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Noi, figli di una violenza inaudita

La società russa cova in sé la violenza ereditata dal passato. Che contagia i tutori dell’ordine. I fatti recenti di violenze in varie prigioni denunciano un profondo malessere di tutta la società… Cosa può fare la Chiesa? Risponde un sacerdote.

Padre Andrej Kordočkin, da oltre dieci anni parroco della chiesa di Santa Maria Maddalena a Madrid e cappellano nelle carceri spagnole, commenta alcuni recenti fatti di cronaca che riguardano le violenze e torture perpetrate dalle forze dell’ordine e dalla polizia penitenziaria russe contro cittadini arrestati e detenuti. Queste notizie trapelano con insistenza sui media da tempo. Il 20 luglio di quest’anno «Novaja gazeta», giornale d’opposizione, ha pubblicato un video di 10 minuti che mostra il pestaggio di un detenuto, ripreso nel carcere di Jaroslavl’ dagli stessi agenti. I sei responsabili sono stati arrestati, ma il vicedirettore del FSIN (Servizi federali per l’applicazione delle pene) ha dichiarato che il detenuto li aveva provocati. Il punto è che questi fatti comprovati di violenza non sembrano scuotere le autorità; manca il concetto fondamentale di diritto della persona. Intanto l’avvocato Irina Birjukova, dell’organizzazione civile «Verdetto sociale», che ha consegnato il video alla stampa, ha lasciato la Russia in seguito alle minacce di morte. Poco dopo, sabato 22 luglio, è giunta notizia che nel carcere di Brjansk un detenuto, ammanettato a un tavolo e con la testa avvolta in un lenzuolo, è morto per soffocamento. In passato Michail Chodorkovskij, ex magnate del petrolio incarcerato per 10 anni, aveva testimoniato che nel lager di Segeža dov’era recluso la tortura era d’uso comune. La notizia è stata confermata da un altro detenuto del lager, l’oppositore Ildar Dadin. Il direttore del lager, che aveva negato ogni addebito, dopo alcuni mesi era stato inquisito per abuso d’autorità ed estorsione ai danni dei detenuti.



Il sistema penitenziario spagnolo, come quello di tutti gli altri i paesi, non è perfetto. Ieri, al primo punto di controllo mi hanno consegnato il permesso di visita firmato dal direttore della prigione; al secondo controllo me lo hanno ritirato e al terzo mi hanno detto che senza il permesso non mi lasciavano entrare. Situazioni simili si incontrano abbastanza spesso. Ciò nonostante, non mi sono mai imbattuto in casi di pestaggi, torture e oltraggi dei miei assistiti. Sembrerà strano, ma qui il più delle volte sono i secondini ad essere vittime della violenza e non i detenuti. Ieri sono stato in una prigione in cui, il giorno precedente, durante una rissa un detenuto aveva strappato un pezzo di orecchio a un secondino. Il fatto è che in Spagna il carcere viene sorvegliato lungo il perimetro esterno dalla Guardia Nazionale, mentre le guardie penitenziarie che operano all’interno non hanno armi: si ritiene che queste non sarebbero una difesa ma una fonte di minaccia e di pericolo. Di fronte ai criminali incalliti, che passano metà della giornata in palestra, le guardie finiscono per trovarsi in posizione di netta inferiorità.
In Russia, a quanto posso capire, la situazione è diametralmente opposta. Dopo i recenti fatti si è parlato della necessità di una riforma, e che bisogna punire i colpevoli. In tutte queste rivendicazioni c’è del vero, ma si perde di vista l’essenziale.

Il carcere è sempre il modello in piccolo della società e dello Stato. Ossia non può accadere che in uno Stato l’individuo sia calpestato, mentre la prigione ne protegge la dignità e i diritti. Oppure, viceversa, che uno Stato si preoccupi in tutti i sensi dei suoi cittadini, mentre nelle prigioni li umiliano. E tuttavia, la prigione non è mai in sincronia perfetta con la società. Come dice un mio interlocutore che se ne intende, in Russia il vento dei cambiamenti arriva nelle prigioni sempre in ritardo. Mentre quando incominciano a torchiare la società, nelle prigioni lo si registra prima che fuori. Per questo il carcere è un barometro, una banderuola segnatempo, un termometro. Tanto più in un paese in cui la cultura malavitosa è ampiamente diffusa oltre i confini del mondo criminale.

