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Le relazioni tra Stato e Chiesa

Alla vigilia della rivoluzione, la Chiesa russa inaugura un concilio per rinnovarsi profondamente. Tra le personalità insigni che partecipano ai lavori c’è Bulgakov, appena convertito. Il suo contributo su cosa è essenziale nel rapporto Stato-Chiesa.

(...) Le dottrine che condannano la fede cristiana ad essere inincidente nella vita e che relegano la fede nell’ambito di una chiusa autocoscienza, ne riducono il significato a umore personale, a capriccio, e contraddicono la sua stessa essenza. In nessun modo «la vittoria che ha sconfitto il mondo, la nostra fede» (Gv 5,4) può essere separata dalla vita, o vista come una Privatsache, una «questione privata»[1] dell’individuo. Al contrario, sappiamo che «un po’ di lievito fa lievitare tutta la pasta» (1Cor 5,6). Proprio a partire da ciò, possiamo dare un giudizio sull’idea oggi così diffusa della totale separazione tra Chiesa e Stato, del rifiuto non solo esteriore ma anche interiore, da parte dello Stato, di qualsiasi influenza della Chiesa. Pretendere che ciò sia vero è come pretendere che il sole non brilli o il fuoco non scaldi.
La Chiesa, per la legge interiore del suo essere, non può rinunciare alla vocazione di illuminare e trasfigurare la vita umana, di trapassarla con i suoi raggi. In particolare, essa cerca di colmare con il suo spirito anche lo Stato, di riplasmarlo a sua immagine. Perciò, nel definire le intime relazioni tra Chiesa e Stato, la coscienza cristiana deve assumere come principio guida non il reciproco allontanamento e la separazione di questi due elementi, ma al contrario il loro riavvicinamento, attraverso l’influenza interiore dell’elemento ecclesiale in ambito statale, qualunque siano le forme esteriori in cui si esprime

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