Portale di informazione indipendente

Quelle prime poesie in piazza Majakovskij

Il 28 luglio 1958 a Mosca fu inaugurato il monumento al poeta Vladimir Majakovskij. Dopo la cerimonia ufficiale, qualcuno dal pubblico si mise a leggere le proprie poesie. Fu uno squarcio nel grigiore sovietico, il samizdat riprendeva a vivere.

Tra le riviste sovietiche conservate presso la biblioteca della Fondazione Russia Cristiana vi sono varie annate del Molodoj Kommunist, un mensile rivolto alla gioventù comunista. Tra queste, il numero 2 del 1962 ospita l'articolo L'arrogante nullità che, al di là del titolo e dello stile tipico dell'epoca, rappresenta una delle poche testimonianze della stampa ufficiale su quanto stava accadendo in piazza Majakovskij a Mosca dall'estate del 1958: una gran quantità di persone, soprattutto giovani, si riunivano di sera a declamare poesie e a discutere, pubblicamente e con relativa libertà.
Erano «i ragazzi di piazza Majakovskij», come li abbiamo ribattezzati nel 2002 ricordando la loro storia nell'omonima mostra presentata al Meeting di Rimini.

Il 28 luglio 1958 a Mosca fu inaugurato il monumento al poeta Vladimir Majakovskij. Durante la cerimonia i poeti ufficiali lessero i loro versi alla presenza del ministro della cultura Michajlov, ma poi al termine ci fu il fuori-programma di coloro che, tra il pubblico, si misero a leggere le proprie poesie. La serata poetica improvvisata piacque a molti, e ci si accordò per proseguire regolarmente gli incontri alla «Majakovka» o al «Faro» (dalla radice del cognome del poeta, majak= faro).
Il monumento a Majakovskij – scrive Ljudmila Polikovskaja[1] – divenne in quegli anni il punto di attrazione per molti, per chi sperava che dopo il XX congresso del PCUS il «disgelo» influenzasse anche la politica culturale, o per i critici del regime, perlopiù giovani. Majakovskij era una figura sacra sia per il regime, che lo presentava come «propagandista» e vate, sia per la giovane generazione per la quale rappresentava invece un poeta ribelle e anticonformista.

Ospiti da Majakovskij
Il 13 agosto 1958 sul Moskovskij komsomolec i lettori trovarono l'articolo Ospiti da Majakovskij in cui si dava conto dei primi raduni già nei giorni successivi all'inaugurazione del monumento. «Nella folla i ragazzi hanno notato la sorella di Majakovskij, alla quale hanno chiesto di parlare della giovinezza del poeta, e dei suoi primi tentativi artistici… I convenuti hanno poi deciso di rivolgere, tramite la stampa, a tutti i giovani moscoviti che amano l'opera del poeta la proposta di darsi appuntamento al monumento il 19 di ogni mese, alle 19».
Iniziava qualcosa di impensabile nel cuore della capitale del socialismo: serate poetiche e discussioni informali, ma non solo. Col passar del tempo divenne il punto di raccolta e distribuzione di samizdat artistico-letterario: foglietti, quaderni, libretti fatti in casa, fino alle prime «riviste».
Il 21 settembre lo stesso quotidiano riportava una descrizione a suo modo positiva di quei primi raduni al Faro. «Fino a notte inoltrata risuonano versi, vi si svolgono dibattiti infuocati… Uno dopo l'altro si alternano sul piedestallo ragazzi e ragazze, studenti, operai, impiegati… Non si è trattato semplicemente di inaugurare un monumento a Majakovskij: in queste sere stiamo assistendo a una “nuova inaugurazione" del poeta e della poesia stessa». Il finale dell'articolo tuttavia conteneva già in nuce l'idea che non si poteva lasciare l'iniziativa in mano alla piazza ma che in qualche modo occorreva sorvegliarla, convogliarla, istituzionalizzarla.

