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Offesi dalla realtà

A Ekaterinburg un parroco ortodosso sotto processo per aver paragonato Lenin a Hitler. Mentre nostalgici del comunismo e della monarchia si accapigliano, il tribunale ha prosciolto il sacerdote. Resta il malessere di una società che pensa ideologicamente.

Padre Evgenij Popičenko, parroco ortodosso di Ekaterinburg, è un sacerdote noto per il suo impegno caritativo e per i suoi interventi sui media locali in tema religioso e di attualità. Alcuni mesi fa è stato intervistato dal canale Sojuz, voce della diocesi di Ekaterinburg, e l’intervista è uscita anche sul settimanale ortodosso «Pravoslavnaja gazeta». Alla domanda se è proprio necessario cambiare i nomi a vie e piazze intitolate ai padri del regime sovietico, padre Evgenij ha dato una risposta molto chiara: «E perché allora non intitolare una via, per esempio, a Šamil Basaev, il terrorista islamico ceceno, o a Göbbels, o Göring? In fondo, Lenin e Hitler sono la stessa cosa: la loro natura, il loro odio per l’umanità, per la gente, le loro “opere” che hanno provocato tante sofferenze, dolore e sangue… sono due facce della stessa medaglia. È l’abitudine che con la sua forza di inerzia ci ha disabituati a pensare. (…) Magari per qualcuno Basaev è un eroe nazionale da celebrare, e quest’idea un po’ ci urta, invece quando si tratta di nomi nostri, cui siamo abituati… Nessuno cerca di andare a fondo del perché viviamo all’ombra di questi nomi ignobili. Insomma, quando la gente dice: “Ormai non siamo più abituati ai nomi prerivoluzionari”, “Questa riforma ha un costo”, quello che prevale è il calcolo …A noi la scelta fra convenienza e coscienza…».

Incitamento all’odio
Una cosa è certa, a rimanere «urtato» da queste parole è stato il colonnello in pensione Nikolaj Rjabčevskij, presidente dell’Unione dei veterani e di altre associazioni militari della regione.
Secondo Rjabčevskij le parole di padre Evgenij offendono milioni di persone, e istigano all’odio. Il colonnello ha deciso perciò di denunciare il sacerdote, e il 5 marzo sono iniziate le udienze preliminari del processo. Nel testo della denuncia, pubblicato in parte sul portale «Moskovskij komsomolec-Ural», il colonnello lamenta che «un simile giudizio su Vladimir Lenin (…) da parte di un pubblico ufficiale, parroco di una organizzazione religiosa ortodossa locale, insignito della responsabilità di arciprete, offende il mio onore e la mia dignità, poiché tutta la mia vita cosciente è trascorsa sotto il benefico influsso della teoria e prassi leniniana… Il potere sovietico, nato dalla dottrina di Lenin ha permesso a me, figlio di un contadino di Brjansk (…) di accedere agli studi superiori… Evgenij Popičenko, nell’esercizio delle sue responsabilità in un’organizzazione non profit e, per di più, ecclesiastica, invece di adempiere il dovere di pacificare gli animi e promuovere l’amore e il rispetto per gli uomini e per Dio prescritti dalla sacra scrittura, ha abusato del diritto alla libertà di coscienza, di culto, di pensiero e di parola sancito dagli articoli 28 e 29 della Costituzione russa, e ha diffuso pubblicamente giudizi che non rispondono a verità e infangano il mio onore e la mia dignità, suscitando così odio e ostilità verso i fenomeni religiosi. Solo l’autocontrollo temprato nell’arma e la fede nella giustizia mi trattengono dal compiere azioni contro la legge».

L’autore della denuncia ha accennato anche alla possibilità di incriminare il sacerdote per «estremismo» (articolo 282 del Codice penale), «Incitamento all’odio o all’ostilità, e vilipendio della dignità umana»: «Come sarebbe a dire che Lenin è un criminale? Evgenij Popičenko ha ferito il mio onore, definendo Lenin un assassino. Sono stato decorato al valor militare nel centenario della nascita di Lenin. Perciò non Lenin, ma io stesso sono stato offeso», ha dichiarato il colonnello a «Moskovskij komsomolec».
Rjabčevskij ha richiesto perciò che padre Evgenij si scusi pubblicamente, e che i responsabili della diocesi di Ekaterinburg si impegnino a rispettare l’articolo 14 della Costituzione: «La federazione russa è uno Stato laico. Nessuna religione può porsi come religione di Stato o obbligatoria».

Padre Evgenij Popičenko.

