19 Ottobre 2016

Misericordia, quando più drammatica è la crisi

DI Redazione

Mentre si avvia alla conclusione l’Anno Santo della Misericordia, può essere utile riprendere le parole con cui papa Francesco descriveva, nella Bolla Misericordiae Vultus, i frutti attesi dall’anno giubilare, non […]

Mentre si avvia alla conclusione l’Anno Santo della Misericordia, può essere utile riprendere le parole con cui papa Francesco descriveva, nella Bolla Misericordiae Vultus, i frutti attesi dall’anno giubilare, non tanto per presumere noi di verificarne l’efficacia, ma piuttosto per chiederci quali siano le energie da ritrovare per vivere non invano questo ultimo tratto nel cammino di esperienza della Misericordia di Dio. L’anno della Misericordia ha infatti smosso il cuore di tutti, ha toccato corde profonde e persino nervi scoperti, dando a ciascuno l’occasione di svelare cos’ha di più caro per l’oggi della Chiesa.
Scrive il papa: «Affideremo la vita della Chiesa, l’umanità intera e il cosmo immenso alla Signoria di Cristo, perché effonda la sua misericordia come la rugiada del mattino per una feconda storia da costruire con l’impegno di tutti nel prossimo futuro. Come desidero che gli anni a venire siano intrisi di misericordia per andare incontro ad ogni persona portando la bontà e la tenerezza di Dio! A tutti, credenti e lontani, possa giungere il balsamo della misericordia come segno del Regno di Dio già presente in mezzo a noi» (MV 5).
È dunque l’assunzione dell’incontro «intriso di misericordia» come tratto permanente dell’agire della Chiesa il frutto desiderato di quest’anno, unitamente alla percezione che la storia viene resa feconda grazie all’«impegno di tutti» nel costruirla. La coscienza della universalità di questo impegno impone perciò di non ignorare nessuno, di ascoltare ogni voce, di interessarsi delle ragioni di tutti all’interno della Chiesa.
Non ci sono, nelle parole del papa, condizioni limitative od ostative al compito necessario del dialogo che deriva da questa visione, affinché l’esperienza della misericordia e l’invito a costruire la storia raggiungano tutti, «credenti e lontani». Tuttavia, forse proprio questa intima persuasione che la storia si costruisce insieme a tutti, e che a tutti va portato il «balsamo della misericordia» è un aspetto che ancora fatica a divenire patrimonio comune di tutti quanti vivono l’anno giubilare. Non è infatti raro ascoltare inviti a «serrare i ranghi» per assumere posizioni difensive, quasi che l’insistenza sul dialogo appaia come un’imperdonabile ingenuità (quando non una colpevole complicità) davanti al tentativo in atto di distruggere la Chiesa di Cristo.
Tornano alla mente, a questo proposito, le parole pronunciate dal cardinale Jean-Louis Tauran poco dopo l’assassinio di padre Jacques Hamel, a fine luglio, mentre celebrava l’Eucaristia, in risposta alla domanda su quale fosse la «risposta adeguata» a quell’orrore: «La risposta è sempre e comunque il dialogo, l’incontro. Per interrompere la catena infinita della ritorsione e della vendetta l’unica strada percorribile è quella del dialogo disarmato. In sostanza, a mio avviso, dialogare significa andare all’incontro con l’altro disarmati, con una concezione non aggressiva della propria verità, e tuttavia non disorientati, che è l’atteggiamento di chi pensa che la pace si costruisce azzerando ogni verità». E alla domanda se non vi fosse altra strada ribadiva: «Assolutamente no. Siamo condannati al dialogo».
Una simile risposta, così chiara nella sua formulazione, non è semplicemente l’opinione di un porporato, per quanto autorevole. La convinzione che il dialogo e la misericordia siano la migliore risposta proprio quando più drammatica e acuta si fa la percezione della crisi e della gravità degli errori è un insegnamento costante nel magistero degli ultimi 50 anni.

