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Russia 1917: il Magnificat o il suicidio di un popolo?

Apriamo un dibattito pubblicando l'introduzione del libro «Russia 1917, il sogno infranto di "un mondo mai visto"», catalogo della mostra che la Fondazione Russia Cristiana presenta quest’anno al Meeting di Rimini.
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Redazione

Il 25 ottobre 1917 si compiva un rivolgimento poi chiamato «rivoluzione d’ottobre», un punto di non ritorno per la Russia e per la civiltà umana. A un secolo di distanza la riflessione su di essa è ancora difficile, in Russia come in Europa.



Il 25 ottobre 1917 – data del colpo di Stato bolscevico che porta al potere Lenin e che è passato alla storia come il giorno della rivoluzione d’ottobre – «comincia una nuova epoca. La storia della Russia si conclude e il suo posto viene occupato dalla storia dell’URSS. Ma si apre anche un’era nuova per l’umanità».
Con questa frase, in maniera apparentemente semplice, viene posto il problema più complesso, controverso e decisivo per ogni tentativo di leggere questo evento e cioè, come si chiarirà immediatamente agli stessi protagonisti, il problema della sua radicale novità e della peculiare specificità di questa novità.
La Russia, un impero apparentemente potente e fondato su principi cristiani secolari, si rivela debole e si affloscia su se stessa, e lo fa con una rapidità e radicalità mai viste prima, tanto sorprendenti e nuove che la natura del fenomeno, già a prima vista, risulta di difficile comprensione. Abbiamo analisi come quella di Berdjaev (un ex-rivoluzionario marxista tornato al cristianesimo), che ne mettono in luce il carattere catastrofico, arrivando fino a parlare del «suicidio di un popolo». Ma abbiamo anche raffigurazioni diametralmente opposte, come quella di Pierre Pascal (un cristiano che allora aveva ancora simpatie comuniste e che in seguito diventerà uno dei più grandi slavisti francesi), che per descrivere lo «spettacolo» della guerra civile seguita alla rivoluzione arriva a comporre una sorta di peana e a parlare di una vera e propria realizzazione del Magnificat, con «i potenti rovesciati dai troni e il popolo innalzato dalla sua miseria».

La radicale novità della rivoluzione «La rivoluzione russa si discosta decisamente da tutte le rivoluzioni accadute finora, e soprattutto da quella francese, poiché ha corrotto la Russia unita e grande, ferendo gravemente il suo sentimento nazionale. La Russia, lo Stato più grande al mondo, si è disfatta in pochi mesi, si è trasformata in una montagna di pattume. L’opera di tutta la storia russa, l’unificazione del paese a partire da Ivan Kalita, l’opera di Pietro il Grande, l’opera di tutta la cultura russa, di Puškin e Dostoevskij, è stata annientata, distrutta, dichiarata inutile e malvagia. Nella rivoluzione russa si è messa in luce una forza oscura e reazionaria, ostile al progresso storico, ostile ad ogni cultura di alto profilo. Non c’era stata mai in nessun luogo una simile apostasia dalla propria storia, un tale tradimento dei grandi insegnamenti storici. È stata il suicidio di un popolo che ha rinnegato un grande passato e un grande futuro in nome dell’interesse del momento, a causa del nichilismo che ha avviluppato l’anima popolare» (N. Berdjaev).


È il Magnificat…
«Spettacolo unico e inebriante: la demolizione di una società. Si realizza (…) il Magnificat: i potenti rovesciati dai troni e il povero innalzato dalla sua miseria. I padroni di casa sono confinati in un angolo, e in ogni spazio è sistemata una famiglia. Ricchi non ve ne sono più: semplicemente dei poveri e dei più poveri. Il sapere non conferisce più né privilegio né rispetto. L’ex-operaio promosso direttore comanda sugli ingegneri. I salari, dall’alto e dal basso, si avvicinano. Il diritto di proprietà è ridotto agli stracci personali. Il giudice non è più tenuto ad applicare la legge, quando il suo senso dell’equità proletaria la contraddice. Il matrimonio è solo più un’iscrizione allo stato civile, e il divorzio può essere comunicato con una cartolina postale. I bambini sono istruiti a sorvegliare i genitori (…). La dolcezza è reputata vizio. La pietà è stata uccisa dall’onnipresenza della morte. L’amicizia sussiste solo come cameratismo. Gli anziani sentono precluso ogni futuro, ma non mancano giovani che in questo sfacelo trovano gioia di vivere. Cambiano i loro buoni del pane per un biglietto di teatro. I corsi di danza si moltiplicano» (P. Pascal).

