivata a spiegare in un articolo la monaca Evgenija Senčukova, giornalista e teologa, l’allarme lanciato dagli ortodossi ha il merito di difendere anche tutte le altre categorie offese, e sarebbe pericoloso non dare il buon esempio.
Il conformismo e il politically correct hanno dato così il colpo finale alla vicenda, gonfiando enormemente una cosa da nulla, sino a caricarla di evidenti controsensi. Nella Russia dei nostri giorni, in effetti, questo caso ha un ulteriore elemento di paradossalità: in una società che guarda costantemente al passato sovietico, mitizzandolo, come si conciliano la condanna di Ruslan che non ha trovato Gesù in chiesa, e l’esaltazione di Gagarin che non aveva trovato Dio nello spazio?
Questo palese corto circuito non deve nascondere però il nucleo più profondo e più grave di tutta la vicenda: l’inconsistenza di un soggetto (religioso, nazionale, politico) che vede la propria salvezza nel bandire gli oppositori; questo malessere affligge la società post sovietica come quella post cristiana in generale. Da molte parti, infatti, anche in Occidente, si pensa, in buona coscienza, di dover difendere i valori della nostra civiltà europea in questo modo, ma di fatto, con i muri e la demonizzazione di chi la pensa in modo diverso, la si tradisce perché se ne smarrisce la peculiarità unica, quella di non smettere mai di porsi domande, di saper sempre mettere in discussione se stessa e di ripartire ogni volta dai propri errori. E capire, come ha ribadito papa Francesco a Fatima, che si può anteporre la misericordia alla giustizia senza per questo distruggere ciò in cui crediamo.
Quello che abbiamo raccontato fin qui, però, è solo un pezzo della storia di Ruslan Sokolovskij.
A quanto pare, infatti, c’è una vecchia Europa che non muore e che continua a rinnovarsi, con un’apertura senza limiti né timori, capace di mettersi in questione, e di aprire prospettive impensate là dove sembrerebbero esistere soltanto scontri e chiusure. E così in Russia s’è trovato qualcuno che, senza pubblici pronunciamenti, ha fatto un gesto concreto e personale per sanare l’assurda situazione creatasi attorno a Sokolovskij; è il caso, ad esempio, Elena Sannikova, 58 anni, un’ex dissidente che nel 1984 si era presa 1 anno di lager e 4 di confino per aver difeso i diritti degli invalidi. Da Mosca, dove abita, la Sannikova è andata fino in Siberia chiedendo di poter testimoniare al processo come teste della difesa: lei, come ortodossa, ha dichiarato che i suoi sentimenti non erano minimamente offesi dalle tirate dell’imputato.
«Quando ho visto i suoi video non ho provato nient’altro che compassione. Le sue frasi taglienti, nervose, il virus del nichilismo, l’intemperanza polemica comunicano un certo disagio, fors’anche un trauma. E la mia impressione è stata confermata pienamente nei corridoi del tribunale, dove ho saputo dell’esperienza di Ruslan [la perdita precoce del padre e del fratello, la madre malata di cancro, problemi economici]. …in quei disgraziati video si riflettono il profondo, sordo malessere della provincia russa, la sua disperazione».
Prima di indignarsi, bastava guardare davvero, per capire…

Ma c’è anche dell’altro: «Quando sono entrata nell’edificio del tribunale, i primi che ho visto sono stati dei sacerdoti venuti a sostenere Sokolovskij. Erano l’esatto opposto dei credenti che due settimane prima avevano testimoniato per l’accusa. Quelli comunicavano un oscuro senso di depressione, questi sorridevano, emanavano luminosa bontà; è stato un vero piacere fare conoscenza con questi credenti veri, dalla posizione cristiana aperta».
E c’erano anche altri testimoni presentatisi spontaneamente: seminaristi, cristiani di varie confessioni, persino il sindaco di Ekaterinburg, che ha proposto di occupare Ruslan in lavori socialmente utili, invece di rinchiuderlo in lager. Alla fine il giudice ha comunque condannato Ruslan a 3 anni e mezzo, ma con la condizionale.
Ora, si può dire che la condizionale non cancella l’ingiustizia della condanna; ma si può anche dire che forse senza l’apporto dei testimoni della difesa non ci sarebbe stata neanche la condizionale.
Sarebbero rimasti soltanto il senso dell’offesa e lo scontro, invece di una modesta ma possibile solidarietà nel bene. Da qui si riparte.

Marta Dell'Asta

Marta Carletti Dell’Asta, è ricercatrice presso la Fondazione Russia Cristiana, dove si è specializzata sulle tematiche del dissenso e della politica religiosa dello Stato sovietico. Pubblicista dal 1985, è direttore responsabile della rivista «La Nuova Europa».

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