Vsevolod Abdulov (1942) era uno studente del Teatro d'arte, uno dei primi che si mise a leggere i versi dei poeti considerati «ai margini» della cultura sovietica: l'Achmatova, la Cvetaeva, Gumilev, Pasternak. «Una volta, al Faro, ci fu il tutto esaurito: la piazza era strapiena e, contrariamente al solito, si leggevano testi da tutti e quattro gli angoli. Anch'io avevo letto qualcosa. Mi si avvicinarono dei poliziotti: “Su, andiamo!”. Non perché avessi letto un testo particolarmente sovversivo, ma semplicemente funzionava così: quella volta era toccato a me. Mi condussero alla sede della polizia, alla fermata della metro, dove c'erano agenti del KGB. “Perché legge in piazza? Lo faccia anche per noi!”. Mi misi a leggere, ma in quel momento trascinarono dentro alcuni ubriachi e cominciarono a prenderli a calci, così in quel contesto cominciai a declamare Majakovskij: “E la vita è bella, e vivere è bello!”. Non so come sarebbe potuto andare a finire, ma per mia fortuna qualcuno in piazza era salito sul basamento e si era messo a gridare: “Qui c'era un ragazzo con il cappello da sciatore che stava leggendo, e l'han portato via!” – tutta la folla si mise a protestare chiedendo la mia liberazione… In genere ci guardavamo le spalle a vicenda molto attentamente, ed eravamo pronti ad aiutarci reciprocamente… All'inizio le autorità non si permettevano di fare il bello e il brutto tempo: picchiare, tanto più in presenza di testimoni, negli anni '60 ancora non era possibile».
Leonid Prichožan (1938) invece faceva parte del komsomol, ma fu talmente colpito da quanto succedeva al Faro che cercò di organizzare un club letterario informale nelle strutture giovanili del partito. «Un giorno il capo del nostro settore operativo cittadino mi convocò e mi disse: “In piazza Majakovskij si ritrovano sempre dei ragazzi a leggere poesie, ci sono anche degli stranieri. Vai un po' a vedere di cosa si tratta”. Ci andai, mi piacque molto, e riferii: “Dei giovani stupendi leggono versi altrettanto stupendi! Ci tornerei volentieri”. “E allora vacci!”. Era chiaro che nei piani alti del partito, a livello cittadino, erano interessati al Faro».

Jurij Galanskov (1939-1972, a sin.) e Vladimir Bukovskij (1942).

Un invito «alla verità e alla rivolta»
In questo periodo iniziale, prima che si imponessero le figure di Jurij Galanskov (1939-1972), Vladimir Bukovskij (1942) e Aleksandr Ginzburg (1936-2002), c'erano quattro giovani poeti che dominavano la piazza: Apollon Šucht (1941), Michail Kaplan (1943), Anatolij Ščukin (1940), Vladimir Višnjakov (1941). A loro si aggiungeva la «star» delle poetesse, Alisa Gadasina.
Jurij Golovatenko (1934-1976) invece è uno di quei poeti in erba di cui sappiamo poco: morì giovane senza aver potuto pubblicare nulla, ma nella storia letteraria del samizdat verrà annoverato per l'unica poesia che si è conservata, intitolata Ah, il romanticismo, l'azzurra foschia:

Ah, il romanticismo, l'azzurra foschia,
e l'ardente cuore di Danka…
Scorreva il sangue, scorreva l'acqua
nei sotterranei della Lubjanka.

Ah, il romanticismo, l'azzurra foschia…
I sovietici a Budapest con i loro tank.
Scorreva il sangue, scorreva l'acqua
nei sotterranei della Lubjanka.

Ah, il romanticismo, l'azzurra foschia…
L'animo nostro sfilacciato arranca.
Scorreva il sangue, scorreva l'acqua
nei sotterranei della Lubjanka.