«Jaroslavl’ non è neanche la punta dell’iceberg, è soltanto un piccolo cristallo di neve sulla montagna di ghiaccio. E non sarà mai diverso, perché altrimenti come riuscirebbero a spaventare e a spremere le confessioni con la promessa di “risparmiargli” un po’ dell’inferno che li aspetta?», mi ha scritto un avvocato di Mosca.
«A turno, metodicamente, pestano l’uomo crocifisso sugli stinchi e i calcagni, con manganelli di gomma. L’uomo grida sordamente, ulula, chiede pietà. Ogni tanto gli versano sulla testa dell’acqua da un secchio. Gli addetti, vestiti in abiti mimetici, si stancano del loro lavoro, si asciugano il sudore, si tolgono la camicia. “Guarda gli si è gonfiato il piede”. “Beh, anch’io ho il braccio stanco!”». «Mentre lo sottoponevano a violenza con l’uso di strumenti speciali e avendolo legato per impedirgli i movimenti, gli hanno avvolto la faccia con della stoffa, così che il condannato è morto per asfissia». Nel leggere queste descrizioni così asettiche come posso non ricordare le testimonianze dei detenuti di allora?

«Gli inquirenti hanno impiegato su di me, semplice indagato, la forza fisica. Qui mi hanno picchiato, nonostante sia un vecchio malato di 65 anni: mi stendevano a terra a faccia in giù, poi mi picchiavano con una striscia di gomma sulle piante dei piedi e sulla schiena; quando stavo seduto sulla sedia mi picchiavano con le strisce di gomma sulle gambe da sopra, con forza… I giorni seguenti, quando questi punti erano ormai coperti da vasti ematomi interni, mi picchiavano di nuovo sui versamenti rosso bluastri e gialli, e il dolore era tale, che mi sembrava versassero acqua bollente sui punti sensibili. Io urlavo e piangevo dal dolore», questa è la lettera del regista Mejercol’d a Molotov, nel 1940.
E di sicuro qualcuno di questi «nostri» (!) bravi ragazzi va in chiesa, e partecipa ai sacramenti. E si può star certi che tutti festeggiano la vittoria sul fascismo, e raccontano ai propri figli gli orrori dei lager tedeschi, e la ferocia della Gestapo.

Ma dove sta la Chiesa in tutto questo? Ci facciamo sentire?
Ricordo l’intervista di un nostro cappellano carcerario, il quale diceva che nelle prigioni russe è molto importante che i detenuti non ti considerino come parte dell’amministrazione, e che l’amministrazione non ti consideri come alleato dei detenuti. In questo c’è del buon senso, ma funziona sino a un certo punto. Infatti non si può solidarizzare in ugual misura con la macchina repressiva dello Stato, e al tempo stesso con quelli che ne vengono stritolati, soprattutto se si ricorda la storia antica e recente della Chiesa.
È pur vero che possiamo fare ben poco. Le risorse di un cappellano carcerario, tanto più se stipendiato dall’ufficio credenti dei Servizi federali per l’applicazione delle pene, sono limitatissime. Come si fa a mordere la mano che ti nutre?! Ma sono convinto che possiamo fare di più che compatire in silenzio. Ieri eravamo al posto di questi uomini. Chi lo sa dove saremo domani?

«Non c’è reato», dicono poi. Non è successo niente. Non c’è stato neppure abuso di potere. Niente di niente. L’anno scorso un giudice inquirente di 22 anni (!) del Comitato investigativo aveva già visionato un video di denuncia sulle torture in quella stessa colonia penale, e non ci aveva trovato violazioni. Perché? Allora cosa intendono per violazioni? Non è per caso che non riusciamo a discernere il nostro presente perché non abbiamo capito il nostro passato? Gli anni ’20 e ’30? Il GULag del dopoguerra?
Se i ragazzi ripresi nel video verranno puniti, è solo perché gli altri facciano in modo che la prossima volta nulla trapeli sui media. Bisogna difendere il buon nome della ditta. Tutto a posto. Avanti come se niente fosse.




key-words: giustizia, carcere, tortura, sistema giudiziario



Kordočkin

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