17 Marzo 2019

L’unità è un gesto concreto

Redazione

Durante la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, e nelle settimane successive, Russia Cristiana e il suo coro sono stati impegnati in diverse comunità, parrocchie, monasteri. Riportiamo alcune testimonianze in cui si può cogliere la ricchezza di questa esperienza.

Coinvolgere le comunità, le persone, nella bellezza e nello splendore della preghiera per l’unità, diffondere questa passione a che i cristiani siano veramente e pienamente una cosa sola in Cristo, è uno dei compiti che padre Romano Scalfi aveva nel cuore e ha voluto affidare anche a noi.

La vera liturgia si riconosce dal fatto che è cosmica;
non su misura di un gruppo.
Essa canta con gli angeli.
Essa tace con le profondità dell’universo in attesa.
E così essa redime la terra.
(J. Ratzinger)

Scrivono le clarisse della Comunità monastica di Cademario (Svizzera):
«Sabato 2 febbraio, nella festa della Presentazione al Tempio di Gesù, abbiamo avuto la gioia di ospitare il coro di Russia Cristiana con i sacerdoti don Francesco e don Paolo. La testimonianza che ci hanno offerto sulla storia di Russia Cristiana e la vita di padre Romano è stata anche per noi chiarificatrice dell’avvenimento che ci si è fatto incontro in quella giornata.
Nel video-testimonianza, padre Romano racconta di quando partecipò per la prima volta alla Divina Liturgia. Fu colpito dall’esplosione di bellezza celeste che tende a con-vocare e coinvolgere la persona tutta intera, nella contemplazione visiva delle icone, nei profumi dell’incenso, nella profondità del canto, un canto antico, ancorato alle radici profonde dell’essere umano.

Per noi il miracolo avvenuto in quella celebrazione, di fronte al mosaico realizzato da poco più di un mese da padre Marko Rupnik e dagli artisti del Centro Aletti, è stata proprio l’esperienza di sentirci interamente convocate davanti alla santità di Dio e, lì, invitate a partecipare all’azione di lode e di grazie. Convocate interamente: con tutto il nostro essere, dai sentimenti più intimi ai gesti del corpo che si inchina, si rialza, che sta in piedi ritto, il corpo dei risorti. Con tutto il nostro corpo che è la comunità, che è la Chiesa. Nel coro che canta e, ad una voce, risponde alla voce di Cristo nella voce del celebrante, canta la sola voce della sposa che parla al suo Signore di e per tutti gli esseri della terra».

Don Ottavio, della comunità pastorale Beato Serafino Morazzone di Chiuso Maggianico (Lecco) ha commentato: «“L’ecumenismo parte dalla persona, … se io sono unito a Cristo, allora il Signore farà l’unità della Chiesa”. Queste parole di padre Romano Scalfi mi si sono stampate nel cuore e nella mente, e offrono alla mia persona la possibilità di ricomporre sempre e nuovamente l’orizzonte unico dell’esistenza come rapporto con Cristo.
A sottolineare la ricorrenza annuale della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani da tempo ormai mi viene quasi spontaneo riferirmi agli amici di Russia Cristiana, che stimo per la storia e la dedizione e alla preziosa eredità della tradizione della Chiesa orientale e del suo rito bizantino, al quale il fascino del fondatore li ha portati.

Il coro anche in questa occasione è stato protagonista: canti, letture e immagini per un momento di ascolto e preghiera, e ha saputo renderci partecipi della sua stessa esperienza di unione in Cristo e del mistero di unità della Chiesa che ogni suo membro vive. Non un concerto, ma il tramite alla comunicazione di sé, così da poter far rivivere in chi ascolta ciò che ha coinvolto loro, tanto che noi stessi ci siamo sentiti a nostra volta permeati dai canti, fatti parte dalla loro stessa storia e della storia della Chiesa orientale.
Esprimo la mia gratitudine e quella dei fedeli che hanno assistito, riconoscendo nella disponibilità e nel sacrificio del coro un prezioso sevizio alla Chiesa e alla sua presenza nel mondo».

Come possiamo sentirci giusti?

Un evento particolarmente significativo, cui hanno partecipato il coro di Russia Cristiana e quello della comunità ortodossa di padre Amvrosij, è stata la celebrazione ecumenica organizzata dal Consiglio delle Chiese cristiane di Milano nella chiesa parrocchiale di Santa Maria Goretti. Il tema della settimana ecumenica di quest’anno, preparato dai cristiani dell’Indonesia, era Cercate di essere veramente giusti (Dt 16,18-20). Durante la celebrazione c’è stata l’omelia di padre Ionut Radu, della Chiesa ortodossa rumena:
«Reverendissimi padri, cari fratelli e sorelle, concludiamo una settimana particolare, suggestiva e intensa. Particolare perché è una settimana in cui non solo varie tradizioni e comunità si mettono insieme, ma anche per l’atmosfera che si crea in questo stare insieme, che ci permette di contemplare e di vivere i vari doni che Dio ci concede: la preghiera è sempre il modo in cui i doni di Dio si contemplano e si respirano in questo mondo.
Intensa perché ci ricorda chi siamo e come dobbiamo essere. La settimana di preghiera per l’unità dei cristiani sempre ci conduce a interrogarci sul modo in cui noi viviamo la nostra tradizione, a imparare dalle altre tradizioni, a diventare più consapevoli della debolezza con cui, a causa delle nostre separazioni, mostriamo il volto di Dio al mondo.
A conclusione di questa settimana, possiamo sperare di essere all’inizio di uno sviluppo, di un lavoro per tutto l’anno, affascinante e stimolante. La settimana per l’unità dei cristiani è infatti una grande opportunità, per tutti. Perché testimoniare davanti a Dio e agli uomini non solo la volontà e il desiderio dell’unità, ma la partecipazione concreta all’unità nella preghiera come segno visibile, è la modalità con cui inizia il percorso personale e comunitario verso di essa: mostrare le nostre radici, che stanno in Gesù Cristo, e il nostro scopo, che è Gesù Cristo.

