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Contro il fantasma del nazionalismo

La ricorrenza dei 100 anni di indipendenza lituana potrebbe rivestirsi di retorica. Ma la celebrazione ha aperto difficili domande. Mentre si celebra la festa si cerca di rifondare l’identità nazionale, senza bisogno di trovare nuovi nemici esterni.

Il 16 febbraio 1918 venti persone appartenenti all'élite culturale e politica lituana firmarono a Vilnius un documento rivolto «ai governi di Russia, Germania e delle altre nazioni». Questi venti uomini costituivano il Consiglio di Lituania, «unico rappresentante del popolo lituano» ed il documento da loro firmato annunciava che «sulla base del diritto di autodeterminazione dei popoli» si costituiva «lo Stato lituano indipendente a base democratica».

Questo breve e fragile documento segna la nascita della moderna repubblica lituana e la data della sua redazione, di cui quest'anno cade il centenario, viene celebrata ogni anno come festa nazionale. Documento fragile, appunto, il cui originale conservato in Lituania è andato perduto con l'occupazione sovietica. Nient’affatto fragile, invece, è stata la volontà di realizzare ciò che quel testo annunciava. Dal quel mese di febbraio del 1918 i lituani si sono cimentati in un vasto lavoro di formazione delle istituzioni nazionali, varando la costituzione e istituendo il parlamento, la banca nazionale, l'esercito ed i ministeri, oltre a scuole ed università. Contemporaneamente, hanno dovuto affrontare una lunghissima stagione di guerre per difendere l'indipendenza.

Nato nel febbraio 1918, lo Stato lituano moderno è stato parzialmente occupato dall'aggressione polacca dell'aprile 1919. Questa ha sottratto alla sua sovranità la capitale Vilnius fino all'ottobre 1939, proprio all'alba della seconda occupazione, quella sovietica, iniziata nel maggio 1940. Dopo i tornanti della Seconda guerra mondiale, nei quali fu alternativamente occupata dagli eserciti nazisti e sovietici, la Lituania è rimasta congelata all'interno dell'Unione Sovietica fino al marzo del 1990.

La «Via baltica» dell’agosto 1989.

Fu un vastissimo movimento popolare a permettere il ristabilimento dell'indipendenza. Nella seconda metà degli anni '80, infatti, grazie alle aperture inaugurate dalla perestrojka, il sentimento nazionale ed il patriottismo lituano poterono ricominciare ad esprimersi. Si inaugurò una stagione di manifestazioni pacifiche chiamata «rivoluzione dei canti» guidata dal Sajudis, letteralmente «Movimento», che, coinvolgendo anche le altre repubbliche baltiche, giunse al proprio apice realizzando la «Via baltica», una manifestazione tenutasi il 23 agosto 1989, durante la quale migliaia di uomini e donne si tennero per mano in una lunghissima catena umana da Vilnius a Tallinn in Estonia, città distanti fra loro 600 km. I popoli baltici di Lituania, Lettonia ed Estonia, sopravvissuti alle purghe staliniane e alla sovietizzazione, manifestavano la loro viva presenza e di lì a pochi mesi avrebbero dichiarato l'indipendenza dall'Unione Sovietica.

La riaffermazione dell'indipendenza lituana provocò la risposta aggressiva dell'esercito sovietico, che nel gennaio 1991 intervenne con una unità speciale. Furono i civili a scendere in piazza difendendo gli obiettivi più importanti, ossia il parlamento ed i centri per le telecomunicazioni radiotelevisive: decine di migliaia di cittadini si mobilitarono in difesa della propria libertà. Il blitz più violento causò oltre seicento feriti e quattordici vittime fra i civili, ma la pressione internazionale e le manifestazioni di solidarietà che iniziarono in tutta l'Unione Sovietica spinsero il Cremlino a interrompere l'operazione. La tenacia dei lituani e la loro coesione civile mise a segno il primo episodio di disgregazione dell'Unione Sovietica.

Se si chiede a dei semplici cittadini lituani di raccontare cosa vissero dopo il recupero dell'indipendenza, ci si può fare una idea di quanto tutto all'epoca fosse diventato più vivo ed emozionante: anche salendo sull'autobus ci si poteva accorgere di non essere cittadini estranei, ma di appartenere a un popolo.

La festa
La festa per questo speciale compleanno della Repubblica lituana è iniziata con il felice ritrovamento nell'archivio del ministero degli esteri a Berlino di un originale della dichiarazione d'indipendenza. Questa copia manoscritta firmata nel '18 dai membri del Consiglio di Lituania era stata recapitata dal Consiglio stesso alle autorità tedesche. L'arrivo all'aeroporto di Vilnius del documento, prestato dalla cancelleria tedesca per una esposizione, è stato ripreso in diretta dalla televisione, come accade per il rientro a casa della squadra nazionale di basket.

