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Antinomia

La tradizione del cristianesimo orientale è ricca di concetti sconosciuti in Occidente, che sovvertono la logica abituale ma esprimono in profondità la realtà umana e divina. È il caso dell’antinomia che non ha niente a che fare con quella kantiana.

C’è un famoso artista del Cinquecento, Hans Holbein il giovane, che ci ha lasciato dei vivissimi ritratti di alcuni celebri suoi contemporanei, come Erasmo da Rotterdam, Thomas Moore e re Enrico VIII. La grande perizia del suo pennello ha permesso di imprimere su tela non solo i tratti del volto, ma anche l’anima dei soggetti ritratti. Un esempio fra tanti è il ritratto di Erasmo. Lo sguardo abbassato segue la mano, che sul foglio stropicciato sta scrivendo una lettera. L’espressione del viso è tutta concentrata, come sottolinea la linea imbronciata della bocca chiusa. Gli occhi rimangono completamente nascosti allo spettatore, quasi il soggetto stesse meditando con le palpebre abbassate e stesse pronunciando senza aprire le labbra le parole misteriose che man mano compaiono sul foglio. Così l’animo sottile e intelligente del grande umanista appare vivo sulla tela.

Hans Holbein il giovane è anche l’autore di un altro celebre dipinto, il famoso Cristo morto, che ritrae il cadavere del Messia deposto nel sepolcro. Il formato del dipinto è lo stesso della tomba angusta nel quale si trova il corpo, trenta centimetri per due metri, così che è quasi impossibile non sentirsi chiusi in quel medesimo luogo. Le palpebre sono aperte, ma solo per mostrare lo sguardo morto di pupille che non hanno più alcuna luce; le labbra sono schiuse, ma solo perché il mento è cascato; le mani, martoriate dai chiodi, sono livide, bloccate dal rigor mortis, le dita ricurve come artigli.


Hans Holbein il Giovane, Cristo morto nella tomba (1521), Kunstmuseum, Basilea

Ogni vita se ne è andata di lì, ogni speranza è stata soffiata via e la resurrezione, il risollevarsi in piedi di quell’uomo, è impensabile in quell’antro strettissimo, che non lascia lo spazio di un dito fra il torace coricato e la pietra che lo soffoca. Fëdor Dostoevskij fa comparire questo quadro nel romanzo L’Idiota, dove viene contemplato dal principe Myškin e dal suo rivale Rogožin: “«Quel quadro!», esclamò il principe, colpito da un’idea subitanea. «Osservando quel quadro c’è da perdere ogni fede». «E infatti si perde», confermò Rogožin”. In una grotta Gesù ebbe i suoi natali; in un altro antro ora si chiude la sua esistenza! Queste due grotte, quella della Natività e quella della sepoltura, racchiudono il mistero profondo della vicenda di Gesù: luoghi privilegiati in cui si sono posati gli occhi di tanti uomini di fede, artisti, teologi, poeti e mistici.

Anche Gregorio di Nissa, inviato in Arabia dal sinodo di Costantinopoli, aveva contemplato la grotta della Natività, e in essa aveva intuito il ribaltamento del mito platonico della caverna. Per l’antichità pagana il sole divino stava al di fuori dal mondo e proiettava con la sua luce l’esistenza delle cose, pallide ombre di idee ultraterrene. Nel mistero dell’Incarnazione invece, Dio si era chinato fino ad occupare quell’antro, illuminando da dentro ogni cosa. L’innografia bizantina coglie questa immagine patristica in un tropario cantato nella vigilia di Natale: «O Cristo, Tu sei nato dalla Vergine come sole spirituale di giustizia, e la stella a tutti mostrò, nell’angustia di una grotta gelida, te, che sei il Dio incontenibile, guidando i Magi fino a te perché ti adorassero».

