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Come si torna alla storia

Il sogno di dedicare un monumento alle vittime del comunismo nacque negli anni ’80, alimentato dalle speranze di molti. Il lungo tragitto si è concluso quest’anno con l’inaugurazione del «Muro del dolore» a Mosca. Ne raccontiamo la storia.
Autore:
Redazione

Dall’inizio della perestrojka a Mosca si verificarono alcuni grandi momenti di pubblico dibattito sul progetto di un monumento alle vittime del totalitarismo. Alla fine degli anni ’80 fu bandito un concorso e migliaia di persone visitarono la mostra dei progetti, lasciando i loro commenti. Proprio dal Gruppo d’iniziativa per il monumento nacque la futura Associazione Memorial. La cronaca di questa storia si trova oggi riassunta in un portale online di Memorial, di cui offriamo la traduzione.

Nel 1987 il «Gruppo d’iniziativa Memorial» cominciò a raccogliere firme a sostegno del progetto di un monumento pansovietico alle vittime delle repressioni politiche. Nessuno aveva idea di come avrebbe dovuto essere questo monumento. Fu allora che per la prima volta la società si interrogò seriamente su quali forme dovesse assumere la memoria del passato totalitario.
Già al XXII Congresso del Partito comunista sovietico Nikita Chruščev aveva parlato della necessità di «erigere un monumento a Mosca per eternare la memoria dei compagni caduti vittime dell’arbitrio». Fu allora, nei primi anni ’60, che gli scultori Vadim Sidur ed Ernst Neizvestnyj, l’uno all’insaputa dell’altro, presero a lavorare sul progetto del futuro monumento, ma non andarono oltre gli schizzi e gli studi.
Sull’onda della perestrojka e della glasnost’ i discorsi sul monumento ripresero quota. Nel 1987 il Gruppo d’iniziativa incominciò una raccolta di firme per un appello al Soviet Supremo dell’URSS che chiedeva di aprire un memoriale. Del monumento parlarono scrittori e scienziati: Vasil’ Bykov, Andrej Voznesenskij, Evgenij Evtušenko, Dmitrij Lichačev. Anche il potere ufficiale si espresse in merito, e il 4 luglio 1988 il Politburo del Comitato Centrale del Partito siglò il decreto sulla «Costruzione di un monumento alle vittime dell’illegalità e delle repressioni».

Il concorso
Nel luglio del 1988 il settimanale «Ogonëk» propose di inviare i progetti del monumento per esporli alla Casa della cultura della Fabbrica moscovita di lampadine. E in effetti la mostra, ribattezzata «Settimana della coscienza» ebbe luogo nel novembre di quell’anno, e divenne il primo evento legato al monumento alle vittime ad avere un’ampia risonanza sociale.
La «Settimana della coscienza» fu frequentata da decine di migliaia di visitatori. L’ingresso e gli ambienti contigui erano stracolmi, la coda si snodava per centinaia di metri. All’interno della Casa della cultura i visitatori cercavano informazioni sui parenti, discutevano e firmavano appelli collettivi, assistevano a incontri improvvisati con gli ex-detenuti, partecipavano a concerti e a serate di testimonianza.
Durante il processo di organizzazione della «Settimana della coscienza» nacque l’idea di trasformarla nella prima tornata di un concorso pansovietico per il miglior progetto di monumento alle vittime delle repressioni politiche. Il concorso fu aperto nel dicembre del 1988, e i progetti vennero esposti dal 15 agosto al 26 settembre del 1989 all’interno del monastero Donskoj.
I concorsi in pratica furono due: uno popolare da esporre alla «Settimana della coscienza», e l’altro «per professionisti» da esporre al monastero Donskoj; arrivarono alcune centinaia di progetti sotto forma di plastici, testi descrittivi, schizzi e fotografie. L’idea del monumento fu rielaborata da funzionari di partito e attivisti civili, da professionisti e dilettanti, da ex detenuti e dai loro figli.

A sin., un momento della raccolta di firme e, sulla destra, l’annuncio della mostra dei progetti alla Fabbrica di lampadine.

Dove collocarlo
L’idea era che il monumento sorgesse a Mosca, ma la collocazione precisa in città non era stata specificata, pertanto la scelta del luogo divenne parte integrante di ciascun progetto. Non tutti approvavano l’idea di un unico monumento centrale. Molti partecipanti alla discussione sostenevano che bisognasse collocare memoriali un po’ ovunque nel paese.
Uno dei luoghi indicati dalla maggioranza degli autori era la Piazza Rossa. Ma molti dei visitatori sostenevano che non si poteva introdurre cambiamenti nell’insieme architettonico del Cremlino e adiacenze.
La zona della Lubjanka, dove sorgeva la sede principale degli organi della Sicurezza, sembrava a molti il luogo più adatto per un monumento alle vittime delle repressioni. C’era anche l’idea di trasformare la stessa sede del KGB in un museo e centro di ricerca.