Il tema di questa settimana, Cercate di essere veramente giusti, tratto dal Deuteronomio è un’esortazione a ricordarci che “giudizio giusto” verso il prossimo significa giudizio corretto, oggettivo, senza odio e parzialità.
Il testo di riferimento per la settimana ecumenica è stato scelto dalla comunità indonesiana; l’Indonesia presenta una realtà molto diversa dalla nostra. Fino a poco tempo fa le relazioni tra le diverse comunità e il clima sociale generale erano stabili; da qualche tempo invece le realtà più deboli, come quella cristiana che rappresenta il 10% della popolazione, subiscono gli errori commessi da chi è al potere, le scelte economiche e sociali sbagliate, la corruzione.

Il testo è stato scelto quindi per motivi molto concreti, e richiama a una giustizia vissuta in modo molto concreto. Una preghiera come grido e come speranza che Dio ascolti e compia la nostra inadeguatezza, e che a partire da questa inadeguatezza iniziamo a lavorare più concretamente per mostrare la Sua misericordia e la Sua volontà, con giustizia e amore.
Cosa significa, dunque, essere giusti, anzi “veramente giusti”? L’uomo può diventare veramente giusto? E davanti a chi: davanti agli uomini? Davanti a Dio?
E che significato ha la giustizia divina in rapporto all’uomo o alla comunità?
La giustizia divina è sempre la manifestazione della volontà eterna di “raddrizzare” la vita di una persona o di una comunità, ma è sempre inseparabile dalla sua misericordia, dal suo amore. La giustizia responsabilizza, l’amore recupera. E la nostra giustizia? Quando e come si conquista? Come diventiamo giusti davanti a Dio o agli uomini? La giustizia, inoltre, richiama sempre alla verità, e dunque: come siamo o diventiamo giusti di fronte alla verità? Si domanda un sociologo romeno che visse durante a prima guerra mondiale e sentì sulla propria pelle anche gli orrori della seconda: qual è la verità di questo mondo? Quella universalmente valida? E quale sarebbe? Quella che vale all’interno di un certo confine, di un certo universo di cultura, tradizione, abitudini; ma poi è valida al di fuori quel confine o no? Oppure la verità che vale eternamente? Ma quella è solo davanti a Dio.

Il testo del Vangelo di stasera ci richiama direttamente al giudizio finale e ai suoi criteri, il momento in cui la verità della nostra vita e della vita del mondo verrà giudicata. Il prossimo, le mie azioni nei suoi confronti diventano la manifestazione della vera relazione con Cristo. Il modello trinitario rimane sempre l’unico modello valido per l’eternità e la verità dell’uomo: io manifesto il mio giudizio, il mio amore, la mia giustizia davanti a Dio e l’altro conosce Dio tramite me.
Ma fino a qui sembra un pensiero “sociale”, come dice Cristo: anche quelli che non hanno fede, che non hanno la Trinità come principio di vita possono fare così.

La differenza per il cristiano la fa Giovanni Crisostomo, parlando del giudizio finale e della mia giustizia, lui si chiede “perché viene chiamato giudizio tremendo se vengono giudicate solo le azioni? Di per sé il giudizio delle azioni è una questione di aritmetica: 1+3= 4; 4-2=2… Come potrebbe essere tremendo se diventasse, diciamo così, una questione di pura contabilità? La risposta è sempre di san Giovanni Crisostomo: il giudizio è tremendo perché non vengono giudicate solo le azioni commesse da noi durante la nostra vita e le loro conseguenze; è tremendo perché il Signore giudicherà quello che avremmo potuto fare ma non abbiamo fatto per motivi di egoismo, pigrizia, indifferenza e, messo come primo motivo nell’Apocalisse (21,8), paura.
Il bene che stava dentro le nostre vite, soffocato dalle nostre mancanze, ci viene mostrato come modello della nostra vita vera e giusta.

La santità non è mancanza di peccati (chi non fa niente sarebbe il più santo), la santità si conquista tramite le nostre azioni più concrete; siamo santi in potenza, santi dentro i doni e la grazia ricevuta da Dio e che, non impegnata nella vita, non riluce da noi in questo mondo.
Vogliamo diventare, stiamo diventando veramente giusti? Dobbiamo pensare non solo a ciò che abbiamo fatto sino ad adesso ma anche, sempre, a quello che potremmo fare e non facciamo. Al coraggio di uscire dalle nostre comodità, e a volte anche dalle comunità, per incontrare l’altro e i suoi bisogni, e fare a lui quello che vogliamo che Dio faccia a noi…
Concludiamo con questo invito a mostrare e mettere in gioco la giustizia di Dio e a diventare anche noi veramente giusti».

A cura di Claudio Cristoni, Giuliano Rovere

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