I lituani si sono preparati al centenario con un significativo calendario celebrativo iniziato nell'estate 2017. Il 6 luglio, infatti, si celebra la festa di re Mindaugas, incoronato nel 1253 sovrano di Lituania con l'approvazione di papa Innocenzo IV. La Lituania medievale e il granducato di Lituania, che nel Quattrocento fu lo stato più vasto d'Europa, hanno lasciato nel territorio una costellazione di colline fortificate, le piliakalnis, oggi un simbolo nazionale particolarmente amato. Lo scorso 6 luglio su cento di queste colline si è tenuta una manifestazione collettiva, che ha visto cento cori elevare l'inno nazionale alla medesima ora.

L'inno nazionale lituano cantato dalla piliakalnis di Dubingiai. Il 6 luglio 2017 l'inno è stato eseguito nel medesimo istante su cento di queste colline fortificate per festeggiare il centenario della dichiarazione di indipendenza.

Il cuore delle celebrazioni cade il 16 di febbraio, con una serie di eventi che coinvolgono la capitale – con l'omaggio alla Sala dei Firmatari, la santa Messa in cattedrale e un grande concerto serale, – e l'intera nazione: quel giorno infatti, alle 12.30, le campane di tutte le chiese lituane suonano a distesa. A chiudere il centenario nel mese di luglio 2018 sarà una celebrazione estesa della Festa dei Canti, l'evento che raduna periodicamente centinaia di cori, migliaia di coristi e decine di migliaia di persone all'ascolto del repertorio musicale nazionale e popolare.
Questo programma, al quale si somma il coordinamento di una moltitudine di eventi locali e iniziative in rete, sottolinea quanto di più specifico connota la storia e lo spirito del popolo lituano, dalle radici medievali agli eventi del XX secolo, dal legame con la Chiesa cattolica all'amore per i propri canti. Considerando il fatto che dal punto di vista antropologico la festa ha un forte valore educativo e di trasmissione della memoria, questo corpo di celebrazioni vorrebbe consegnare alle nuove generazioni l'orgoglio di un patrimonio identitario e il compito di arricchirsene, affinché la Lituania prosegua il proprio cammino nella storia.

Le sfide
Non sono poche le sfide che la Lituania contemporanea deve raccogliere. La Lituania si è infatti costituita Stato nazionale all'alba della globalizzazione economica, quando è cresciuto in tutto l'Occidente uno stile di vita individualista molto distante dalla coesione civile dimostrata dal Sąjudis. Si può affermare infatti che, dal giorno in cui la Lituania si è ricostituita nazione indipendente, ha aperto la propria crisi. I dati demografici sono una chiara misura di questa crisi: dal 1991 ad oggi la Lituania ha perso per denatalità e per emigrazione un quarto dei suoi abitanti, tanto che ci si sta ponendo seriamente la domanda sul futuro del paese.

Un’iniziativa, in particolare, ha cercato di aprire il dibattito su questi temi. Nel dicembre del 2017 è stata organizzata in una sala del parlamento la conferenza dal titolo «Cosa è necessario fare per durare altri cento anni?». All'appuntamento, promosso dal comitato culturale del parlamento, hanno partecipato filosofi, storici e membri del parlamento. La discussione ha dato vita ad un laboratorio di idee che ha permesso innanzitutto di condividere le preoccupazioni e i bisogni più urgenti.

Il punto di partenza della discussione è stato l'evidente crisi del senso di identità nazionale. Ciò è sorprendente, considerando che solo trent'anni fa fu proprio la coesione di un popolo, dunque la certezza dell'identità dei suoi membri, a dare una spallata all'Unione Sovietica. Nonostante la storia offra molti spunti per rispondere con orgoglio alla domanda «chi siamo noi lituani?», sembra essere cresciuta una generazione per la quale essere lituani non è più un valore.
Fra i bisogni più acuti individuati dai conferenzieri spicca innanzitutto quello di formare delle competenze politiche e amministrative, che ancora oggi sono carenti, e soprattutto l’esigenza di educare le nuove generazioni. Guardando con interesse a come questa tematica viene affrontata negli altri Stati, si è discusso dell'opportunità di istituire musei e monumenti, di riformare manuali scolastici, di favorire dibattiti ed eventi che promuovano una società civile responsabile.
Si prospetta dunque un lavoro impegnativo, consci di un vuoto da colmare. Un vuoto che si può paragonare alla spianata di piazza Lukiškės a Vilnius, dove un tempo si ergeva la statua di Lenin, tolta subito dopo la riconquista dell'indipendenza nel 1990, che a tutt’oggi attende ancora di trovare un proprio «centro», con la collocazione di un nuovo monumento, per il quale pure esistono svariati progetti.

