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Don Titus, il beato slovacco «martire per le vocazioni»

«Martire per salvare le vocazioni»: è questa in sintesi la testimonianza di fede del sacerdote salesiano slovacco Titus Zeman, che durante l'epoca comunista fece espatriare molti religiosi a bordo di un canotto, e che sarà beatificato a Bratislava.

Con don Titus salgono a cinque i martiri slovacchi che la Chiesa ha voluto indicare ufficialmente ai fedeli e che rappresentano i «portavoce» di altre migliaia di «persone destinate alla liquidazione» – come venivano chiamati dal regime – che hanno sofferto durante il totalitarismo comunista.
Nato a Vajnory, a nord di Bratislava, il 4 gennaio 1915, Titus entra da ragazzino nell’Istituto Salesiano di Šaštín, il santuario nazionale slovacco dove i membri dell'Ordine torinese si erano stabiliti dal 1924. (…)
Il regime comunista insediatosi ufficialmente nel febbraio 1948 mal sopporta la presenza della Chiesa considerata la longa manus del Vaticano, «potenza straniera», e tanto meno l'attività formativa dei salesiani a contatto con i giovani, che si vorrebbero invece «rieducati» secondo l'ideologia comunista.
(…) Per salvaguardare la vocazione dei giovani salesiani rimanevano solo due possibilità: «La cura della loro crescita spirituale e la preparazione di ordinazioni sacerdotali clandestine, azioni possibili anche nei luoghi di concentramento (…), [dove] molti chierici ebbero la possibilità di studiare e sostenere esami in segreto presso i sacerdoti più anziani. (…) Il secondo modo fu quello delle fughe illegali verso Occidente, dove i chierici avrebbero potuto completare la loro formazione».
Ed è a questo punto che si inserisce la figura di don Titus.

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