Il più carismatico dei declamatori era Jurij Galanskov: «Quando saliva sul basamento – scrive Polikovskaja, – la piazza rimaneva incantata. Non perché i suoi versi fossero geniali, ma perché erano proprio le parole audaci che il pubblico si aspettava, con le quali era d'accordo il giovane pubblico che non voleva ripetere gli errori dei padri». Il suo Manifesto umano, scritto nel 1960 e pubblicato sulla rivista samizdat «Feniks», fu tra i testi più letti al Faro:

«…Ci siamo abituati a vedere
passeggiando lungo le vie nelle ore libere
volti imbrattati dalla vita, proprio come i vostri.
E ad un tratto, come rombo di tuono e come la venuta nel mondo di Cristo
insorse, calpestata e crocifissa
la bellezza umana.
Sono io che vi invito alla verità e alla rivolta, che non voglio più servire,
e spezzo le vostre nere pastoie intessute di menzogna…».

«Noi lo percepivamo – ha commentato Bukovskij – come la sinfonia della rivolta, un invito a spezzare le pastoie. …L'unica possibilità di vivere, l'unica alternativa: le letture in piazza Majakovskij, effettivamente, come un faro attiravano e richiamavano tutte le cose migliori e originali che c'erano allora nel paese. Era proprio quello che tanto a lungo avevamo desiderato… E tutto questo veniva letto nel centro di Mosca dove soltanto 7, 8 anni prima per simili parole, bisbigliate, t'avrebbero dato 10 anni senza tanti discorsi».

Il Faro era un territorio condiviso tra vari gruppetti, ciascuno alla ricerca della propria strada, e spesso ciò che avveniva pubblicamente in piazza proseguiva poi negli appartamenti del quartiere. Uno in particolare, dove viveva Alena Basilova (il cui nome è legato soprattutto alla nascita della rivista clandestina SMOG) con la vecchia madre, poetessa e cantante, e la nonna Alisa, un tempo amica di Majakovskij, era chiamato non per niente «Majakovka 2».

Il periodo tra l'autunno del 1960 e l'estate del 1961 fu quello più attivo. Arrivò Bukovskij con i suoi amici, poi Eduard Kuznecov (1939) e Viktor Chaustov (1938). I versi declamati erano sempre più audaci, alcuni giovani comparivano come ospiti non invitati in eventi culturali ufficiali o intervenivano sulla stampa, sorprendendo il pubblico e scompaginando l'ordine costituito. I dibattiti che proseguivano negli appartamenti assunsero un tono sempre più «sovversivo», sfociando nella critica politica. Il regime non avrebbe potuto tollerare a lungo questo stato di cose.



I guai col regime
Inizialmente la tattica adottata dalle autorità moscovite fu quella di tentare di «assorbire» l'attività informale, offrendo spazi ufficiali alternativi. Poi subentrarono gli «organi». In un'informativa dell'aprile 1961 il tono è ben diverso dai resoconti stupiti, a volte sarcastici e in fondo un po' invidiosi, delle fonti ufficiali che abbiamo citato: «Il 14 aprile in piazza Majakovskij un gruppo composto da una cinquantina di giovani ha organizzato la lettura dei propri versi, alcuni dei quali avevano un evidente carattere antisovietico. In questo modo, per aver letto versi che calunniano la nostra patria e il nostro popolo, e per azioni di teppismo sulla medesima piazza, è stato arrestato e condannato a 15 giorni Anatolij Ščukin (…). Inoltre è emerso che il gruppo si definisce organizzazione politica, ha un proprio statuto e i suoi membri pagano una quota. Uno dei punti dello statuto è: libertà di opinione. Orientamento politico: anarco-sindacalista. L'organizzazione edita una rivista dattiloscritta in quindici copie denominata Feniks, dove vengono pubbicati poesie e articoletti di contenuto antisovietico».
L'episodio è raccontato in modo meno ideologico anche da Bukovskij: «Nell’aprile del 1961 sulla piazza ebbe luogo un’autentica battaglia. C’era appena stato il volo di Gagarin, la giornata era stata dichiarata festiva, e una folla di gente mezza ubriaca aveva invaso le strade... L’atmosfera era incandescente, gli agenti erano pronti in qualsiasi istante a gettarsi su di noi. E quando cominciò a leggere Ščukin, essi gridando si gettarono attraverso la folla verso il monumento. …Si accese un combattimento corpo a corpo, molti non capivano che cosa stesse succedendo e si gettarono nella zuffa per divertimento».
Un aspetto interessante di quel 14 aprile ricordato da Vladimir Osipov[2] fu che all'inizio, prima che i poeti si presentassero al pubblico, furono letti i nomi delle vittime delle repressioni staliniane (un primissimo caso di «restituzione dei nomi»! ).