Una posizione che viene da lontano
Lo stesso papa Francesco, nella Misericordiae Vultus, ricorda il discorso di apertura del Concilio Vaticano II, nel quale san Giovanni XXIII affermava: «Al tempo presente, la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore», e soggiungeva poco dopo che questa scelta avveniva con piena coscienza del fatto che non mancassero «dottrine false, opinioni, pericoli da cui premunirsi e da avversare» (Discorso di apertura del Concilio Vaticano II, 2).
L’8 dicembre 1965, al momento di chiudere il Concilio, il beato Paolo VI riprendeva questo tema, premettendo questa frase di assoluta chiarezza: «Vogliamo piuttosto notare come la religione del nostro Concilio sia stata principalmente la carità; e nessuno potrà rimproverarlo d’irreligiosità o d’infedeltà al Vangelo per tale precipuo orientamento, quando ricordiamo che è Cristo stesso a insegnarci essere la dilezione ai fratelli il carattere distintivo dei suoi discepoli» (Discorso per la chiusura del Concilio Vaticano II).
Anche in questo caso, la percezione era quella dell’incontro con la «terribile statura» dell’«umanesimo laico profano», inteso come «la religione dell’uomo che si fa Dio»: e a questo incontro seguì, afferma Paolo VI, non «uno scontro, una lotta, un anatema», bensì: «Una corrente di affetto e di ammirazione si è riversata dal Concilio sul mondo umano moderno. Riprovati gli errori, sì; perché ciò esige la carità, non meno che la verità; ma per le persone solo richiamo, rispetto e amore» (ibidem).
Ma anche san Giovanni Paolo II, nell’enciclica Dives in misericordia, comparsa nel 1980 in un mondo ancora diviso in blocchi contrapposti e che stava vivendo l’invasione russa dell’Afghanistan, ricordava che (DM 2) «la rivelazione e la fede ci insegnano non tanto a meditare in astratto il mistero di Dio come “Padre delle misericordie”, ma a ricorrere a questa stessa misericordia nel nome di Cristo e in unione con lui», e affermava che «la misericordia viene, in certo senso, contrapposta alla giustizia divina e si rivela, in molti casi, non solo più potente di essa, ma anche più profonda. (…) L’amore, per così dire, condiziona la giustizia e, in definitiva, la giustizia serve la carità. Il primato e la superiorità dell’amore nei riguardi della giustizia (ciò è caratteristico di tutta la rivelazione) si manifestano proprio attraverso la misericordia».
Anche in questo caso, la percezione della drammaticità delle circostanze non faceva altro che rinforzare la scelta della misericordia (DM 12): «Avendo davanti agli occhi l’immagine della generazione a cui apparteniamo, la Chiesa condivide l’inquietudine di tanti uomini contemporanei. D’altronde, deve anche preoccupare il declino di molti valori fondamentali che costituiscono un bene incontestabile non soltanto della morale cristiana, ma semplicemente della morale umana, della cultura morale, quali il rispetto per la vita umana sin dal momento del concepimento, il rispetto per il matrimonio nella sua unità indissolubile, il rispetto per la stabilità della famiglia. (…) In relazione a tale immagine della nostra generazione, che non può non suscitare una profonda inquietudine… occorre che la Chiesa del nostro tempo prenda più profonda e particolare coscienza della necessità di render testimonianza alla misericordia di Dio in tutta la sua missione… implorandola di fronte a tutti i fenomeni del male fisico e morale, dinanzi a tutte le minacce che gravano sull’intero orizzonte della vita dell’umanità contemporanea» (DM 12).

Pertanto, si deve dire che la scelta di un dialogo unito alla misericordia si rivela come una costante nel magistero pontificio degli ultimi cinquant’anni, proprio per la consapevolezza sempre maggiore della crisi morale e umana che segna questo nostro tempo. Anzi, come afferma sempre Giovanni Paolo II, «appunto perché esiste il peccato nel mondo… Dio che “è amore” non può rivelarsi altrimenti se non come misericordia» (DM 13).
A questo cammino di Chiesa, rivolto tanto ad intra quanto ad extra, vogliamo rimanere fedeli. È su questo punto che è utile riflettere insieme, per chiarire le posizioni come «esige il rispetto della verità», e insieme riabbracciare quel che abbiamo di più caro. Perché la questione non si può ridurre alla dialettica tra verità e accoglienza, militanza ed esperienza, tra giustizia e misericordia. Bisogna radicalmente uscire dalle contrapposizioni sterili per capire «come vivere». C’è da invocare su noi e per noi un elemento essenziale di tipo soggettivo: quella che il beato Paolo VI chiamava «una corrente di affetto» per ogni uomo, anche quando fosse segnato dall’errore e dalla durezza. Per questo, «siamo condannati al dialogo». Ma è una condanna salutare.

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