Reazioni uguali e contrarie
Le reazioni, vivaci, sono venute innanzitutto dagli ambienti filomonarchici. Il portale «Aquila bicipite» è stato il primo a intervenire; lo storico Leonid Rešetnikov, generale di brigata che ha lavorato nei Servizi di intelligence internazionale ha scritto: «Gli attacchi del colonnello Rjabčevskij a padre Popičenko sono tipici delle persone educate nello spirito bolscevico-staliniano. Non tollerano opinioni diverse dalla propria. Sono abituate al fatto che per un’opinione diversa si può finire dietro le sbarre, se non addirittura venire uccisi. (…) È inutile discutere con loro (…), la verità non la vogliono conoscere… Mi viene da ridere quando [Rjabčevskij ] afferma: “Mio nonno, di famiglia contadina, ha ricevuto un’ottima istruzione, e io sono diventato colonnello”. Questo signore non vuole sapere che nel 1913 il 52% degli ufficiali di fanteria e il 48% di quelli di cavalleria dell’esercito imperiale russo non erano nobili… Il fatto che qualcuno della sua famiglia fosse contadino e che lui sia diventato colonnello, non dimostra nulla. … [Rjabčevskij] si offende perché parlano male di Lenin, ma io mi offendo perché ne parlano bene. Il mio onore e la mia dignità sono offesi e feriti dal fatto che si parli così bene di una dittatura sanguinaria, e che per giunta le si erigano monumenti. A breve sporgerò anch’io denuncia, perché sono stato offeso nei miei sentimenti di uomo, di patriota e di generale russo».

In questo scambio di accuse e denunce che mescola verità e menzogna gioca evidentemente un ruolo funesto la legge del 2013, che considera reato l’offesa «ai sentimenti dei credenti»[1] , scatenando lo scontro delle ideologie. Non a caso c’è stato chi, come il pubblicista E. Bykov, paventa una «sovietizzazione 2.0»; qualcun altro invece, citando Putin, spiega che Lenin e i suoi seguaci hanno minato alla radice lo Stato russo non solo come istituzione, ma come «modo di vivere, di pensare, cioè la Russia nella sua totalità», in odio all’uomo creato a immagine di Dio. Questa condanna del sovietismo pecca a sua volta di irrealismo, poiché sottende un’immagine idilliaca della Russia prerivoluzionaria, dove invece Stato e Chiesa stavano implodendo a causa di una profonda crisi di senso.

Pur contenendo alcuni spunti condivisibili, i toni degli interventi sono perlopiù da crociata. Così il professor V. Šafalinov vede negli «apologeti del bolscevismo» «l’eterna lotta contro Dio: a volte consapevole, a volte inconscia, frutto della banale ignoranza della propria storia e della durezza di cuore». Per E. Ljapičeva, direttrice dell’ente culturale Spiritualità ed esercito, è indispensabile aprire gli occhi ai fedeli sulla verità storica: «Finché continuerà il culto di Lenin e di altri criminali e terroristi, il paese non vedrà alcun progresso spirituale. Dobbiamo lavorare di più su questo argomento, bisogna creare una commissione pubblica e un movimento di volontari per epurare il paese dai loro nomi, e promuovere una petizione a sostegno di padre Evgenij». Dal canto suo, la scrittrice e storica Ol’ga Eliseeva sostiene che, a differenza dei tedeschi «il nostro popolo deve ancora prendere coscienza delle vittime. Finché continuerà questa ossessione rossa, il pentimento sarà impossibile. Ma è possibile una risposta giuridica: l’articolo 29 della Costituzione garantisce a tutti, sacerdoti compresi, la libertà di parola».
Le vie che si auspicano sono perlopiù interventi dall’alto: creare una commissione, epurare… In realtà, né lo studio della storia da solo, né le nuove leggi da sole possono bastare a garantire un dibattito costruttivo, se non si esce dalle vecchie logiche.



L’esempio più tipico lo troviamo nell’intervento sul portale tsargrad.tv dello storico Pëtr Mul’tatuli, noto per alcune tesi controverse, come quella che la rivoluzione d’ottobre fu l’esito di una congiura contro la Russia o che l’atto di abdicazione di Nicola II è un falso. Lo storico osserva giustamente che «la guerra delle denunce è pericolosa», ed aggiunge alcune considerazioni condivisibili, come quando afferma che Lenin per il colonnello non è un personaggio storico ma un idolo, e l’idolatria impedisce di guardare i fatti. Tuttavia alla fine Mul’tatuli cade nello stesso trionfalismo di Rjabčevskij, solo di segno opposto: «La differenza fra noi e la Germania è che noi abbiamo saputo (…) superare il comunismo. Il popolo russo non ha mai accettato il pensiero leniniano. (…) Nei nostri migliori figli e figlie, magari inconsapevolmente, siamo rimasti fedeli a Cristo Salvatore. Proprio per questo Stalin ha dovuto chiedere aiuto alla Chiesa e invocare i santi russi, e Gorbačëv ha dovuto capitolare di fronte alla Chiesa e darle piena libertà».
Un dialogo fra sordi che lascia spazio solo all’invettiva, ai miti e alle vie legali.