La grotta della Natività e il sepolcro, la fede nel Dio-con-noi e la perdita di ogni fede, il sole di giustizia e il buio gelido della tomba. Accostando Gregorio di Nissa e i tropari bizantini con Hans Holbein e Dostoevskij emerge lo stridore di un ossimoro insanabile. Dinanzi a questi vertici di genio, tutti volti a cogliere quanto più di vero e di umano c’è nel mistero cristiano, sembra di esser costretti a prendere una scelta: accogliere con Gregorio di Nissa la trasfigurazione della mentalità pagana, rigettando così le tenebre del dubbio di Dostoevskij; oppure lasciarsi ferire dall’umanità distrutta dalla crocifissione nel dipinto di Holbein, riconoscendo che il corpo di Cristo è stato abbandonato dal Dio incontenibile adorato dai Magi.

Il cristianesimo, tuttavia, non è la religione dell’alternativa. Porre l’una contro l’altra queste autentiche espressioni di creatività umana non ubbidisce, ultimamente, all’ampiezza del respiro della ragione. La teologia orientale descrive questa vastità di abbraccio della fede con un termine che è divenuto assai caro ai grandi autori del pensiero russo del XIX secolo: antinomia. Dove il raziocinio schematico coglie la contraddizione, dove la superficialità emotiva vede solo l’alternativa, l'amore per la verità intuisce invece l'antinomia.
Riconoscere l’antinomia significa contemplare l’emergere di una misteriosa unità generativa di tutto, unità dalla quale provengono le realtà particolari. Isolare le parti e assolutizzare i frammenti finisce per tradire la dignità e la vocazione del particolare stesso, che è di essere ricomposto nella verità tutta intera, di svelare la realtà come «unitotale», secondo l’espressione di Solov’ev.

Come la mano destra e la mano sinistra non si accordano fra loro, ma compongono il medesimo abbraccio, allo stesso modo le due grotte buie, quella della Natività e della sepoltura, insieme guidano al medesimo evento, la Resurrezione, che si comunica a tutti con la luce della fede. Proprio l’enciclica Lumen fidei di papa Francesco, composta proseguendo il testo iniziato da papa Benedetto XVI, ci accompagna nell’abbraccio di questa antinomia.

«F.M. Dostoevskij, nella sua opera L’Idiota, fa dire al protagonista, il principe Myškin, alla vista del dipinto di Cristo morto nel sepolcro, opera di Hans Holbein il Giovane: «Quel quadro potrebbe anche far perdere la fede a qualcuno». Il dipinto rappresenta infatti, in modo molto crudo, gli effetti distruttivi della morte sul corpo di Cristo. E tuttavia, è proprio nella contemplazione della morte di Gesù che la fede si rafforza e riceve una luce sfolgorante, quando essa si rivela come fede nel suo amore incrollabile per noi, che è capace di entrare nella morte per salvarci. In questo amore, che non si è sottratto alla morte per manifestare quanto mi ama, è possibile credere; la sua totalità vince ogni sospetto e ci permette di affidarci pienamente a Cristo».
Nei tropari bizantini e nella pittura cinquecentesca, nel platonismo cristiano e nel dramma dell’umanesimo post-moderno si può dunque contemplare l’unico e medesimo Dio. In un amore fedele «per noi uomini e per la nostra salvezza» il Verbo si è fatto uomo e si è fatto uccidere, discese dal cielo e discese agli inferi per illuminare la vita e rischiarare la morte di ciascuno.

Incontrare e riconoscere Cristo, il Dio nato nella povertà, il Sovrano che regna sulla croce, l'Adamo che ha sconfitto la morte, impone dunque una nuova comprensione della realtà. Dopo l'incarnazione, infatti, non c'è più un luogo sulla terra dove l'ambiguità del male regni come ultimo giudizio sulla realtà, poiché persino il rifiuto più viscerale del bene è stato chiamato a salvezza, ed ogni angolo dell'umano può essere divinizzato in Cristo.


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