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Cosa fu il terrore rosso. L’esempio di Kiev

L’omicidio del metropolita di Kiev Vladimir Bogojavlenskij, sconvolse l’opinione pubblica. Dall’indagine di uno storico ucraino, i contorni della nuova mentalità rivoluzionaria, per la quale fare giustizia significava non avere pietà.

«Sapete come conquisterò Kiev?
Prenderò degli anarchici, darò loro bombe e coltelli,
entreranno in città, di notte,
per sgozzare tutti e far saltare in aria tutto …».
(Michail Murav’ëv)


Quella del 7 febbraio 1918 è una data tristemente famosa per la Chiesa ortodossa: durante l’occupazione di Kiev da parte dell’Armata Rossa, un gruppo di soldati fa irruzione nella Lavra delle Grotte, attirato dalle voci su di un fantomatico tesoro che il metropolita Vladimir Bogojavlenskij nasconderebbe nella sua cella. Dopo aver perquisito a fondo l’abitazione dell’anziano vescovo, il gruppetto armato lo trascina fuori dalla Lavra e lo fredda a colpi di fucile, per poi darsi alla fuga. Il fatto, tempestivamente riportato dagli organi di stampa, provoca un vero e proprio shock nell’opinione pubblica, non solo per le modalità brutali dell’atto – l’esecuzione di un uomo anziano e indifeso, senza nemmeno la vaga parvenza di un processo preventivo, – ma anche perché è la prima volta che la «giustizia rivoluzionaria» colpisce un esponente dell’alta gerarchia ecclesiastica. In seguito purtroppo, episodi di questo tipo diventeranno cronaca corrente, e la repressione del clero in quanto classe sociale una pratica sistematica.

Ancora oggi non sono state chiarite fino in fondo le dinamiche della vicenda, né è stato possibile risalire all’identità dei diretti responsabili: le commissioni d’inchiesta costituite all’epoca non portarono a risultati concreti, e col passare del tempo – e con la normalizzazione delle persecuzioni contro gli ecclesiastici da parte del regime sovietico – il nome di Vladimir Bogojavlenskij scomparve dalle cronache. Rimase tuttavia ben vivo nella memoria della Chiesa: il patriarca Aleksij II lo canonizzò come martire per la fede nel 1998.

Alla vicenda ha dedicato un interessante contributo lo storico ucraino Sergej Šumilo: i documenti e le testimonianze ufficiali di cui si serve nel suo lavoro (presi in massima parte dai dossier del Commissariato di Pubblica Accusa della Repubblica socialista russa, prima forma rivoluzionaria dell’istituto della procura) permettono di avere un’idea più precisa del contesto ambientale dell’omicidio, e delle motivazioni che spinsero i colpevoli a un atto così efferato; e la cosa più interessante è che tali testimonianze non provengono da «borghesi» e «controrivoluzionari», ma dagli stessi bolscevichi, attori e testimoni oculari degli eventi di Kiev. A quanto pare, la morte del metropolita – pur non derivando da un ordine esplicito – non fu solo un incidente collaterale, il «colpo di testa» di un manipolo di briganti che avevano disubbidito ai superiori (questa, come vedremo, la linea difensiva adottata dai bolscevichi), ma un vero e proprio atto politico, di cui i capi bolscevichi furono pienamente responsabili. E lo scenario generale che emerge lascia sconcertati per la sua brutalità. Era propriamente il clima del terrore rivoluzionario in una delle sue prime manifestazioni su vasta scala.