Per completare il quadro del dibattito, non si può dimenticare il portale 66.ru, che ha pubblicato un elenco di citazioni di padre Popičenko che si ritengono effettivamente offensive per i sentimenti dei non credenti, anche se leggendoli si ha l’impressione che molti dei giudizi incriminati non siano che innocue espressioni di buon senso, opinioni personali che si possono controbattere serenamente senza bisogno di portarle davanti a un giudice.
È ciò che ha auspicato l’ufficio-stampa della diocesi di Ekaterinburg, la discussione fra il colonnello e il sacerdote «illustra chiaramente che non abbiamo fatto tesoro delle lezioni del secolo scorso. Ci resta senz’altro da discutere ancora su molte cose per arrivare finalmente a comprendere i processi storici del XX secolo. La diocesi di Ekaterinburg condivide l’esigenza di una discussione pubblica su questo tema. È significativo che l’argomento sia tornato di attualità nel centenario del martirio della famiglia imperiale e della guerra civile. “Lo stile decide il tono del dialogo”. La nostra società ha estremo bisogno di un dialogo costruttivo, che porti alla concordia sociale».

Il picchetto davanti al tribunale in difesa del buon nome di Lenin e contro la «desovietizzazione» (foto AiF-Ural).

Caso chiuso – ferite aperte
Finalmente, dalla stampa locale si è saputo che durante la seduta del 2 aprile il tribunale ha respinto l’istanza di Rjabčevskij contro padre Evgenij, che non sarà pertanto costretto a scusarsi.
Da parte sua, dopo aver ribadito che le affermazioni di padre Evgenij sono calunnie che offendono tanti «onesti lavoratori», il militare è finalmente arrivato al dunque: «Paragonare pubblicamente Lenin a Hitler mette in dubbio che io abbia vissuto una vita giusta». Ammettere di avere speso la vita per un falso ideale richiede un coraggio che non è da tutti e che in URSS solo alcune eroiche figure di dissidenti sono riuscite ad avere: Solženicyn, il generale Grigorenko, Andrej Sacharov… Non tutti però hanno questa forza, soprattutto a una certa età. Forse è questo che ha spinto una decina di anziani a fare un picchetto davanti al tribunale in difesa del buon nome di Lenin e contro la «desovietizzazione»; e forse è sempre questo che induce ancora oggi migliaia di russi a chiudere gli occhi davanti ai crimini del regime sovietico, perché quella, per terribile che fosse, è stata la loro vita e non hanno più davanti a sé abbastanza futuro per costruirne un’altra.

D’altro canto anche il difensore di padre Popičenko, pur definendo «demagogiche» le dichiarazioni del querelante, non se l’è sentita di affrontare direttamente la questione della memoria e del giudizio storico, preferendo aggirarla. A discolpa del sacerdote è stato detto che possono sporgere querela per diffamazione solo coloro che sono stati effettivamente diffamati, o i cui parenti sono stati offesi; che padre Evgenij ha espresso dei giudizi che non contengono offese contro il querelante; che le sue valutazioni su Lenin sono opinioni personali espresse «nel rispetto delle leggi russe».
Il colonnello ha accolto serenamente la decisione del tribunale, affermando che, molto probabilmente, non ricorrerà in appello, e ha ringraziato la corte per aver comunque preso in considerazione la sua denuncia. Dal canto suo padre Popičenko ha dichiarato ai giornalisti di non voler ritrattare quanto ha detto su Lenin, di nutrire compassione per il suo accusatore che considera «in errore», e ha invitato a sfatare i miti sul passato sovietico con un serio dibattito storico.

All’indomani del processo i commenti sono proseguiti; lo storico V. Lavrov, di tendenze monarchiche e capo dell’Istituto di storia russa dell’Accademia delle scienze, ha sostenuto che sia Lenin che Hitler erano mossi da forze sataniche, e che lo scopo principale di entrambi era «distruggere la Russia millenaria e amata da Dio». Sulla stessa lunghezza d’onda è il già citato Mul’tatuli, il quale chiede a Rjabčevskij se non ha pensato a quanti potrebbero querelarlo per aver esaltato Lenin e Stalin: «Non possiamo tacere quando persone che hanno versato un mare di sangue vengono definite “degli efficienti manager” (…), e se ne fanno degli idoli che siamo costretti a venerare». Si dichiara dunque soddisfatto della sentenza: non della vittoria su un anziano «che per molti aspetti è vittima del leninismo-stalinismo da lui stesso difesi, ma perché in Russia è stato tutelato il diritto costituzionale alla libertà di parola che i comunisti (…) pretendono costantemente di sottomettere agli interessi della loro ideologia», però mentre loda la libertà di parola coglie l’occasione per proporre nuove censure, lamentandosi che in nome della libertà di espressione artistica in Russia sono stati proiettati film come L’ultima tentazione di Cristo e Matil’da.

Non sappiamo come continuerà il dibattito, ma da quello che si è visto finora si capisce che finché prevarrà la logica degli schieramenti, la realtà che dovrebbe essere il vero «arbitro» di ogni discussione rimarrà fuori dalla porta, e ogni interlocutore si accanirà ad annientare la controparte, poco importa se a fucilate, a colpi di citazioni storiche o di denunce.

NOTE
[1] Cfr. M. Introvigne: La nuova legge è una cosa saggia, «La Nuova Europa», n. 3/2013 (369), p. 97.

key-words: comunismo, nazismo, Lenin, ortodossia, urbanistica

Boero



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