I due storici citati sono studiosi di indiscutibile serietà; altrettanto indiscutibile è la loro conoscenza dell’oggetto. L’evidente contraddizione delle loro posizioni rende ancora più affascinante il problema che ci troviamo di fronte oggi, chiamati a riconsiderare gli eventi rivoluzionari a un secolo di distanza: un problema tanto più affascinante in quanto la contraddizione che abbiamo appena messo in luce non dipendeva soltanto dai differenti punti di vista, ma era nelle cose stesse, come sottolineerà lo stesso Berdjaev quando, ripercorrendo l’atmosfera di quegli anni, ricorderà che una delle caratteristiche di quel periodo fu appunto quella di aver intravisto «un’alba nuova» e di aver unito «il senso del tramonto e della sconfitta con il senso della nascita di un nuovo giorno e con la speranza nella trasfigurazione di tutta la vita».
Il processo scatenato da quegli eventi è poi ancora più interessante per noi oggi in quanto non riguardò soltanto l’impero zarista, ma è andato ben al di là della Russia, in senso spaziale e in senso temporale, assumendo caratteristiche che, pur coinvolgendo radicalmente la politica e l’economia, andavano a loro volta ben al di là dei sistemi politici o economici. Come disse Sergej Bulgakov (un altro degli autori ex-marxisti tornati in quegli anni alla fede cristiana) nel 1918, «perché lei vede soltanto la caduta della Russia sconfitta e sembra dimenticare ciò che avviene nel mondo intero? Non siamo forse testimoni di una catastrofe universale, del crollo di tutta “l’epoca moderna”?».
Quanto stava avvenendo riguardava tutto il mondo e, pur essendo stato generato da un grande e in molti casi sincero desiderio di cambiamento, avrebbe significato non il cambiamento di un sistema e neppure la sua fine, ma il cambiamento e la fine di un mondo.
Il problema della novità di quanto è avvenuto, e della conseguente necessità di applicare nuovi criteri di lettura, si impone dunque, almeno sotto due angoli interpretativi (relativi alla struttura sociale e alla dimensione propriamente antropologica), che si possono illustrare facendo riferimento alla rivoluzione francese, modello principale cui si rifacevano del resto gli stessi protagonisti russi di quegli anni, quale che fosse il campo cui appartenevano (il confronto si trova in Berdjaev, ma anche in Lenin e in Trockij e in tutta la galassia menscevica o socialista rivoluzionaria).

Se consideriamo la rivoluzione dal punto di vista della società, dobbiamo constatare che nel passato tutte le rivoluzioni europee vittoriose (quella francese in maniera più evidente e compiuta) avevano portato a una ridistribuzione delle forze in gioco secondo nuovi rapporti di potere: le classi prima subalterne avevano preso il posto di quelle dominanti e viceversa; nel caso della rivoluzione russa, invece, questa ridistribuzione non c’è perché, alla fine, le forze in gioco, le varie classi, scompaiono: la società civile scompare e viene sostituita dall’organismo onnicomprensivo del Partito Unico.
Innanzitutto, dunque, non coglierebbe la sostanza del 1917 qualsiasi lettura che non mettesse a tema il fatto che il sistema edificato dagli eventi rivoluzionari è caratterizzato dal «totale influsso del partito al potere su qualunque campo della realtà, in maniera sconosciuta al passato». In effetti, al di là delle polemiche che può suscitare il concetto di totalitarismo sotteso a questa affermazione, resta difficile contestare che proprio a questo totale influsso mirasse Lenin quando, nel marzo del 1921, durante il X Congresso del Partito e a guerra civile ormai terminata, diceva: «Il nostro è il partito di governo, e le risoluzioni approvate dal congresso di partito saranno obbligatorie per tutta la repubblica».
Prendere in considerazione il significato di questa affermazione non dipende da una particolare opzione politica (più o meno anticomunista), ma si impone per chiunque voglia cercare di cogliere il funzionamento della macchina rivoluzionaria e dello Stato da essa prodotto, andando al cuore dell’ideologia; come vedremo, infatti, il suo nucleo essenziale non dipende tanto dal suo contenuto, ma dalla sua forma di pensiero, dal primato dell’idea e della sua logica (ideo-logia) sulla realtà, così che un’idea, anche quella che apparentemente può sembrare la migliore di questo mondo, può giustificare l’eliminazione della realtà e, soprattutto, delle persone reali.

Se consideriamo ora la rivoluzione dal punto di vista antropologico, anche in questo caso dobbiamo constatare che le rivoluzioni precedenti, quando pure erano state così radicali da investire la concezione dell’uomo, si erano limitate a toccare singoli elementi, a scoprire prerogative e diritti prima ignorati (nel caso francese erano stati i classici diritti dell’uomo e del cittadino); dopo l’ottobre, invece, la pretesa è quella di aver prodotto un tipo umano, antropologico, nuovo: l’uomo nuovo, che sarebbe stato cantato nella letteratura dei primi anni del regime sovietico e nel quale prendeva carne quello che Sergej Bulgakov definì «l’autentico segreto» del marxismo, cioè il suo radicale ed essenziale ateismo.


