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Gli islamici a Minsk, una storia di integrazione

I tatari islamici si sono insediati in Bielorussia 600 anni fa, trovandovi difesa e riconoscimento. Ora sono parte integrante della società, profondamente assimilati ma pur sempre fedeli all’islam moderato.

Oggi in Europa si teme la fede islamica degli immigrati perché la si considera una sorta di cavallo di Troia, capace di introdurre un fattore distruttivo delle altre culture. In più molti ritengono innato il legame tra islam e violenza. Proprio su questo punto sono state date molte risposte diverse.
Ad esempio, l’antropologo francese René Girard, noto per i suoi lavori sul sacrificio e il sacro, riteneva che l’islam costituisse il ritorno al pensiero mitico, dal quale la tradizione biblica si era liberata nel corso di molti secoli. Per pensiero mitico intendeva la fede nell’efficacia del sacrificio, nella sua necessità. Nel pensiero di Girard i profeti ebraici criticano i sacrifici cruenti, il cristianesimo li abolisce del tutto, ma l’islam torna indietro, di qui il suo atteggiamento contraddittorio riguardo alla violenza. Un discepolo di Girard, il teologo cattolico americano William Cavanaugh, ha ipotizzato che il problema non sia affatto nell’islam ma nel fatto che l’ideologia dell’Epoca moderna ha creato il mito di una particolare violenza di tipo religioso. Secondo il mito, questo tipo di violenza è incomparabilmente più pericoloso di qualsiasi altro, perché è irrazionale e non si accontenta di nessun risultato. Mentre la violenza razionale da parte dello Stato secolare ci salva da questa forza incontrollata. Inoltre, se per diversi secoli il ruolo di «capro espiatorio» lo ha avuto il cristianesimo, nel XXI secolo questo ruolo l’ha assunto di sicuro l’islam.
La terra bielorussa, che ha conosciuto grandi tensioni fra popoli e culture diversi, essendo per antonomasia una terra «di passaggio», storicamente ha accolto nel suo seno anche una comunità islamica. Questo fatto si è inserito stabilmente nel panorama nazionale, per cui non ha suscitato nessuno stupore il fatto che l’11 novembre scorso, a Minsk, sia stata inaugurata in centro città una grossa moschea della capienza di oltre mille persone.

Il presidente turco Erdogan ha presenziato perché sono stati proprio i fedeli turchi a finanziarne la costruzione. Durante l’incontro Lukašenko ha preso dalle mani dell’ospite il Corano, lo ha baciato e poi, durante la preghiera, si è messo in ginocchio con gli altri.
In internet il suo gesto ha suscitato molte discussioni, c’è chi è rimasto perplesso, chi ci scherza sopra commentando che il presidente, che una volta si era definito un «ateo ortodosso», adesso è diventato un «ateo musulmano». Comunque, quasi nessuno ha avuto da ridire sul fatto che a Minsk abbiano costruito una moschea. Nelle altre città europee la cosa non manca di suscitare reazioni. Ad esempio a Milano, il progetto di costruire una grande moschea ha suscitato un’infinità di critiche, è stato chiesto di approvare delle leggi restrittive. Invece a Minsk non si è levata nessuna protesta. Infatti gli abitanti sanno bene che non si tratta di un edificio completamente nuovo, ma semplicemente della replica più in grande della vecchia moschea in pietra costruita in quella zona della città nel 1902 e demolita nel 1972. E sanno che ancora prima, sullo stesso posto sorgeva una moschea in legno dalla fine del XVI secolo.

