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«Ricorda…»

Il centenario della rivoluzione è stato siglato da un gesto ufficiale del governo: l’inaugurazione del memoriale alle vittime del regime sovietico. In mancanza di altre dichiarazioni dirette questo è un segno, non definitivo ma reale.

«Ricorda»: è la parola incisa in 22 lingue nel bronzo dell’imponente «Muro del dolore», inaugurato qualche giorno fa nel centro di Mosca per commemorare le vittime delle repressioni politiche. «L’abbiamo scritta più o meno come avremmo potuto trovarla sulle pareti delle baracche dei lager – dice lo scultore, Georgij Franguljan; – quanto ai varchi che si aprono nel muro, stanno a significare che qualcuno riuscì a passare tra i denti del gigantesco pettine di ferro che setacciò l’intero paese, ma tutti ne furono in qualche modo toccati. La forma del monumento vorrebbe trasmettere allo spettatore la sensazione del “ruggito del terrore”, dello “stridore” del male».

Il progetto di un memoriale dedicato alle vittime delle repressioni ha una lunga storia, ne aveva già parlato nel 1961 Chruščev sull’onda della denuncia del culto di Stalin e del disgelo, ma poi l’idea era stata accantonata. Venne ripresa agli inizi della perestrojka (1987-1988) con grande partecipazione dell’opinione pubblica e vasti dibattiti, come documenta la mostra virtuale visitabile nel sito di Memorial . Il monumento oggi realizzato è invece frutto di una decisione ai vertici, presa nel 2015 da Putin e dall’amministrazione cittadina.
In concomitanza con l’inaugurazione – svoltasi il 30 ottobre, giornata della Memoria delle vittime delle repressioni politiche, nell’80° anniversario del Grande terrore (1937-1938), alla presenza dello stesso presidente, del patriarca Kirill e del sindaco Sobjanin – sono scoppiate anche le polemiche. E non solo da parte degli stalinisti. È uscita, infatti, una dura dichiarazione firmata da 38 persone, tra cui dissidenti storici come Podrabinek, Bukovskij, Osipov, Superfin, Procenko, Džemilev e altri – persone che in epoca sovietica hanno pagato di persona, subendo restrizioni e condanne a motivo della loro battaglia in favore dei diritti umani. Vi si legge: «Noi, ex detenuti e membri del Movimento democratico in Unione Sovietica, riteniamo inopportuno e cinico inaugurare a Mosca un monumento alle vittime delle repressioni politiche. Il monumento è un tributo pagato al passato, mentre in Russia le repressioni politiche non solo proseguono, ma addirittura aumentano… Non si può piangere con sincerità su quanto è avvenuto in passato e chiudere ipocritamente gli occhi davanti al presente. Non si possono dividere le vittime delle repressioni fra quelle cui si può erigere un monumento e quelle che si possono per il momento ignorare. Non si può partecipare alle cerimonie commemorative del potere, che a parole compiange le vittime del regime sovietico ma nei fatti prosegue le repressioni politiche e soffoca le libertà civili nel paese. Non si può permettere a un potere autoritario di inaugurare con una mano monumenti alle vittime delle repressioni, e con l’altra di commettere arbitri e illegalità. Collaborare con il potere in questo è perlomeno amorale».



È innegabile che questo testo abbia un suo peso, sia per le firme che porta in calce, sia perché gli interrogativi che vi si sollevano sono reali: per fare solo un esempio a proposito degli attuali detenuti politici, negli ultimi mesi si è molto discusso della vicenda di Jurij Dmitriev, direttore della sezione di Memorial della Karelia, che ha trascorso la vita a scavare negli archivi e nei territori del Nord portando alla luce gigantesche fosse comuni staliniane, e si trova in carcere con l’accusa di aver prodotto pornografia infantile – accusa che secondo quanti lo conoscono da vicino sarebbe una completa montatura.
Tuttavia, in particolare le righe conclusive della dichiarazione lasciano perplessi per la perentorietà e l’astrattezza delle tesi enunciate: «Un monumento alle vittime delle repressioni politiche si deve senza alcun dubbio erigere a Mosca, ma si potrà farlo solo quando nel paese non ci saranno più detenuti politici, quando i boia saranno puniti, e le repressioni politiche come tali cesseranno di essere argomento dei notiziari e si ridurranno esclusivamente a oggetto di studio degli storici».
Un’analoga polemica era divampata esattamente un anno fa, il 4 novembre – festa dell’«unità popolare» che ha preso il posto dell’anniversario della Rivoluzione del ’17 – in occasione dell’inaugurazione della grande statua del principe Vladimir di Kiev che ora campeggia a fianco del Cremlino, dominando la Moscova: un’operazione ambigua, promossa dalle autorità russe per legittimare l’unità del «mondo russo», ignorando le evidenti divisioni e conflittualità esistenti al suo interno. In quella circostanza, aveva suscitato proteste tra i liberali la presenza di Natal’ja Solženicyna, criticata per essersi prestata a partecipare a un «gesto di facciata voluto dall’establishment». In realtà, proprio l’intervento della Solženicyna all’inaugurazione aveva riaperto la sfida a guardare alla figura di san Vladimir fuori da ogni schema politico, per il valore che rappresenta oggi.