L’apocalisse kieviana
L’assassinio del metropolita non fu un fatto isolato, ma l’ennesimo episodio di una serie di violenze che sconvolsero Kiev nel febbraio del 1918. In gennaio infatti, la Central’naja Rada (governo centrale) aveva proclamato l’indipendenza della Repubblica Popolare Ucraina dalla neonata Russia bolscevica. Per tutta risposta, l’Armata Rossa aveva occupato Kiev, instaurandovi un regime di terrore.
Uno dei reparti delle truppe occupanti era comandato da Michail Murav’ëv, ex-socialista rivoluzionario e simpatizzante anarchico, divenuto bolscevico per ragioni di carriera: proprio a lui e ai suoi uomini – che gli stessi bolscevichi rinomineranno poi per dispregio «le bande di Murav’ëv» – sono legati i fatti più sanguinosi dell’«apocalisse kieviana». Di fatto, egli lasciò carta bianca ai suoi soldati, che misero a ferro e fuoco la città, rapinando, saccheggiando, procedendo a esecuzioni sommarie con estrema disinvoltura: «Kiev – scrive Šumilo – fu letteralmente inghiottita dalle tenebre delle rapine, dei pogrom (devastazioni), della violenza, degli omicidi di massa». Si conta che in poco più di tre giorni furono uccise circa 2.500 persone (alcune testimonianze parlano addirittura di 5.000): «Il terrore faceva il suo corso con tutta la crudeltà possibile. Alcune strade erano ingombre di cadaveri (…); ufficiali, cosacchi, e perfino passanti casuali. Rimanevano lì in terra per giorni… Le fucilazioni venivano eseguite da marinai e soldati (…) ubriachi, su ordine di superiori ubriachi… Lo Stato maggiore era costantemente impegnato con casi di furto e ubriachezza. Ciò si spiega anche con il fatto che a Kiev erano stati inviati dubbi elementi: delinquenti comuni e avanzi di galera» (testimonianza di I. Tjagaj, membro dello stato maggiore dell’Esercito rivoluzionario a Kiev).
Monaci e sacerdoti erano ovviamente bersaglio facile: «Mentre mi dirigevo verso il mio ufficio, vidi uno spettacolo terribile: una ventina circa di soldati (…) trascinavano sacerdoti e monaci fuori dalle celle, e perfino dalle chiese, e radunatili in cortile volevano fucilarli. Quella volta intervenni in tempo e la cosa finì bene. (…) Tuttavia, più avanti, mi imbattei ancora nello stesso spettacolo» – ricorda V. Sergeev, comandante responsabile del reggimento di stanza alla Lavra delle Grotte. Il febbraio di Kiev fu dunque costellato da episodi sanguinosi, e l’omicidio del metropolita, nota ancora lo storico ucraino, non fu diverso dagli altri per «cinismo e crudeltà»; tuttavia «era la prima volta che ciò accadeva a un esponente dell’alta gerarchia ecclesiastica», un vescovo, e per di più «anziano e indifeso». In tal senso, ribadisce Šumilo, si trattò di un fatto particolarmente grave, senza precedenti.

Soldati dell’Armata Rossa, Kiev 1918.

Sono solo dei delinquenti
Com’era lecito aspettarsi, i bolscevichi negarono ogni diretta responsabilità e addossarono la colpa dell’accaduto ai dubbi elementi presenti nelle truppe – «delinquenti, avanzi di galera» – riducendo il fatto a un semplice episodio criminale, е ponendo l’accento sulla probabile matrice anarchica del delitto. Tale giustificazione trovava un parziale riscontro nella realtà; il cosiddetto «esercito rivoluzionario dei lavoratori e contadini» (Armata Rossa) specialmente nei primi mesi della sua costituzione, era un forte polo di attrazione per elementi di ogni tipo: non solo militanti bolscevichi (sempre che la definizione «bolscevico» sottendesse un contenuto esistenziale reale) ma anche disertori, anarchici, soldati e marinai senza partito, socialisti rivoluzionari e molti delinquenti comuni. «In non pochi casi – annota Šumilo – intere bande di criminali cercarono di legittimare la propria posizione confluendo nell’Armata Rossa, compiendo così sotto il suo vessillo pogrom, rapine e omicidi». La possibilità di ripulire la propria fedina penale nelle tumultuose acque dell’esercito rivoluzionario faceva gola a molti, così come quella di poter delinquere in modo «legale».

A giudicare dalle testimonianze, moltissime fucilazioni furono effettuate con il solo scopo di rapina: «I soldati rossi portavano 4 o 5 uomini in uno spiazzo aperto (il numero variava di volta in volta), li fucilavano e poi sfilavano loro gli stivali, svuotando anche le tasche. Per terra giacevano una trentina di cadaveri, tutti senza scarpe e vestiti. (…) Si sparava, si sfilava l’orologio, e via di seguito», scrive S. Koptelov, presidente di comitato della Prima armata rivoluzionaria. «A partire dal comandante fino ad arrivare alle truppe, sono tutti corrotti – scriveva Antonov Ovseenko, responsabile delle truppe rivoluzionarie del fronte meridionale; – quella con le truppe regolari è una dura lotta, perché soffrono di una terribile malattia: le requisizioni e le perquisizioni arbitrarie».