Profughi del XIV secolo
Ma chi l’aveva costruita? E chi l’ha frequentata per quasi quattrocento anni? Il popolo detto dei tatari lituani o bielorussi, o lipki. Adesso in Lituania, Bielorussia e Polonia vivono circa 20mila persone che discendono da questo popolo, con una storia che supera ormai i 600 anni. Alla fine del XIV secolo il Granducato di Lituania, di cui facevano parte i territori dell’attuale Lituania e Bielorussia, confinava con l’Orda d’Oro. Molti tatari cadevano prigionieri durante le campagne militari. Ma quando all’interno dell’Orda d’Oro scoppiarono lotte intestine tra i khan Tamerlano e Tokhtamysh, si verificò un vero e proprio esodo di questo popolo sul territorio della vecchia Lituania. In questa contesa Tokhtamysh si alleò con la Lituania, e quando venne sconfitto vi si rifugiò con tutto il suo esercito. Un altro forte gruppo giunse in quello stesso periodo dalla Crimea. Il principe Vitovt li accolse e diede loro la terra, a condizione che combattessero dalla sua parte.
Da allora i musulmani sunniti hanno difeso per oltre 500 anni Lituania e Bielorussia. Poco dopo il loro trasferimento iniziò la guerra del Granducato polacco lituano contro l’Ordine Teutonico, che si concluse con la sconfitta dei cavalieri crociati nella battaglia di Grunwald dove, dalla parte dell’esercito lituano, combatterono anche tremila cavalieri tatari. In seguito, nel XVI secolo, essi combatterono addirittura contro altri islamici, i tatari della Crimea che facevano incursione da sud. E un’ultima volta combatterono come unità autonome all’inizio della seconda Guerra mondiale. Nel settembre 1939 i reggimenti di ulani tatari inseriti nell’esercito polacco, fecero in tempo ad attaccare il Terzo Reich prima che la Polonia venisse occupata.
Molti di questi profughi ricevettero un titolo nobiliare per i servizi resi ai principi lituani, con tanto di stemma e tutti i privilegi dell’aristocrazia. Col tempo si lasciarono fortemente assimilare, persero la lingua materna cominciando a parlare quella locale, l’antico bielorusso. Questo viene spiegato col fatto che provenivano da parti diverse e parlavano lingue diverse, per tanto avevano adottato una lingua franca per capirsi tra loro. Altri spiegano col fatto che in Lituania erano arrivati soprattutto combattenti uomini, che poi spesso avevano messo su famiglia con donne cristiane.


Pur avendo perso la lingua (o meglio le lingue) i tatari lipki non persero però la loro fede. Si misero a ricopiare brani del Corano col commento, detti del profeta Maometto, testi liturgici; e scrivevano questi libri nella lingua parlata, l’antico bielorusso, ma con lettere arabe. Quasi tutti i tatari sapevano leggere e scrivere, e in ogni casa si conservavano questi libri; ancor oggi alcuni anziani li sanno leggere. Oltre ai testi religiosi, ricopiavano cronache, leggende, racconti d’avventure, persino raccolte di scongiuri. Oggi questi libri sono diventati preziosi per i filologi bielorussi poiché illustrano lo stato della lingua parlata nei secoli XVI-XVIII. Nei testi coevi scritti in alfabeto cirillico è più difficile registrare questo aspetto poiché si usava l’ortografia conservativa slava antica, che era molto meno sensibile al suono della lingua.
I tatari non hanno mai nascosto la loro vita religiosa. Attorno a loro, cattolici e protestanti hanno questionato per secoli, gli ortodossi con gli uniati, tutti i cristiani con gli ebrei, ma non abbiamo quasi traccia di conflitti con i seguaci dell’islam. Da un lato li stimavano e apprezzavano come soldati, dall’altro sembrava che non li notassero neanche. Nei paesi e nei villaggi dove vivevano, i tatari costruivano moschee in legno che esteriormente somigliavano molto alle sinagoghe e alle chiese lì accanto. Attorno a queste moschee si possono trovare antichi cimiteri, sulle cui lapidi sono incisi nomi e preghiere in lettere arabe, mezze lune e stelle. Oltre a tutto, i lipki erano famosi come ortolani. Il quartiere di Minsk dove è stata riaperta la moschea si chiama non a caso «gli orti dei tatari», e si dice che ancor oggi il prezzemolo e l’aneto che si vendono ai mercati generali di Minsk provengano da Iv’e, capitale dei tatari bielorussi.
Quando, nel XIV secolo, un gran numero di musulmani si riversò nelle terre della Bielorussia attuale cercando rifugio, vi trovò difesa e accoglienza. Da allora i tatari islamici hanno convissuto pacificamente per oltre sei secoli accanto agli altri popoli. Certo nel medioevo c’era una società gerarchica, ogni ceto e ogni comunità era rigidamente separato dagli altri. Oggi la comunità tatara, oramai molto ridotta di numero, ricostituisce la sua vita culturale e religiosa praticamente dalle ceneri, dopo la distruzione del periodo sovietico. Eppure non si tratta solo di recuperare le memorie, ci sono casi interessanti di bielorussi che oggi si convertono all’islam non perché affascinati dall’esotismo mediorientale, ma perché lo hanno ritrovato studiando le proprie origini.
Il segno di questa lunga convivenza si rintraccia anche nella lingua: a chiunque sa il bielorusso è familiare la parola rachmany, che vuol dire «pacifico, mite», e ha la stessa radice delle parole della preghiera islamica: «Bismillah ir-Rahman ir-rahim», «In nome di Dio clemente e misericordioso».


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Strocev



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