Gli autori delle dichiarazioni di principio pronunciate in entrambi i casi danno l’impressione di aver scelto definitivamente un certo schieramento politico e di aver rinunciato all’idea che sia possibile lavorare concretamente all’interno di «questa» società. È come se si rivolgessero ai governanti senza mai chiamare in causa la società, senza far cenno alla complessità dei problemi che oggi la attraversano e alle tentazioni ideologiche a cui la gente è sottoposta (impressionante confrontare la massiccia presenza di folla alla posa della «pietra delle Solovki» in piazza Lubjanka alla fine degli anni ’80, e la sparuta presenza di un gruppo di anziani parenti delle vittime all’inaugurazione dell’attuale monumento). E colpisce, in particolare, che i «dissidenti storici» non sembrino più ricordare proprio quelli che erano i capisaldi del Movimento democratico storico, vale a dire il principio della libertà e responsabilità personale e sociale che nasce dall’autocoscienza del singolo, la preoccupazione di educare e contribuire al rinnovamento delle coscienze.
Questa preoccupazione educativa è invece centrale in un’intervista rilasciata a www.gazeta.ru da Elena Žemkova, direttore esecutivo dell’Associazione Memorial. «Sono convinta che il nuovo monumento abbia un’utilità perché può contribuire ad aprire gli occhi ai moltissimi che ancora ritengono che Stalin fosse un “efficiente manager” e che le repressioni fossero giustificate». Proprio per questo – sottolinea la Žemkova – è «fondamentale che promotore del monumento sia stato il governo federale. In altre parole, lo Stato oggi afferma: le repressioni illegali per motivi politici sono un crimine. È un punto importante che viene introdotto in questa problematica».



In effetti, alla cerimonia dell’inaugurazione Putin ha pronunciato una condanna inequivocabile dei crimini dello stalinismo, asserendo: «Non si può cancellare questo terribile passato dalla memoria nazionale, e tanto meno giustificarlo, con nessun cosiddetto “bene supremo” del popolo… È sufficiente visitare il poligono di Butovo e altre fosse comuni di vittime delle repressioni, che non sono poche in Russia, per capire: non può esistere alcuna giustificazione a questi crimini». Il memoriale alle vittime delle repressioni non è certo un punto d’arrivo – la Žemkova è molto netta in proposito – ma potrebbe rappresentare l’inizio di un programma di «destalinizzazione», per la quale lo Stato non ha fatto molto finora, dato che alla Legge del 1991 sulla riabilitazione delle vittime delle repressioni politiche, e a una delibera della Corte Costituzionale del 1992 che tenta un giudizio politico e giuridico del totalitarismo non è mai seguito alcun passo da parte dello Stato.
Per questo è importantissimo – prosegue Elena Žemkova – che, sebbene sia stata indetta anche una sottoscrizione popolare, «l’attuale monumento sia stato realizzato principalmente con i denari dello Stato. La gente l’ha uccisa lo Stato, perché a pagare il monumento dovrebbero essere i parenti degli uccisi? Questo da un lato. Dall’altro, capisco che i familiari delle vittime del terrore, e più in generale quanti sono sensibili a questo tema, desiderino in qualche modo contribuirvi. Io credo che la sottoscrizione popolare sia soprattutto una risposta al comprensibile desiderio della gente di offrire un proprio contributo a questa memoria. E non solo in denaro… Ad esempio, nel piedestallo del monumento sono inserite pietre memoriali portate da svariate persone dai luoghi delle fosse comuni, da ex-prigioni e lager, da tutto il paese. Ognuna di queste pietre porta inciso il luogo da cui proviene. Per me personalmente queste pietre sono i testimoni di ciò che è avvenuto nel nostro paese, ed emotivamente fanno addirittura un’impressione più forte del monumento come tale…».

Insomma, un fatto è un fatto, e resta al di là delle intenzioni e dei giochi politici che possono averlo motivato. Conclude la Žemkova: «Qualunque cosa succeda, per quanti anni possano trascorrere, lì resterà scritto: monumento eretto dallo Stato. E ogni maestro potrà portare lì i suoi alunni e dire: lo Stato condanna l’ingiustizia commessa nei confronti delle persone. A me questo infonde una certa speranza che il potere dovrà essere più equo nei confronti di quanti vivono oggi. A proposito, sembra che il comune di Mosca voglia organizzare delle visite per le scolaresche al Museo della storia del GULag. C’è da rallegrarsene, tanto più che il museo è molto bello».


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