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Vittorio Strada e le domande infinite

In morte di Vittorio Strada, grande slavista italiano, umanista e uomo a tutto tondo. La storia esemplare del suo passaggio dal comunismo all’umanesimo mostra la forza di una coscienza libera che dà le ali all’intelligenza e alla cultura.
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«Come dice un proverbio russo caro a Boris Pasternak: “Vivere una vita non è attraversare un campo”. Non c’è un retto cammino già tracciato e l’errare fa parte del camminare come l’errore fa parte della verità, se la si ricerca e non si presume che essa sia già in nostro possesso».
Così concludeva la sua autobiografia Vittorio Strada una quindicina d’anni fa, quando diceva di sentirsi «ormai in vista del confine estremo del suo campo di vita». Il confine, in realtà, era ancora lontano e quelli che vennero dopo furono ancora anni di creatività intensissima: libri, convegni, viaggi, incontri, amicizie, una vita ricca e attiva, fuor di ogni dubbio, fino agli ultimi mesi e persino alle ultime settimane, quando ancora era riuscito a pubblicare dei libri (Impero e rivoluzione. Russia 1917-2017, nel 2017 e Il dovere di uccidere. Le radici storiche del terrorismo, all’inizio di quest’anno) e quando ancora faceva altri progetti.

Ora questa vita è davvero arrivata al confine o, meglio, a un confine, perché, come diceva qualche giorno fa un anziano sacerdote al funerale di un’altra persona a me cara: «non piangete; voi credete che questo sia il passaggio dalla vita alla morte, e invece è il passaggio dalla morte alla vita».
Credo che Vittorio avrebbe sottoscritto queste parole; e questo non solo perché, pur se «lontano da un’osservanza ecclesiale», era «cattolico di educazione, e cristiano di convinzione», come lui stesso si definiva allora, ma perché questo rapporto con la verità era quello che aveva sempre caratterizzato la sua vita e la sua ricerca intellettuale. La ricerca della verità, la vita, era per lui qualcosa di più che attraversare un campo, era un cammino infinito, che «vale più di una verità posseduta senza una ricerca» e nel quale ogni buona soluzione di un problema era buona proprio se apriva altri problemi, come mi aveva detto (e aveva scritto) tante volte.
Se amava la Russia era appunto perché nella sua cultura aveva trovato «una sorta di compagno di viaggio spirituale che non conosceva punti di arrivo».
E ora, evidentemente, il cammino continua, visto che è infinito; continua con tutti gli autori che Strada ha contribuito a far conoscere, da Bachtin – che fece scoprire in assoluto, – a Bulgakov, del cui Maestro e Margherita fece conoscere il testo completo, a Pasternak della cui insistenza affinché il Dottor Živago fosse pubblicato a ogni costo si fece portavoce con l’editore Feltrinelli, a Solženicyn di cui presentò molti libri in Italia e che fu per lui «un punto di orientamento decisivo»: tutti autori con i quali adesso prosegue la conversazione «camminando su un raggio di luna».

Da sin.: T. Kondrusiewicz, K. Strada, V. Strada, G. Parravicini, p. Scalfi a Seriate, nel 2002.

Un cammino infinito che era iniziato da molto lontano: tutti gli autori appena citati erano cristiani, ma Strada era partito da ben altra parte: da marxista aveva iniziato con una tesi sugli Aspetti del materialismo dialettico sovietico. La problematica teoretica negli ultimi dieci anni di filosofia in URSS e sempre da marxista aveva avuto una borsa di studio per un dottorato in Unione Sovietica; era la fine degli anni Cinquanta e non era facile ricevere borse per andare a studiare nell’URSS, tanto più se queste venivano dal Comitato Centrale del PCUS. Poi, il cammino era proseguito, appunto come una ricerca e una conversazione continua che lo aveva portato prima a prendere le distanze da un’ideologia che escludeva ogni ricerca e poi da un mondo che si fondava su quella esclusione.
Erano nati allora lavori capitali come la magistrale edizione del Che fare? di Lenin e, più tardi, una Storia della letteratura russa (in sette volumi, ma pubblicata solo in parte in Italia) che Cécile Vaissié, una famosa slavista francese, ha definito semplicemente «favolosa». E quante altre cose, nei campi più disparati (dalla storia della letteratura, a quella della filosofia e della politica, per arrivare alla storia della cultura e alla storia in quanto tale); tutte cose che bisognerà presto ricordare, nuovamente studiare e far conoscere, perché la ricerca della verità va mantenuta sui due lati del confine e non si può vivere senza il positivo che essa comunque apporta.

Proprio questa idea della positività può forse essere utile per suggerire la vera statura di Vittorio Strada: è una positività che cercava e affermava anche là dove lo scontro era più duro e sembrava non poter lasciare alcuno spazio di comprensione. Il caso del comunismo è estremamente interessante da questo punto di vista.
La presa di distanza dall’ideologia era stata in effetti sempre più radicale, dopo un paradossale ingresso nel PCI proprio nel 1956 (per le speranze aperte dalla destalinizzazione chruščeviana), quando molti invece cominciarono ad andarsene (per la repressione della rivoluzione ungherese). Sperimentata l’irriformabilità del sistema, Strada ne era diventato un critico inesorabile, senza fare sconti a nessuno, senza nascondersi dietro il mito di una possibile diversità di un sognato comunismo dal volto umano, che gli era apparso «sempre più misero, incongruo e velleitario, per di più circondato dall’enfatica piaggeria della stampa “amica” e dal conformismo degli intellettuali di supporto, compresi “sovietologi” e “russisti”, timorosi di impegnarsi in una critica seria e libera o, in alcuni casi, semplicemente incapaci».

Il giudizio era chiarissimo e non cercava conforti o alleati politici che pur sarebbero stati utili per non fare il vuoto attorno a sé, cosa che effettivamente successe, perché in quegli anni assumere posizioni simili voleva dire ad esempio perdere la possibilità di avere il visto per recarsi in Unione Sovietica; e anche questo successe effettivamente, sin dal 1968, per portare poi a polemiche e a incidenti diplomatici (come nel caso della Fiera Internazionale del Libro del 1977, quando a Strada venne nuovamente negato il visto sino a quando le minacce dell’editore Einaudi di ritirare la propria casa editrice costrinsero i sovietici a fare una momentanea marcia indietro). Ma non si capirebbe nulla di questa chiarezza e, soprattutto, della logica che la produceva se non si affiancassero a queste righe le osservazioni che Strada faceva nella sua autobiografia, quando in fondo non c’era più bisogno di cercare alleati o anche solo una neutrale simpatia e si poteva rivendicare con orgoglio di avere denunciato un regime poi rivelatosi perdente: la logica non poteva essere quella della ricerca del nemico, quella del puro anticomunismo, perché la sorte di ogni «anti» è quella di restare «prigioniero del fenomeno al quale si oppone anche in perfetta buona fede».

La scommessa di Vittorio Strada, una scommessa vinta, era stata quella di un approccio critico all’ideologia per capirne le ragioni, perché solo capendone le ragioni si poteva evitare di ripeterne gli errori e soprattutto si poteva evitare di ripeterne la logica. Una lezione con la quale si potrebbe davvero ricomprendere molto della storia del XX secolo e con la quale si potrebbero affrontare anche numerose questioni che abbiamo dinnanzi in questo inizio di XXI.


key-words: Strada, slavistica

Dell'Asta Adriano



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