Nell'estate del '61 cominciarono gli interventi mirati del KGB: all'inizio di agosto fu arrestato Il'ja Bokštejn, il 6 ottobre fu il turno di Kuznecov, Anatolij Ivanov, e Osipov. Furono perquisite le abitazioni di Galanskov, Bukovskij e Chaustov. I giovani vennero accusati di diffamare il regime e di voler creare un'organizzazione antisovietica, e le condanne stavolta furono pesanti: Bokštejn a 5 anni di lager, Kuznecov e Osipov a 7, Ivanov finì internato in manicomio criminale.
Condannati i principali «sobillatori», liquidata la «violazione della legalità socialista», non era politicamente vantaggioso per il regime aprire processi a carico di tutti i partecipanti al Faro, fu sufficiente colpirli con il biasimo e la condanna politica nei vari anelli che componevano la catena del potere, con l'espulsione dalle organizzazioni giovanili ufficiali e dalle università, con la denigrazione mediatica. L'arrogante nullità che abbiamo ricordato all'inizio (ripreso sul n. 2/1963 di «Russia Cristiana» nell'articolo Aspirazioni e speranze della gioventù sovietica) ne è un esempio: i ragazzi del Faro «si spingono sempre più avanti nell'odio contro la società e sono disposti a credere ad ogni sorta di calunnie antisovietiche. Come una massa ipnotizzata, essi ascoltano i sussurri velenosi della famigerata Voce dell'America contro il nostro paese… Collezionano con assiduità tutte le menzogne fabbricate contro il nostro popolo, il partito e la gioventù sovietica». I versi di Galanskov sono definiti «il peggior putridume antisovietico», prodotto di «una personalità equivoca ed ambigua» che ha preferito «rimanere nell'ombra» e «imbottire con i suoi versi i cervelli limitati degli amici, istigandoli a dichiarazioni scandalose». L'autore del pamphlet, il critico Leonard Lavlinskij, prosegue nella sua invettiva scrivendo che invece «i giovani sovietici sanno valutare la poesia odierna che dev'essere espressione del nostro grande mondo e non di un salotto di damerini che sa di stantio. Perciò la nostra gioventù non ha accolto questi novelli predicatori, e con fermezza li ha scacciati dalla piazza, anche se per qualche tempo questa feccia ha potuto gironzolare sul posto a diffondere la bava velenosa della demagogia».