Murav’ëv in primis, chiamato a rispondere di quei misfatti, costruì la sua linea difensiva sulle malsane inclinazioni dei suoi uomini, sull’eterogeneità delle truppe, sulla loro riottosità e ingestibilità: «Non credevo che soldati reclutati tra il proletariato cosciente di Mosca potessero prendere alla lettera le mie parole. Le mie erano immagini retoriche, non volevo incitare al furto. (…) Le truppe volevano vendicarsi, ed erano infervorate a tal punto che fermarle era impossibile».
E tuttavia, proprio a partire dall’autodifesa di Murav’ëv, si può arguire che pur prendendo atto di tutte le possibili «attenuanti», i documenti e le testimonianze in mano a Šumilo raccontano un’altra verità: che la lettura degli eventi in un’ottica esclusivamente criminale è tendenziosa e riduttiva; che, se è pienamente plausibile che avventurieri e delinquenti, una volta «slegato loro il guinzaglio», abbiano dato libero sfogo ai loro istinti, è altrettanto evidente che questa loro inclinazione distruttiva fu consapevolmente aizzata dai capi, primo fra tutti Murav’ëv (è opinione di un bolscevico piuttosto autorevole come Feliks Dzeržinskij, che facesse tutto parte di una «strategia militare consapevole»); e, in ultimo, che gli atti intrinsecamente criminali delle truppe non furono affatto slegati da moventi politici come pretendevano i bolscevichi, ma trovarono anzi in essi linfa e giustificazione.

Non abbiate pietà!
Rivelatrice la frase di Murav’ëv: «le truppe volevano vendicarsi». Alla base del loro comportamento c’erano il rancore e la volontà di vendetta contro «i nemici del popolo e della rivoluzione», gli «oppressori» borghesi e capitalisti: in quei giorni nella capitale ucraina «furono fucilati dei passanti perché avevano le mani pulite. (…) Se uno passava di lì e aveva mani bianche [ossia non svolgeva lavori manuali ndt] veniva fucilato» testimonia F. Višnevskij, Commissario della stazione Kiev-Scalo. La stessa inclinazione al furto sottendeva un distorto desiderio di giustizia sociale, l’anelito prometeico di appropriarsi del fuoco che gli dei-padroni avevano sempre tenuto nascosto: «Nella massa dei soldati, nelle loro allusioni alla ricchezza di Kiev, si notava il desiderio di vivere alle spalle dei borghesi – ricordava ancora Murav’ëv; – per di più, in modo assolutamente sincero e diretto, vedevano in questo l’essenza della lotta di classe».

Il metropolita Vladimir (Bogojavlenskij), 1848-1918.

L’esecuzione del metropolita Vladimir Bogojavlenskij, il tentativo di appropriarsi dei suoi beni personali, del «tesoro del monastero», rientravano pienamente in questa logica di Terrore politico: tanto più che alcuni tra i suoi assassini - testimoniano dei monaci presenti al momento del suo arresto - lo accusarono di non aver preso le difese dei bolscevichi incriminati per l’insurrezione armata nello stabilimento Arsenal. Egli era un «nemico del popolo», e in quanto tale meritava di morire. Con simili motivazioni, aggiunge Šumilo, in quei giorni furono eseguite moltissime fucilazioni: la spontaneità criminale non solo non negava i moventi politici, ma anzi, proprio da essi traeva nutrimento. Il terrore faceva il suo corso, e furti, omicidi e rapine erano la struttura portante del suo sistema.

E ad esacerbare la «coscienza politica» del «proletariato cosciente» fu proprio Michail Murav’ëv: «I soldati conducevano spesso gli arrestati nel quartier generale di Murav’ëv ed Egorov (comandante della Prima Armata) per l’accertamento di colpa. Murav’ëv, e dietro di lui Egorov ripetevano: “non sapete dov’è il quartier generale di Duchonin? È là che dovete portare tutti, e senza interrogatorio!”. Il quartier generale di Duchonin era un posto abbastanza riparato, dove fucilavano colpevoli e innocenti, chiunque capitasse tra le mani. In altre parole, “quartier generale di Duchonin” significava “alla fucilazione”. (…) Murav’ëv, andando su e giù in automobile, si rivolgeva ai combattenti rivoluzionari con accorate esortazioni: “Non abbiate pietà! La cosa più importante è che siate spietati, non abbiate pietà per nessuno!” (…). I saccheggi raggiunsero livelli incredibili, iniziarono a rubare tutti quanti. E non solo non venivano puniti, ma Murav’ëv li incitava “è tutto vostro, prendete tutto!”» – scrive Elfim Lapidus, membro di comitato della Prima armata rivoluzionaria.

