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Arsenij Roginskij. «La nostra misura è l’uomo»

Era un dissidente con la tempra del leader. Voleva ricostruire la società civile e salvare la memoria del totalitarismo in Russia. Non ha ottenuto tutto quel che sperava, ma sapeva che senza il suo contributo sarebbe stato ancor peggio.

Qualche settimana fa è uscita a Mosca una raccolta di interviste a una ventina di esponenti del dissenso intitolata Uomini liberi, che abbiamo presentato il 17 gennaio alla Biblioteca dello Spirito , dedicando la serata, a un mese dalla sua scomparsa, ad Arsenij Roginskij – storico, dissidente, ex detenuto, nel 1987 uno dei fondatori di Memorial di cui dal 1998 è stato presidente. Un uomo che ha segnato profondamente i destini della Russia nel XX secolo, come probabilmente stiamo solo cominciando a riconoscere. E non innanzitutto per le sue iniziative sociali e culturali – anzi, le grandiose iniziative sociali e culturali a cui ha dato vita sono nate da una dote umana che consisteva nel «non abituarsi» a vivere, nel riaccendere continuamente una domanda, uno sguardo carico di attenzione e di stima per l’uomo («l’uomo è l’unità di misura di Memorial», diceva), e per la realtà tutta che si trovava davanti.
Di qui è nato tutto il lavoro sulla memoria che si è progressivamente sviluppato nell’archivio di Memorial e nel database unico delle vittime del regime, in mostre, nel Concorso nazionale per le scuole «L’uomo nella storia del XX secolo», nel programma «Ultimo indirizzo» che ricorda pubblicamente, con targhe apposte alle case, i nomi delle vittime della repressione, e così via.

Poco più di un anno fa abbiamo presentato insieme, nella sede moscovita di Memorial, il database dei cattolici vittime di repressioni in URSS, e nell’agosto scorso, quando già si trovava da alcuni mesi nell’istituto dei tumori in cui è morto, aveva lanciato l’idea di una ricerca sulla rinascita della Chiesa ortodossa a partire dalla lettera aperta scritta dai sacerdoti Jakunin ed Ešliman al patriarca del 1965.
C’è un episodio emblematico della sua posizione di instancabile ricerca personale, che evidentemente l’ha segnato perché gliel’ho sentito raccontare e l’ho letto più volte nei suoi scritti: il suo incontro con Evgenija Otten, passata attraverso quasi vent’anni di lager per aver partecipato a confraternite religiose negli anni ’20 e poi come moglie di un ufficiale fucilato nel 1937. Quando si recò a intervistarla per raccogliere dati storici, la vecchietta gli chiese a bruciapelo: «Lei crede in Dio?». A distanza di anni da quella conversazione, ricordo ancora Roginskij – non credente – allargare le braccia come davanti a una domanda tuttora aperta, bruciante: «Non ho saputo trovare una risposta…».

Arsenij Roginskij nel 2012, al convegno di Russia Cristiana.


La responsabilità di serbare la memoria

Come si diventa «dissidenti», ovvero qual è la svolta che porta – nel suo caso – un giovane storico e archivista, laureato alla prestigiosa e relativamente libera università di Tartu sotto la guida di Lotman, a non accontentarsi più di battute ironiche sul sistema e a non voler più distinguere tra «noi» e «loro», ma ad esprimere fattivamente una posizione indipendente assumendosene tutti i rischi? Proprio in Uomini liberi, in un ampio racconto autobiografico Roginskij delinea la sua «via al dissenso» e le ragioni delle sue scelte.