Cosa doveva rappresentare
Al concorso parteciparono numerosi progetti, ma in fondo le idee ed i simboli chiave erano sempre gli stessi. Le figure centrali erano quelle della vittima o del carnefice; alcuni autori ricorrevano a simboli astratti di tipo religioso o civile.
La vittima era posta spesso al centro, con l’immagine dell’uomo sofferente. Ma anche questo concetto aveva sfumature diverse, in alcuni casi propriamente religiosa. Per il carnefice molti usavano l’immagine di Stalin. Ma i visitatori spesso non erano d’accordo col fatto che rappresentare la figura del carnefice fosse consono a un memoriale dedicato alle sue vittime. Quanto ai simboli religiosi, molti proponevano di erigere una croce in memoria dei morti, o una cappella, una chiesa. A questo scopo veniva suggerita, ad esempio, la chiesa di Cristo Salvatore, della cui ricostruzione si parlava sempre più spesso in quel periodo. Un altro motivo ricorrente era la tomba, una tomba simbolica presso la quale potessero raccogliersi le migliaia di persone che ignorano dove sono seppelliti i loro cari. Un progetto rappresentava un kurgan [l’antica tomba a tumulo degli Sciti] che raccogliesse la terra di tutti i cimiteri dei lager e delle fosse comuni finora noti. Spesso i progetti presentavano il memoriale sotto forma di un complesso di elementi quali il monumento in quanto tale, un centro informativo, un viale della memoria.


La mostra dedicata ai progetti, ospitata presso la Casa della cultura della Fabbrica di lampadine, nel corso della «Settimana della coscienza», Mosca 1988


La scultura di Vadim Sidur
Il nome dell’artista in disgrazia Vadim Sidur tornava di continuo nelle discussioni sul memoriale. «Non c’è niente di meglio del genio di Sidur», «Sidur è l’unico», «chi potrebbe esprimerlo meglio è Sidur!» era il ritornello nelle lettere e nei commenti. Le sculture di Sidur vennero usate all’interno di alcuni progetti esposti al monastero Donskoj; la sua opera intitolata Monumento ai caduti per violenza nelle intenzioni avrebbe dovuto essere posta nel giardinetto accanto alla sede di Memorial.

La scultura di Sidur e la sua poesia L’autunno più felice<.

La discussione
La pubblica discussione dell’idea di monumento iniziò ben prima che si raccogliessero i progetti per la «Settimana della coscienza». Nel 1987-1988 i giornali «Literaturnaja gazeta», «Znamja», «Moskovskie novosti», «Ogonëk» pubblicarono le lettere e gli appelli di gente che riteneva necessario fare un memoriale, raccogliere firme a sostegno e creare un gruppo d’iniziativa. La «Settimana della coscienza» creò ulteriori spazi di discussione. Migliaia di visitatori lasciarono le loro osservazioni, che riempirono ben 180 pagine del libro degli ospiti della mostra, mentre dopo la presentazione del concorso fatta al monastero Donskoj furono scritti circa duemila commenti.
Allo «sportello di Memorial», in via Černjachovskaja 2, arrivavano lettere con ulteriori proposte fuori concorso. La discussione del progetto e della sua idea ispiratrice si svolse anche su riviste specializzate come «Architettura e urbanistica di Mosca», o «Arte decorativa in URSS».
Il pubblico che seguiva queste pubblicazioni e le mostre era quanto mai ampio: ingegneri, giornalisti, pensionati, militari, studenti. Nel libro degli ospiti la gente annotava la città di provenienza, e si trovano anche note in tedesco, inglese, francese, italiano. I visitatori non si limitavano a valutare i progetti di monumento, ma offrivano aiuto agli «ex», raccontavano la storia dei parenti condannati, riflettevano sulla storia dell’Unione Sovietica e sul futuro della Russia. Il fatto stesso di parlare dell’esperienza vissuta era per molti un passo importante nell’opera della memoria.
Il concorso non dichiarò un vincitore, la giuria non riuscì a scegliere un progetto da realizzare. La seconda fase del concorso che era stata programmata non si tenne mai, in compensò cominciarono ad apparire targhe e memoriali in tutto il paese; molti di essi divennero famosi anche oltre l’ambito locale.

