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Perché tanta cecità negli intellettuali dell’Ovest?

Molti intellettuali francesi visitarono l’Unione Sovietica negli anni '20-30, ma pochi colsero la portata della tragedia. Cosa impedì a uomini colti e intelligenti di denunciare il totalitarismo? Mitologie, speranze, e l’odio di sé.

Nel 1934 Georges Simenon intraprese un viaggio in Unione Sovietica da cui nacque il romanzo Le finestre di fronte, basato sulle esperienze raccolte durante la sua permanenza. Perché uomini come Simenon videro e compresero la realtà degli orrori sovietici e altri no? La domanda è molto semplice ma, come vedremo, non esiste una risposta univoca.
…Quando divampò la rivoluzione russa, sembrò portare la scintilla che tutti attendevano. O perlomeno questa era la convinzione di molti; altri erano curiosi di sapere che cosa realmente promettesse questa «grande luce dall’Oriente»: una nuova alba o un minaccioso incendio? E così i francesi iniziarono a recarsi in URSS. Andarono giornalisti, politici, scrittori, operai, intellettuali di ogni tendenza.
…È interessante e istruttivo notare che, per quanto grossolane fossero le idee e le spiegazioni che lo Stato sovietico somministrava ai suoi visitatori, tra di essi gli uomini di cultura non si dimostravano certo schizzinosi, né si distinguevano per particolare perspicacia.
Come ci si può aspettare, i comunisti francesi furono particolarmente ciechi. Basti menzionare qui Henri Barbusse, autore del popolare romanzo Il fuoco, dedicato alla vita dei soldati nelle trincee; o Paul Vaillant-Couturier, che dopo aver visitato il Mausoleo sulla Piazza Rossa rilascerà questa dichiarazione: «La sobrietà del pensiero di Lenin agisce sull’uomo come un’esplosione nel cuore». La loro principale missione sarà quello di confutare i giudizi negativi sul regime sovietico, e il governo sovietico non lesinerà gli sforzi per attirare nella sua rete «i pesci grossi», necessari alla sua politica estera. Farò tre esempi piuttosto noti: Edouard Herriot, André Gide e Romain Rolland.

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