Non abbiate pietà! È questa l’espressione che ricorre più frequentemente nei discorsi di Murav’ëv, che più di tutte plasma la sua forma mentis e quella dei suoi uomini, che più di tutte sintetizza il suo «progetto politico»: «Compagni! So che molti di voi sono stanchi, ma le fatiche sono quasi finite! La nostra missione è prendere Kiev, e poi potrete tornarvene a casa. Avete dovuto soffrire molto, ma pagheranno tutte queste sofferenze con il sangue. Gliela faremo vedere, aspettate solo di arrivare a Kiev! Se sarà necessario non mi fermerò davanti a nulla: non lascerò in piedi una sola pietra. Non abbiate pietà degli abitanti, loro non ne hanno avuta per noi, hanno tollerato i soprusi del vecchio regime. Li faremo fuori a fucilate, li scanneremo tutti. Gliela faremo vedere! Non abbiate paura di versare sangue. Chi non è con noi è contro di noi! Voi, prodi compagni, mi aiuterete a prendere Kiev e là sarete ricompensati!”», dirà Murav’ëv alle truppe nella stazione Bachmač, prima della presa di Kiev, come viene riportato da Ljucil’ Zvanger, segretario di Comitato della prima Armata. E ancora: «Marciamo per erigere il potere sovietico col fuoco e con la spada… ho occupato la città, ho cannoneggiato chiese e palazzi… ho colpito senza avere pietà per nessuno! Il 28 gennaio (10 febbraio) la Duma ci ha chiesto una tregua; per tutta risposta ho ordinato di soffocarli con il gas. Centinaia di generali sono stati uccisi senza pietà… è così che ci siamo vendicati. Avremmo potuto fermare l’ira vendicativa ma non l’abbiamo fatto, perché il nostro motto è “non abbiate pietà!”» (discorso di Murav’ëv ).

E questa «ferocia programmatica» non ricorre solo nella foga dei proclami, nell’incitamento del comandante ai propri «eroi», ma è vergata a chiare lettere, fredda e lapidaria, anche nei documenti ufficiali: «Ordino di annientare senza pietà tutti gli ufficiali, i giovani cadetti, i nazionalisti ucraini, i monarchici e tutti i nemici della rivoluzione» (Ordine esecutivo n. 9 del 4 febbraio 1918, siglato da Murav’ëv).

Ciò che emerge dal lavoro di Šumilo dunque, è che l’assassinio del metropolita fu ben più di una disgrazia sporadica: a Kiev il «mondo nuovo» consumò la sua cruenta vendetta, piombando ferinamente sul vecchio mondo, straziandolo e facendolo a brani, eleggendo la punizione implacabile come espressione di una suprema e agognata «giustizia»: «Razza di Caino, arrampicati fino in cielo, e rovescia Dio giù, sopra la terra!» (C. Baudelaire, Abele e Caino).

Con la morte dell’anziano vescovo, la Chiesa ucraina, ortodossa e universale, iniziava invece il suo faticoso e lungo percorso di pentimento, martirio e testimonianza, che avrebbe portato in seguito molti frutti fecondi e avrebbe nutrito una cultura nuova, non più appesantita dal rancore e dal desiderio di vendetta, ma tesa all’affermazione dell’umano nella sua piena statura[1] .
Murav’ëv fu arrestato il 28 aprile del 1918 e trasferito poi in ospedale psichiatrico. Liberato dopo poche settimane grazie ai buoni uffici di bolscevichi influenti e posto al comando delle truppe nel fronte orientale, trovò la morte nel luglio dello stesso anno.

NOTE
[1] «Qualche mese fa, hanno chiesto a Gorbačëv: qual è stato il colpo che ha fatto cadere il comunismo? Lui ha risposto: una nuova cultura. La cultura del samizdat, la cultura dei dissidenti, la cultura che metteva la persona al di sopra di tutto, la persona legata a Dio, una persona che non poteva mai usare la violenza. (…) Quando è caduto il Comunismo non c’è stato spargimento di sangue. Solženicyn dice che il partito ha sottoposto a repressioni circa 46 milioni di persone, perciò il motivo per usare la forza e la vendetta c’era. Ma nessuno l’ha usata (…)». R. Scalfi, La mia Russia, «La Casa di Matriona», Seriate 2017, pp. 15-16.
key-words: Terrore, Vladimir, Murav’ëv

Foni



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