Le circostanze sono per ognuno diverse, ma il problema di fondo, come lo definisce Roginskij nel suo racconto, è che «nella vita di ciascuno, probabilmente, ci sono dei momenti in cui si capisce che non è possibile continuare a vivere così». Non semplicemente una questione di schieramenti politici, di correnti di pensiero, ma l’insostenibilità umana della menzogna eretta a sistema, che per Roginskij coincise, nel 1973, con l’arresto di un caro amico, Garik Superfin.
In primo piano, nel racconto di Roginskij, non c’è però la rabbia per il torto subito da Superfin e neppure per le repressioni di cui fu vittima suo padre, un ingegnere di Leningrado dapprima deportato nel Nord (dove Arsenij nacque nel marzo 1946), e poi nuovamente arrestato e morto in prigione nel 1951 (fino al 1955 la famiglia rimase all’oscuro della sua sorte, e la moglie continuò per anni a scrivergli e ad inviargli pacchi): «Le ingiustizie del sistema sovietico si potevano ancora tollerare. Mio padre era morto per i loro buoni servigi. Lo sapevo e in qualche modo riuscivo anche a capirlo…». Ciò che Arsenij ricorda come oltraggioso è la «menzogna stridente» del sistema, incarnatasi per lui ragazzo nel certificato di morte del padre che gli mostrò sua madre, e in cui si parlava di «decesso per infarto», quando era evidente a tutti che cosa gli fosse realmente successo. «Se lo Stato mente, mente spudoratamente nei documenti ufficiali, bisognava ricercare la verità e metterla in salvo».

Per il giovane Roginskij la molla decisiva è – di fronte al tentativo del sistema di occultare la realtà – l’esigenza di tutelare, salvare la parola libera che ancora non era andata perduta ed esisteva nel paese sotto due forme: i documenti che circolavano clandestinamente – il samizdat – e i testimoni oculari di un’intera epoca: «Capivo che tutto questo poteva andare irreparabilmente perduto. E come storico, archivista, sentivo la necessità di conservare ad ogni costo tutto ciò che in qualche modo era giunto fino a noi. Per me, in questo senso, il dissenso è nato da un’esigenza puramente professionale». Ben sapendo a che cosa poteva andare incontro. Ma «l’importante era impedire alla storia di sparire. La sensazione che intere epoche scomparissero irreparabilmente, che se ne perdesse ogni traccia, ebbene, questa per me era la cosa intollerabile».

Il personaggio è ben descritto dalla sua «Ultima parola al processo», conclusosi il 4 dicembre 1981 con la condanna a 4 anni di lager per il suo lavoro sull’almanacco storico «Memoria» (Pamjat’). In un testo di questo genere, pronunciato dopo mesi di carcere istruttorio trascorsi in una cella di 8 mq per 9 persone, con la prospettiva di anni di reclusione, ci si aspetterebbe uno sfogo di rabbia, o magari il tentativo di confutare le accuse e di far valere la propria innocenza… No, tutto ciò – dice Roginskij al processo – ci «porterebbe lontano da problemi ben più importanti e per molti, forse, meno evidenti». «Questi problemi – prosegue l’imputato – sono riconducibili al rapporto tra studioso e archivio, alle possibilità per lo studioso di accedere agli archivi e alle sue condizioni di lavoro al loro interno».
Seguono pagine di lucida e dettagliata analisi di questo problema, alla cui base c’è la grave «amnesia» di cui soffre la società, che nel 1976 aveva appunto spinto Roginskij e altri amici a creare e diffondere «Memoria» per «salvare dall’oblio tutti i fatti e gli eventi storici condannati a scomparire, soprattutto i nomi delle vittime, delle persone vessate, calunniate; ma anche quelli dei carnefici, dei delatori, dei denigratori». Consultare gli archivi è tutt’altro che un’occupazione da topo di biblioteca, è la possibilità di scavare nel passato vicino o lontano per restituire un volto, un’identità a uomini e fatti che ci aiutano, a loro volta, a ritrovare noi stessi. Come avrebbe detto trent’anni dopo, nel 2013, ricevendo a nome di Memorial il premio «Pax Christi International»: «È proprio la responsabilità civile per la propria storia, e non le grandi conquiste e le grandi catastrofi come tali, a rendere pienamente nazione, cioè società civile, un popolo».