Il segreto del marxismo«Marx guarda alla religione, specialmente al teismo e al cristianesimo, con ostilità estrema, come ateista militante e combattivo, che si sforza di liberare, di guarire la gente dalla follia religiosa, dalla schiavitù spirituale. Nell’ateismo militante di Marx cogliamo il nervo centrale di tutta la sua opera, uno dei suoi stimoli principali: la lotta contro la religione è in certo senso (…) l’autentico, seppur nascosto, motivo dei suoi più importanti lavori teorici. Marx combatte contro il Dio della religione sia con la sua scienza, sia con il suo socialismo, che nelle sue mani diventa uno strumento dell’ateismo, un’arma per liberare l’umanità dalla religione. Lo sforzo dell’umanità di «organizzarsi senza Dio, per sempre e definitivamente», di cui così profeticamente scriveva Dostoevskij e che costituiva, tra l’altro, l’oggetto di una sua costante e tormentosa riflessione, trovò nella dottrina di Marx una delle più chiare e compiute espressioni. Abitualmente o non si comprende o non si rileva questo nesso interno tra ateismo e socialismo in Marx. Il compito della filosofia, cioè della dottrina di Feuerbach, e propriamente la liberazione teoretica dell’umanità dalla religione, e il compito del proletariato divengono qui una cosa sola: al proletariato è affidata la missione di porre in opera storicamente l’ateismo, cioè la liberazione pratica dell’uomo dalla religione. Ecco l’autentico Marx, ecco l’autentico «segreto» del marxismo, la sua vera natura!» (S. Bulgakov).

Il non tenere presenti questi due elementi, come spesso ha fatto la storiografia sulla rivoluzione, cioè utilizzare schemi di lettura della storia che escludono strutturalmente l’idea della novità totalitaria e la rilevanza del problema religioso impedisce di dare una lettura della rivoluzione credibile e rispettosa dei fatti e degli uomini che ne sono stati i protagonisti: la Russia era un paese segnato dalla tradizione cristiana e, con tutti i limiti che poteva avere, proprio questa tradizione ne scandiva ancora la vita, tant’è che proprio la lotta alla religione in nome dell’ideologia marx-leninista sarà una delle caratteristiche dell’Unione Sovietica, dalla sua fondazione al suo crollo. Come ci mostrano gli autori che ci guideranno in questa rilettura (innanzitutto Nikolaj Berdjaev, Sergej Bulgakov e Semën Frank), prendere in considerazione questo elemento non dipende da una libera scelta dello studioso, ma da una semplice questione di conformità all’oggetto studiato e ai fatti che lo caratterizzano. Nel caso contrario, ai fatti sarà sempre più facile sostituire una serie di miti.


Come capire la Russia senza la religione?«Nei libri sulla storia della rivoluzione russa, lo spazio dato alla religione è poco o nulla. W.H. Chamberlain dedica a questo argomento meno di cinque pagine in un libro di quasi mille. Altri studiosi (per esempio Sheila Fitzpatrick e Leonard Schapiro) lo ignorano totalmente. Tale mancanza di interesse può essere spiegata soltanto con il laicismo degli storici moderni. Eppure, anche se gli storici sono laici, la stragrande maggioranza della gente di cui si occupano era religiosa: da questo punto di vista, si può dire che gli abitanti di quella che divenne l’Unione Sovietica, cristiani, ebrei e musulmani allo stesso modo, vivevano nel Medioevo. Per loro cultura voleva dire religione, nel senso sia di fede, sia soprattutto di riti e festività (…).
La loro vita ruotava intorno alle cerimonie del calendario religioso, perché oltre ad attribuire un significato alla loro esistenza difficile e monotona, tal riti davano anche al più umile di loro un senso di dignità di fronte a Dio, per il quale tutti gli esseri umani sono uguali. I comunisti attaccarono la fede e le tradizioni religiose con una violenza mai vista dai tempi dell’impero romano. Il loro ateismo aggressivo colpì la massa dei cittadini in modo assai più doloroso della repressione del dissenso politico e dell’imposizione della censura. A parte le difficoltà economiche, nessun atto del governo di Lenin arrecò maggior sofferenza alla popolazione in generale, le cosiddette «masse», della profanazione della loro fede religiosa, la chiusura dei luoghi di culto, il maltrattamento del clero» (R. Pipes).


A. Dell’Asta, M. Carletti, G. Parravicini
Russia 1917. Il sogno infranto di «un mondo mai visto»
pp. 192, «La Casa di Matriona» 2017, € 12,00
In corso di pubblicazione

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APPROFONDIMENTI
La Chiesa libera e il Concilio
Segno di contraddizione
Il dissenso: coscienza critica della rivoluzione

key-words:rivoluzione, 1917, dossier

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