Storia di due monumenti
In piazza Lubjanka e nel vicolo Malyj Karetnyj si trovano due grosse pietre; sono chiamate entrambi pietre delle Solovki, anche se in realtà una sola di esse proviene di lì, quella che si trova nel giardinetto accanto al Museo politecnico in piazza Lubjanka. La seconda, che si trova accanto alla vecchia sede di Memorial nel vicolo Malyj Karetnyj è stata presa lungo il corso del canale Moscova-Volga, che fu costruito dai detenuti del Dmitlag. Anche il contenuto simbolico dei due monumenti è diverso: la pietra delle Solovki è dedicata a tutte le vittime delle repressioni sovietiche, mentre quella proveniente dal Dmitlag commemora i moscoviti vittime delle repressioni.
La prima pietra delle Solovki in memoria dei detenuti politici fu posta in un paesino della regione di Archangel’sk nel giugno del 1989. Furono i membri di Memorial Sergej Krivenko e Lev Ponomarëv a proporre di portarne una anche a Mosca. Nel settembre del 1990 il Consiglio comunale della capitale approvò la posa di un masso erratico in granito sulla piazza che allora si chiamava ancora Dzeržinskij ed ora si chiama Lubjanka, in faccia alla sede della Sicurezza di Stato.
Sulle isole la scelta di due massi – uno per Mosca e uno per Archangel’sk – fu fatta dal giornalista Michail Butorin (allora presidente del gruppo «Coscienza») e dall’architetto Gennadij Ljašenko. Furono loro ad organizzare anche il trasporto, con la collaborazione del Ministero dei Trasporti. La composizione in piazza Lubjanka fu invece progettata e realizzata da Sergej Smirnov e Viktor Korsi.
Il 30 ottobre 1990 si tenne il primo meeting, che si radunò nei pressi del monumento alla moglie di Lenin, Nadežda Krupskaja, sul boulevard Sretenskij: i partecipanti, con in mano foto dei parenti, fiori e candele, cartelli con i nomi dei lager, o dove si chiedeva l’apertura degli archivi, si incamminarono lungo la via Dzeržinskij (ora via Bol’šaja Lubjanka) per poi confluire nel giardinetto in piazza Lubjanka e tagliare il nastro davanti al monumento.
In seguito, nell’estate del 1992 l’Associazione Memorial diede inizio alla campagna per perpetuare la memoria dei moscoviti caduti vittime delle repressioni politiche. Qualcuno aveva proposto di usare la scultura di Vadim Sidur Ai caduti per violenza, me nella primavera del 1994 si scoprì che, nonostante gli accordi preventivi, i parenti di Sidur non permettevano di usare l’opera come monumento. Pertanto si decise di porre nel giardinetto del vicolo Malyj Karetnyj una pietra portata dal Dmitlag.


L’inaugurazione del monumento in piazza della Lubjanka, Mosca 1990.


Epilogo
Molti che avevano visitato la mostra dei progetti e gli stessi organizzatori del concorso rimasero scontenti dei risultati. Non piacevano i progetti, né i luoghi prescelti, né l’idea stessa del concorso, che prevedeva di rendere l’immagine del dolore e non dell’opposizione alla violenza. Alcuni affermarono che era inutile porre un monumento fintanto che la società non avesse coralmente condannato il sistema totalitario. Ci furono anche quelli convinti che bisognasse per prima cosa riabilitare tutti i condannati, e poi svolgere un lavoro di ricerca e informazione, recuperare i materiali d’archivio, fare dei documentari e aprire dei musei.
L’Associazione Memorial è nata proprio per rispondere all’iniziativa di erigere un monumento nazionale. Il progetto si è realizzato solo in parte. Non è stato fatto un monumento alle vittime delle repressioni politiche che fosse l’esito di un concorso aperto e libero. Al suo posto c’è la pietra delle Solovki in piazza Lubjanka a Mosca. Però le targhe commemorative e i memoriali si sono diffusi in tutto il paese. Infine il 30 ottobre 2017 è stato inaugurato il monumento nazionale alle vittime sulla prospettiva Sacharov a Mosca.
I gruppi regionali di Memorial sono diventati centri di raccolta dati sulle repressioni, e svolgono un grosso lavoro di ricostruzione degli elenchi sia delle vittime che degli aguzzini; organizzano archivi e musei, difendono gli interessi delle vittime di abusi giudiziari.
La «Settimana della coscienza» e la posa della pietra delle Solovki sono stati dunque i primi atti del ritorno alla storia e del recupero dei nomi, dando inizio alla ormai tradizionale commemorazione dei nomi delle vittime del regime sovietico.


key-words: Memorial, dissenso, Solovki, Lubjanka, Sidur

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