Da Majakovskij a Puškin
Accadde però che alcuni «volti imbrattati dalla vita» «insorsero» per la prima volta in difesa dei giovani del Faro con appelli alle autorità. Diversamente da quanto sarebbe accaduto nei decenni successivi, questi testi erano stilati in pochissimi esemplari e non vennero diffusi tramite samizdat né trasmessi in Occidente. Ingenuamente si appellavano alle conclusioni del XXII Congresso del PCUS, la tesi era che i giovani condannati volevano in fondo la stessa cosa delle autorità: migliorare il sistema, superare gli errori del culto della personalità, ma non erano riusciti a trovare la forma giusta e avevano sbagliato.
Il 6 ottobre 1961 non solo fu «spento» il Faro, ma nella vita di molti si creò una vera cesura: dovettero scegliere se nascondere gli errori di gioventù, rimettersi le «nere pastoie» e vivere nel sistema, o proseguire sulla via della «verità e della rivolta».
Nel giro di qualche anno, piazza Puškin prese il posto del Faro: la prima manifestazione vi si tenne il 5 dicembre 1965, giorno della Costituzione sovietica, e fu battezzato «meeting della trasparenza»[3].
Organizzato dal matematico Aleksandr Esenin-Vol'pin, dal fisico Valerij Nikol'skij e dai coniugi Titov, vi parteciparono anche Galanskov e Bukovskij. La «trasparenza» invocata era riferita al procedimento giudiziario a carico degli scrittori Sinjavskij e Daniel', arrestati a settembre. In piazza si raccolsero circa 200 persone, disperse nel giro di pochi minuti dagli agenti che effettuarono una ventina di fermi.
Negli anni successivi, tra i partecipanti abituali della dimostrazione ci sarebbe stato il fisico Andrej Sacharov, uno dei tanti nomi, noti e meno noti, che animarono il dissenso, «perché la vita è indistruttibile, è più astuta anche dei calcoli all'apparenza più perfetti e lungimiranti» (Ju. Burtin).

NOTE

[1] My predčuvstvie... Predteča... Ploščad' Majakovskogo 1958-1965 (Noi siamo un presagio, i precursori... Piazza Majakovskij 1958-1965 – il titolo riprende un verso di Apollon Šucht), Mosca 1997. La Polikovskaja, scritttrice e storica del dissenso, è scomparsa a Mosca il 26 febbraio scorso.
[2] Osipov (1938), primo «storiografo» del Faro, scrisse di essere stato un «fervente stalinista» che fu però sconvolto dai cambiamenti di rotta del '56. Era convinto di poter migliorare la struttura politico-amministrativa staliniana prendendo a modello il comunismo jugoslavo e le figure politiche di Lenin, Tito e Togliatti.
[3] La «trasparenza» sarebbe stata erroneamente presentata, 30 anni dopo, come un'invenzione di Gorbačev, mentre era già uno slogan del primissimo dissenso.
key-words: giovani, poesia, Faro, Majakovskij


Bonaguro

Articoli correlati
Addio a Neubauer, filosofo del dissensoTestimoniÈ scomparso a Praga, il 5 luglio scorso, il professor Zdeněk Neubauer, scienziato e filosofo che ha lasciato un’impronta indelebile nella storia del dissenso ceco.
Autore:
Bonaguro Angelo
Le avventure dei testi scritti in clandestinitàStoriaLa mostra «Dalla censura e dal samizdat alla libertà di stampa», allestita presso l'Università degli Studi di Milano, è stata un'occasione per conoscere una delle modalità di espressione della grande stagione del dissenso.
Autore:
Bonaguro Angelo
I ragazzi di piazza MajakovskijPercorsi della memoriaTra la fine degli anni '50 e i primi anni '60 un gruppo di ragazzi tenne in scacco l’apparato repressivo del regime sovietico, organizzando una serie di incontri e di letture pubbliche di testi poetici non autorizzati.
La lunga marcia del generale GrigorenkoTestimoniTrent'anni fa moriva il generale Petro Grigorenko (1907-1987), leninista di ferro passato al dissenso, che ha avuto il coraggio di dire a se stesso «ho dato la vita per un falso ideale».
Autore:
Boero Delfina
Havel: «Vivere intensamente» - Diario carcerarioCulturaLa Biblioteca Havel ha pubblicato in fac-simile il diario tenuto dallo scrittore durante la sua prima esperienza carceraria nel 1977. La tentazione del compromesso col regime, la consapevolezza del proprio limite, la riscoperta della responsabilità.
Autore:
Bonaguro Angelo
Irina Ratušinskaja, poetessa della speranzaLetteraturaRiproporre le figure del dissenso non è mai un’operazione rétro ma la verifica che ciò che animava e sosteneva allora quei pochi temerari è vivo e proponibile anche oggi. Per questo ripercorriamo la storia di una giovane poetessa ucraina.
Autore:
Boero Delfina