La scelta dei redattori di «Memoria» è rigorosa fin dall’inizio: la sfera dell’opinabile, le costruzioni ideologiche, «la pubblicistica su temi storici, i dibattiti sull’intelligencija e la rivoluzione, su torti e ragioni, su buoni e cattivi non facevano per noi – avrebbe successivamente ricordato Roginskij. – Non ci interessava la storia infarcita da cima a fondo di falsità che ci proponevano, ma un’altra storia, quella reale, le cui tracce erano occultate in archivi statali a noi inaccessibili, e forse in parte anche distrutti. Ma sapevamo anche che, nonostante tutti i sotterfugi, qualcosa resta sempre in superficie, e capivamo che la nostra forza erano gli archivi personali e le testimonianze orali. Per noi la cosa fondamentale era la voce del testimone. Indipendentemente dal fatto che fosse “di destra” o “di sinistra”, comunista o monarchico, ortodosso o battista. Purché la storia che raccontava ci sembrasse importante e veritiera». Raccogliere testimonianze era «una droga pura… Una cosa che ci interessava al punto che non riuscivamo a distogliercene. Proprio questo “interesse” è tra i motivi principali del nostro lavoro, questo l’hanno detto in tanti».
E qui viene forse uno dei nodi più interessanti del metodo di Roginskij e del dissenso stesso – la scoperta che la conoscenza nasce dall’incontro con la realtà nella sua concretezza, con le storie particolari di cui è fatta la grande storia: «Nonostante il nostro rifiuto quasi programmatico di ogni “concettualismo”, avevamo una gran voglia di capire perché il processo postrivoluzionario nel paese avesse assunto proprio queste caratteristiche. Perché c’era stata tanta violenza, inganno e autoinganno? Da dove veniva tutto questo – dal sistema precedente o dai metodi di governo della società russa? Dalla dottrina bolscevica? E così via. Certo, di questo molti avevano detto da tempo molte cose giuste, ma noi non volevamo limitarci a leggerle, volevano farne noi stessi esperienza».

Nel 2012, in visita al Sacro Monte di Varese.

Sei «un progetto sociale vivente»
Glielo aveva detto qualche mese fa, andando a trovarlo in ospedale, Aleksandr Auzan, decano della facoltà di economia all’Università Statale di Mosca, intervenuto alla serata del 17 gennaio: «Sei un progetto sociale vivente». Nel senso che la scelta di occuparsi di Memorial – agli inizi degli anni ’90, quando a un uomo della levatura di Roginskij poteva aprirsi una brillante carriera politica o accademica – è stata soprattutto una scommessa sulla società civile e la sua possibilità di rinascere in un paese dove si era fatto di tutto per sradicarla.
Del resto, un’altra caratteristica di Roginskij era di non atteggiarsi mai a protagonista, di essere piuttosto un coordinatore, un collettore di forze vive. Già a proposito di «Memoria» osservava: «Non è giusto immaginarsi il nostro come il lavoro di una redazione clandestina fatta di quattro leningradesi e quattro moscoviti. L’idea iniziale apparteneva effettivamente a poche persone, ma quando si cominciò a discuterne un po’ più ampiamente risultò subito chiaro che non la sentivamo solo noi, e che molti erano pronti a prendervi parte. E vi presero parte, certo in misura diversa e ciascuno secondo le proprie possibilità. In altre parole, ne risultò quello che nel gergo contemporaneo si chiama “progetto sociale”».

A questo «progetto sociale», nel tempo, Roginskij ha sacrificato tutto, anche la passione per la ricerca storica: «Per me (e non solo per me, certamente) lavorare all’almanacco “Memoria” non era semplicemente studiare la storia, scoprire documenti. Era il nostro pezzettino di impegno civile e di posizione civica; una cosa naturale, assodata, che non mettevamo neppure in discussione. Poi, tra la fine anni ’80 e l’inizio ’90, ho capito, o meglio ho sentito che adesso occorreva dedicarsi non tanto alla storia e alle pubblicazioni (anche se, certo, il mio interesse non è mai venuto meno!), quanto a un soggetto per me del tutto nuovo, come per tutti noi allora, che era Memorial». A venticinque anni di distanza, nel suo racconto Roginskij conclude: «Per me formare e far funzionare questo senso civico in Russia è un compito sicuramente non meno prioritario dei compiti storico-culturali legati alla memoria. E quale sia la strada più giusta – attraverso la società civile verso la memoria oppure attraverso la memoria verso la società civile – lo si vedrà».

APPROFONDIMENTI
• Per gli abbonati: La presentazione del primo numero di «Memoria» («Russia Cristiana», 4/1977)


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