Non si tratta evidentemente soltanto di porre segni esteriori dove essi mancano. Non è nemmeno facile comprendere cosa sia davvero venuto a mancare a partire dal 1990. È ciò che ha chiesto l'avvocato Egidijus Bičkauskas, uno dei firmatari dell’Atto di riaffermazione dell'indipendenza, interrogandosi sulla crescente disaffezione per la patria nelle nuove generazioni: «Sono nato nel 1955. Ho passato l'infanzia e la giovinezza sotto il ritratto di Lenin. Sono un perfetto rappresentante dell'educazione sovietica. Ho compiuto volentieri il servizio di leva di due anni in Estremo Oriente. Ma al mio ritorno, come gesto spontaneo, come fosse la cosa più normale scendendo dall'aereo ho baciato il suolo lituano. Mi chiedo allora cosa sia cambiato!».

Cosa, insomma, è stato più forte dell'educazione sovietica nel rendere così difficile trasmettere oggi alle nuove generazioni l'identità lituana? Una risposta diretta è stata formulata dal filosofo Alvydas Jokubaitis: «È stato tolto il ritratto di Lenin e al suo posto è stato scritto che non esiste più nessuna autorità; in aeroporto abbiamo appeso il cartello “Lituania in ricostruzione”, così che si potesse decidere di andare in Gran Bretagna in caso non piacesse la vita dell'uomo senza autorità e la vita nel paese delle riforme». Il desiderio così forte dei lituani di uno Stato libero, ossia indipendente e sovrano, è dunque stato preso anche come paradigma della vita individuale. Il cittadino della nuova Lituania indipendente e post-sovietica doveva essere anch'egli indipendente da qualsiasi autorità e sovrano di sé stesso, fino al disimpegno per il bene comune. La disaffezione al proprio paese inizierebbe dunque da questa tentazione libertaria.

L'impegno per il futuro della Lituania si prospetta dunque sul piano educativo. Come ha notato il parlamentare Ramunas Karbauskis, più passa il tempo e più i ragazzi si pongono domande come «Avrò l'iPad, avrò il computer e il telefonino, avrò questo e quest'altro?». La sfida più grande dunque, l'autentico obiettivo delle opere di riforma e di iniziativa sociale, è quello di aiutare i figli a porre altre domande: «Cos'è la nazione, cos'è il popolo, cos'è davvero la famiglia?», ossia le domande sul bene comune. Nessun programma ministeriale, naturalmente, può avere da sé stesso questa efficacia se i bambini e i ragazzi non incontrano adulti autorevoli.


Un compito per l’Europa
La retrospettiva sulla storia della Lituania a cento anni dall'indipendenza, dunque, mostra quanto sia cruciale l'ultimo tornante della sua storia, quello dell'uscita dall'Unione Sovietica. Oggi si può guardare a quel momento come al passaggio fra due epoche. La prima ha sfidato i lituani a opporsi alle minacce di poteri egemonici. In quei tempi non sono mancati uomini che con coraggio hanno dedicato le loro forze e la loro intraprendenza al bene condiviso della patria. È stata l'epoca in cui i lituani hanno risposto con l'eroismo della resistenza e dell'impegno politico. È l’eroismo testimoniato non solo dal movimento partigiano, ma anche da personaggi come l’arcivescovo Teofilius Matulionis, recentemente beatificato, o quello del samizdat, della rivista clandestina «Cronaca della Chiesa Cattolica in Lituania» e dei suoi redattori.

La seconda epoca, più pacifica della precedente, si dimostra non meno gravida di pericoli. Parafrasando papa Giovanni Paolo II, si potrebbe dire che è l'epoca dell'eroismo del quotidiano, l'eroismo senza eserciti nemici da sconfiggere. Questi nuovi eroi non devono diventare partigiani o attivisti, ma devono essere educatori.

Ciascuna nazione europea vive oggi questa medesima epoca: alcuni Stati dell'Est hanno scelto di affrontarla assecondando un patriottismo nazionalista costruito indicando nuovi nemici contro cui battersi. Ma questa ideologia scarta la sfida autentica posta in gioco: quella di una libertà che non ha bisogno delle barricate. La società lituana nel complesso resiste a questa tentazione. Ad essa, come a tutta la società europea, rimane il compito di trovare forme di libertà più autentiche dell'attuale liberismo e un amor di patria più profondo del nazionalismo.


key-words: Indipendenza, demografia, Lituania

Polesana



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