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La mamma del camionista e la riforma carceraria

Invece che affidarsi alle promesse dei politici, una donna da sola ha scosso le basi del sistema della corruzione, dell’immobilismo economico, della frammentazione sociale. La storia vera di Nadja, dalla Russia profonda. La Russia al lavoro.

Attraversando il fango autunnale siamo andati a trovare Nadežda Bojko nel villaggio di Jachrobol in riva all’omonimo, immenso lago della regione di Jaroslavl’. Nadežda Ivanovna, appoggiandosi con una mano a una stampella e con l’altra a un grosso carrello da supermercato, dà indicazioni a Il’juša – un ragazzotto del posto che sta mettendo al riparo un branco di oche – e intercala con delle imprecazioni così azzeccate e ricercate che sembrano uscite da un libro di Puškin:
«Il’juša, che ti possino…! 'Ste dannate oche! Chiudile in quel c… di stia, che se poi si congelano cosa c… facciamo?
E rivolta a noi: – Le parolacce, non registratele!».
Nadežda Ivanovna si è rotta una caviglia cadendo dalla bicicletta, mentre andava a raccogliere le carote lasciate negli orti dai villeggianti. