Portale di informazione indipendente

Fratel Alberto il rivoluzionario

Tra un umile fraticello polacco e Lenin, deus ex machina della rivoluzione, chi è il vero rivoluzionario? Il servizio ai fratelli, capace di annullare le barriere sociali contro l’idea bolscevica, intrinsecamente paternalista e borghese.

Adesso tutta questa rabbia deve esplodere.
Specialmente se è grande.
E durerà, perché è giusta

La storia di fratel Alberto (al secolo Adam Chmielowski), detto il san Francesco polacco, è già nota, ben raccontata tra gli altri da padre Antonio Maria Sicari nel suo Quindicesimo libro dei ritratti dei santi[1], ma sullo sfondo del centenario della «rivoluzione sociale» russa la sua umiltà francescana si staglia in tutta la sua vera potenza. Nato nel 1845 a Igołomia, a una ventina di chilometri da Cracovia, come molti giovani polacchi della sua generazione partecipa all’insurrezione del 1863 contro l’impero russo, venendo gravemente ferito; fatto prigioniero dall’esercito nemico, subisce l’amputazione di una gamba (a ricordo della dolorosa operazione porterà una pesante protesi metallica per il resto dei suoi giorni). Riesce ad evitare la condanna a morte solo grazie a un’avventurosa fuga all’estero, e si stabilisce prima a Parigi, poi a Gand e a Monaco, dove frequenta l’Università e le Scuole di Belle Arti, dimostrando una grande predisposizione per la pittura.

Tornato in patria dopo un’amnistia, diviene ben presto pittore di grido e frequentatore dei salotti letterari; e tuttavia, il repentino successo non è sufficiente a tacitare le molte inquietudini che lo agitano. La sua carriera in ascesa mal si concilia con le sofferenze che vede attorno a lui, la sua risposta d’artista non sembra adeguata alla povertà e al disagio di buona parte del suo popolo. Così, dopo un periodo di depressione, decide di entrare nell’ordine terziario dei Francescani con il nome di frate Alberto e inizia a occuparsi dei poveri di Cracovia. Vende molti dei suoi quadri, si dedica alla carità anima e corpo, ma neppure questo sembra bastare a scacciare le sue inquietudini. Decisiva nel riconoscimento della sua vocazione è la visita a uno degli ospizi comunali della città, in cui viene duramente colpito dalle terribili condizioni di vita in cui versano i ricoverati, in particolare dalla loro solitudine ed emarginazione; più ancora, lo sconvolge il loro odio per i «benefattori», i gentiluomini che solo di tanto in tanto si affacciano alla porta per gettare le briciole della loro benevolenza. Tanto grandi sono la miseria e solitudine di quegli emarginati, tanto inconsolabili la disperazione e l’umiliazione della loro umanità ferita, che egli, intuendo in loro il suo stesso vertiginoso bisogno esistenziale, decide di non limitarsi a un aiuto materiale, ma di farsi loro compagno e «fratello», ad immagine dell’Ecce Homo – il Cristo kenotico, Divina Miseria che si umilia fino a toccare il fondo per abbracciare e redimere la miseria umana – che già da artista lo aveva tormentato, ispirandogli un quadro per lungo tempo rimasto incompiuto.

Ecce Homo, part., 1881.

Si stabilisce così nell’ospizio in pianta stabile, condividendo con gli abitanti le preoccupazioni quotidiane e donando in cambio un abbraccio umano. Con il tempo, Adam riesce a vincere la loro diffidenza, e grazie al suo impegno le condizioni dell’ospizio migliorano, i locali vengono ripuliti e ampliati, viene costruita una cappella, organizzati momenti educativi e ricreativi. Cosa ancora più importante, molti altri – anche tra i poveri – decidono di imitare il suo esempio: si forma una comunità di benefattori e bisognosi che vivendo insieme, danno vita all’ordine dei frati Albertini, a cui seguirà anche una congregazione femminile. Vengono aperti nuovi ospizi, e realtà come quelle di Cracovia iniziano a formarsi in tutta la Polonia. Adam muore nel 1916, mentre nella vicina Russia si addensano già le nubi minacciose dell’imminente rivoluzione; beatificato nel 1983, viene canonizzato da Giovanni Paolo II il 12 novembre 1989 insieme ad Agnese di Boemia, due canonizzazioni che, in concomitanza con le grandi trasformazioni politiche in atto in quel periodo, assumono un carattere simbolico.

L’incontro con Lenin e Fratello del nostro Dio
Tra le tante vicende degne di nota della sua vita, ce n’è una che assume un significato particolare: negli atti del processo di canonizzazione si fa menzione di un incontro con Lenin – in quell’epoca in esilio in Polonia – avvenuto presumibilmente nei pressi di Zakopane tra il 1914 e il 1916, in cui i due avrebbero discusso dei problemi sociali più impellenti. E sembra che in quell’occasione Lenin abbia ammesso che in Polonia c’erano due soli veri rivoluzionari: «lui e quel fraticello»[2]. Non ci sono testimonianze scritte dell’incontro, non sappiamo quanto sia durato e cosa esattamente si siano detti: non possiamo però fare a meno di pensare che la visione rivoluzionaria di Lenin si sia scontrata con quella del «fraticello», la cui opera di trasformazione sociale non passava dalla rivolta armata, ma dalla condivisione dei bisogni e dall’immedesimazione con la bellezza misteriosa dell’Ecce Homo, unica forza davvero capace di trasfigurare i cuori e la società.

A prescindere dal contenuto reale del colloquio, è interessante soffermarsi sui frutti che esso ha avuto, grazie alla penna di un giovane sacerdote di Cracovia, Karol Woityła, il cui destino sembra legato a doppio filo a quello del «san Francesco polacco». Com’è noto infatti, la figura di Chmielowski esercitò sempre un grandissimo ascendente sul pontefice: nel 1963, in occasione del centenario dell’insurrezione, Woityła aveva pronunciato un discorso dedicato a Chmielowski e al carmelitano Kalinowski, pubblicato poi con il titolo I due insorti, in cui metteva in evidenza il legame tra la loro partecipazione all’insurrezione e il cambiamento sociale che Dio avrebbe operato successivamente per loro tramite; dieci anni dopo, aveva personalmente scritto la prefazione a un libro sul francescano[3]; ma soprattutto, ancora giovane, gli aveva dedicato una delle sue opere teatrali più celebri, Fratello del nostro Dio – composto tra il 1945 e il 1949. E proprio in Fratello del nostro Dio il memorabile incontro tra Chmielowski e Lenin assume un’importanza preponderante, divenendo seria riflessione sulla violenza rivoluzionaria e sul rapporto tra il popolo e i rivoluzionari di professione, oltre che occasione per esporre la concezione sociale che animerà la successiva Ostpolitk del pontefice: l’idea che le dinamiche storico-politiche che cambiano la storia sono la conseguenza di un cambiamento umano.

Ospiti del primo ospizio.

Nella pièce di Woityła la figura di Lenin viene suggerita da un personaggio chiamato significativamente «lo Sconosciuto»; questi, visibilmente contrariato dal lavoro di Adam con i poveri, lo accusa di dissipare le loro energie vive, la giusta rabbia che li scuote fin dalle viscere, di narcotizzare il popolo con una carità sentimentale, buona solo per mantenerlo schiavo; a suo modo di vedere, questa rabbia, il senso di offesa e di umiliazione che agitano il popolo, non devono essere mortificati dalla carità, ma convogliati nella grande corrente della forza rivoluzionaria: «Diffidate degli apostoli della misericordia – grida alla folla attonita dei diseredati – la misericordia per voi è umiliante, tutto vi spetta di diritto!». È l’eco dello stesso sentimento di rivalsa che alberga anche in alcuni occupanti dell’ospizio: «Perché qualcuno può portare un bel vestito e io non ho niente?» o «Dire oggi “povero”, “pezzente” è come sputare in faccia. Noi siamo pezzenti di professione. Noi siamo vittime dell’ordine, o del sistema, se preferisce». È l’ira che si fa strada di fronte alle innegabili ingiustizie della società, e che pretende giustizia. E tuttavia, durante l’accorato discorso, si fa sempre più evidente che lo Sconosciuto è un estraneo, ben lontano dal quel popolo che ha eletto a sua platea. I poveri lo ascoltano ma non lo capiscono, notano solo che «è ben vestito, ben nutrito, pasciuto», che è un altro «benefattore»; è appunto lo Sconosciuto, colui che vive in un altro piano esistenziale, che non condivide la sorte del popolo, e non ne porta i pesi; parla di povertà, ma non la conosce, vuole usare la giusta ira del popolo per conseguire un’idea più grande, ma così facendo lo rende l’oggetto astratto di una preordinata teoria, e non un soggetto reale da incontrare. Il suo è un sogno, la libertà che predica è una libertà futura che non ha però nessun vero legame col presente. E la fine del comizio è tragica per lui: «È facile parlare così – gli ribattono gli occupanti dell’ospizio – ma prova a diventare uno di noi! Tanta è la strada che ci separa da te, tanta è la strada che ti separa da noi!» e tutto si risolve in un’accusa ai diseredati, che non sono abbastanza consapevoli, non sono maturi: sono la «pula» della rivoluzione.
Anche Adam non è estraneo a questa rabbia, ne è anzi in un certo qual modo partecipe: la società ingiusta esige giustizia, i torti perpetrati esigono riparazione. «Voi volete di più – dice ai suoi poveri – e quello che volete è giusto, molto giusto. È giusto che vogliate uscire da questa morta palude». Lui per primo aveva partecipato a un’insurrezione in gioventù, lui per primo aveva abbandonato il mondo della bohème polacca per aiutare i poveri e cambiare la società; ma la sua strada rivoluzionaria è un’altra, e non si esprime nel colmare un vuoto con parole sapienti e teorie, ma in una familiarità condivisa, capace di creare vera unità e comunione. La libertà che lui predica è già presente e sperimentabile, comprensibile anche per degli “accattoni ignoranti”. Ed emblematica è la battuta con cui si chiude il sipario, mentre già si sentono in lontananza i primi echi della rivoluzione: «Questa ira durerà, perché è giusta – dice Adam -, ma io sono certo di avere scelto una libertà più grande».

Nell’incontro tra Adam e il cripto-Lenin, Woityła tratteggia di fatto il dramma della rivoluzione bolscevica (e di molte altre su questa terra): quello di un tentativo che, nonostante i paludamenti democratici e gli appelli egualitari, rimane nelle sue intime viscere borghese, estraneo alla verità intima del popolo e della nazione, e perciò incapace di generare vero cambiamento. Al contrario, scrive padre Janusz Pasierb, «Adam è un rivoluzionario perché capovolge l’ordine sociale, ne distrugge la stratificazione stabilita da secoli, e una volta per sempre abbatte le divisioni»[4] ; cancella l’abisso tra «benefattori» e «beneficati», stabilendo così le basi di una nuova convivenza sociale, un albore di quella Gerusalemme Celeste in terra che costituisce l’inconscio obiettivo di ogni rivoluzione. Dall’intimità di Adam con i suoi poveri si generano «cieli nuovi e terra nuova», la sua dedizione non si riduce a pratica pietistica, ma a scintilla capace di far detonare il mondo intero.

In virtù di quanto detto, è facile comprendere perché Giovanni Paolo II abbia guardato a Chmielowski con particolare benevolenza; pensando alla sua Polonia soggiogata, non poteva non tornare con la memoria all’esperienza di liberazione testimoniata dal santo, non poteva non lasciarsi ispirare dalla sua vicenda e da quell’incontro che, con la bravura della sua penna, rende paradigma universale di tutta la storia umana. Ed è forse questa l’idea che aveva in mente nel suo più tardo appello «Spalancate le porte a Cristo», gridato alle potenze del mondo e alle nazioni; ed è forse questo ciò che aveva in mente anche nella preghiera lanciata ai cieli nella vigilia di Pentecoste del 1979, forse il suo miglior proclama rivoluzionario: «E io grido da tutto il profondo di questo Millennio, grido alla vigilia di Pentecoste: Scenda il Tuo Spirito! Scenda il Tuo Spirito! E rinnovi la faccia della terra! Di questa terra! Amen».

NOTE
[1] Cfr. A.M. Sicari, Il quindicesimo libro dei ritratti dei santi, Jaca Book 2017, pp. 57-72.
[2] Ibidem, p. 71.
[3] Cfr. D. Rescaldani, Adam Chmielowski «Fratello del nostro Dio», in «L’Altra Europa» n. 6/1989-, p. 39.
[4] J. Pasierb, Misericordia e ira nel dramma «Fratello del nostro Dio», in «L’Altra Europa» n. 6/1989, p. 51.


key-words: Polonia, Wojtyła, Lenin, Giovanni Paolo II

Foni



Articoli correlati
Accuse a Wałęsa: lui incassa e rilanciaSocietàL’Istituto polacco della Memoria Nazionale ha presentato il contenuto di alcuni fascicoli che proverebbero che l’ex-leader di Solidarność ha collaborato con la polizia politica comunista.
Autore:
Bonaguro Angelo
Josef Zvěřina: un animo inquieto e un cuore spalancatoPersonaggi del dissensoUn sacerdote teologo ceco, capace di riportare il cristianesimo tra la gente e nella cultura.
Autore:
Bonaguro Angelo
Bucarest in piazza… È la post politicaSocietàMezzo milione di romeni in piazza contro la corruzione. È la crisi della politica, la società civile cerca vie dirette. Ma la delegittimazione di ogni potere costituito apre vuoti minacciosi. Un vuoto che ricorda il febbraio 1917 in Russia.
Autore:
Dell'Asta Marta
Miloslav Vlk: sono felice della mia vitaTestimoniSarà celebrato sabato prossimo nella cattedrale di Praga il funerale del cardinale Miloslav Vlk (1932-2017), scomparso il 18 marzo dopo un rapido aggravarsi delle sue condizioni di salute.
Autore:
Bonaguro Angelo
Don Titus, il beato slovacco «martire per le vocazioni»Testimoni«Martire per salvare le vocazioni»: è questa in sintesi la testimonianza di fede del sacerdote salesiano slovacco Titus Zeman, che durante l'epoca comunista fece espatriare molti religiosi a bordo di un canotto, e che sarà beatificato a Bratislava.
Autore:
Bonaguro Angelo
Il dissenso: coscienza critica della rivoluzioneStoriaI cambiamenti epocali prodotti dalla Rivoluzione d’ottobre hanno investito l’uomo, e il fenomeno del dissenso è stato un vero passo di liberazione. A partire dall’uomo. Un dialogo in margine alla mostra “Russia 1917”: il caso del dissenso ceco.
Autore:
Maletta Sante