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Guerra della memoria in Lituania

Un libro «denuncia» uscito in Lituania ha aperto la strada a una serrata discussione sul passato storico del paese, in vista del prossimo centenario dell’indipendenza. Senza scandalismi né sensi di colpa, i lituani si chiedono chi sono.

Quest’anno la Lituania celebra i cento anni della nascita come Stato indipendente. Ricorrenze simili sono l’occasione per fare il punto sull’identità di un popolo e, in qualche modo, fare i conti con la propria storia. La formazione di uno Stato moderno fu un obiettivo perseguito con sforzi tenacissimi fin dall’Ottocento, raggiunto alla fine della Prima guerra mondiale e finalmente ristabilito con l’indipendenza dall’Unione Sovietica nel marzo 1990.
La sovranità territoriale della repubblica lituana è riconosciuta a livello internazionale, ma la questione di una giustificazione culturale e storica della sua esistenza è ritenuta ancora di fondamentale importanza dai suoi cittadini, che si sentono spesso delegittimati politicamente e tuttora minacciati militarmente dal vicino russo. C’è un nodo della storia che è sentito dai lituani come il fulcro di questa giustificazione, ed è il movimento partigiano che si è sacrificato per la difesa dell’indipendenza lituana durante la seconda guerra mondiale. A questo sacrificio, che ha continuato a consumarsi durante l’occupazione sovietica fino agli anni ‘50, si aggiungono le massicce deportazioni subite durante l’epoca staliniana.

La somma di questi fattori si riassume in una chiara categoria identitaria: i lituani sono un popolo «martire». I lituani si sentono un popolo sopravvissuto al tentativo di eliminazione dalla storia. Una delle prime istituzioni del Sąjūdis, il movimento per il ristabilimento dell’indipendenza nato nel giugno 1988, fu la commissione di ricerca per stabilire le colpe dello stalinismo: costituito poi come ente statale nel 1993 con il nome di «Centro di ricerca per il genocidio e la resistenza», oggi non è l’unico centro statale dedicato alla memoria. Nel 1989 fu istituito anche il museo ebraico statale con sede a Vilnius, che si occupa attivamente anche di ricerche storiche ed iniziative editoriali sulla Shoah.
Uno Stato, dunque, ma un’unità di identità ancora da raggiungere: c’è infatti chi lamenta la distinzione fra le due istituzioni come uno sdoppiamento della memoria. Infatti c’è una nazione ma due popoli: i «lietúvai», i lituani, e i «litvák», gli ebrei lituani. I primi, attraversando il martirio, sono riusciti a istituire uno Stato sovrano; gli altri, consumati dall’olocausto, sono praticamente usciti dalla storia. Questo dramma si è consumato contemporaneamente per questi due popoli, ma non parallelamente. Durante l’occupazione nazista fra il ‘41 e il ‘44 furono sterminati per fucilazione più di 200.000 ebrei. In quegli anni vi furono dei giusti che si opposero all’annientamento dei propri connazionali e salvarono singoli ebrei o intere famiglie, ma vi furono anche molti lituani che collaborarono attivamente con i nazisti allo sterminio. Considerando il tragico destino degli ebrei lituani, liquidati per più del 90%, viene da pensare che furono molti di più i lituani che non si opposero allo sterminio di quelli disposti a mettersi in pericolo per salvare gli ebrei.

Arresto di ebrei lituani, luglio 1941.

Questo tetro tornante della storia rischia di gettare sul popolo lituano l’ombra di un’altra categoria identitaria, quella degli žydšaudžiai, assassini di ebrei. E poiché l’identità nazionale si regge in modo consistente sul movimento partigiano, scoprire che fra questi veri e propri «santi» nazionali vi fu chi collaborò all’eccidio nazista, significa gettare una macchia sull’intera nazione. Ci sono stati ultimamente in Lituania degli episodi di revisionismo che hanno cercato di sfatare il mito di questo olimpo partigiano. Uno di questi ha destato un vero e proprio caso nazionale. Si tratta delle accuse, rivelatesi poi infondate, mosse al partigiano Adolfas Ramanauskas, conosciuto anche con lo pseudonimo di Vanagas.

L’episodio ha avuto inizio quando una commissione parlamentare ha presentato nell’ottobre del 2017 la proposta di dedicare l’anno 2018 alla memoria del partigiano Adolfas Ramanauskas-Vanagas, nato appunto nel 1918, e al centenario della dichiarazione di indipendenza del febbraio 1918. Venuta a conoscenza di questa proposta, la scrittrice Rūta Vanagaitė decide di presentare alla stampa alcune ricerche personali su questo partigiano, con l’intenzione di affidarle poi al dibattito parlamentare affinché la proposta potesse essere bocciata. Adolfas Ramanauskas-Vanagas avrebbe infatti non solo collaborato allo sterminio, ma dopo l’occupazione sovietica sarebbe persino diventato un agente del KGB: l’esatto contrario dell’eroe partigiano che la commissione voleva celebrare.

La scrittrice è già nota per aver pubblicato nel 2016 il libro I nostri, che riporta i risultati della sua ricerca sul collaborazionismo in Lituania. L’opera è stata scritta dopo l’amara scoperta che suo nonno aveva partecipato allo sterminio stilando una lista di ebrei da arrestare. Con il libro la Vanagaitė desiderava far cadere la cortina di silenzio che avvolge questo tema. Ma il suo lavoro ha ignorato quello degli storici lituani, con la quale l’autrice non ha voluto confrontarsi. La Vanagaitė, oltretutto, non vanta una preparazione storica professionale, e le altre sue pubblicazioni, tutte di successo commerciale, trattano, a partire dalla sua esperienza, aspetti di vita comune come la cura dei propri cari anziani, l’invecchiamento, il valore delle figure maschili nella vita della donna. Il libro sull’olocausto ha avuto l’effetto di una bomba, ha venduto molte copie, ma ha sollevato anche molte polemiche.

Con la stessa superficialità la Vanagaitė ha affrontato il caso dell’eroe partigiano Adolfas Ramanauskas, ma la cosa si è volta decisamente a suo svantaggio. Con ingenuità, che i più critici considerano malafede, la Vanagaitė si è fidata completamente dei verbali di un processo sovietico senza l’esperienza di chi sa trattare questo tipo di documenti. Quel processo era stato infatti imbastito dalla corte e le affermazioni estrapolate avrebbero dovuto essere riconosciute come coatte, piuttosto che come dichiarazioni spontanee del partigiano.
Ne è seguita una polemica che ha assunto i toni della battaglia ideologica. La casa editrice Alma Littera ha ritirato dal commercio tutti i libri della scrittrice, e non solo quello dedicato al collaborazionismo; una decisione che ha fatto molto discutere, soprattutto quando si è saputo che il direttore della casa editrice è un ex impiegato del KGB. La scrittrice, da parte sua, si è rivolta ai media russi e israeliani raccontando del suo caso come di una persecuzione. In Lituania sarebbe proibito il solo fatto di sollevare pubblicamente dei dubbi sul passato dei partigiani e questa censura avrebbe un peso tale da bloccare persino il lavoro accademico degli storici. Nel denunciare il proprio caso, la Vanagaitė ha dipinto all’estero un’immagine tetra della sua patria: la Lituania contemporanea figura come un paese antisemita fondato su eroi collaboratori dei nazisti, che tuttora «brucia i libri» di chi non si adegua all’ideologia dominante.

La scrittrice R. Vanagaitė e, a destra, il busto di A. Ramanauskas.

Questo non ha fatto altro che scatenare risentimento contro di lei: è stata chiamata persino «signora Dušank», dal cognome del funzionario ebreo del KGB che il regime sovietico aveva posto a dirigere le operazioni contro i partigiani. La scrittrice è parsa all’opinione pubblica una che sostiene ancora le vecchie categorie usate dai sovietici per discreditare i sentimenti nazionali, per cui tutti i partigiani e chi li difendeva sarebbero stati banditi, fascisti, nazionalisti borghesi e complici di Hitler.
La polemica non ha perciò richiamato a porre sul piano della ragionevolezza il lavoro di costruzione di una memoria nazionale priva di mitologie e in armonia con la storia. Al contrario, la Vanagaitė, sia con il libro che con le sue dichiarazioni, ha voluto demolire il mito dell’olimpo partigiano sostituendolo con l’immagine di un covo di collaborazionisti. Da parte sua la società ha reagito altrettanto ideologicamente a questa provocazione, come ha sostenuto il poeta Tomas Venclova.

Pur senza schierarsi dalla parte della scrittrice, Venclova, ex dissidente e fondatore del Gruppo Helsinki lituano, ha dichiarato che gli insulti e le istigazioni ai danni della Vanagaitė «ricordano i tempi sovietici»: «Non nutro molte speranze di essere ascoltato, ma dico agli istigatori: non fate gli “utili idioti” – gente che senza accorgersene fa il gioco dei detrattori della Lituania – e non aiutate Putin». In tal senso, questo caso ha mostrato che il superamento dell’ideologia non si è ancora completato in Lituania.

Nondimeno il caso ha lasciato anche alcune conseguenze indirette positive, come fa notare la storica Rasa Čepaitienė. A lato delle dimostrazioni di risentimento, la società «si è unita in difesa non soltanto dell’eroe nazionale e martire dell’NKVD» da cui è partita la polemica, «ma anche della verità storica». Il tema, affrontato in modo così ampio, ha acuito in modo formidabile l’interesse per temi difficili come la storia dell’Olocausto e della campagna antisovietica: «Non credo – ha proseguito la ricercatrice – che dopo lo scandalo rimanga ancora qualche negazionista del fatto che alcune migliaia di lituani parteciparono alla fucilazione dei propri connazionali, né credo che si sia alzato il livello di antisemitismo».


key-words: ebrei, olocausto, nazismo, collaborazionismo, Lituania

Polesana



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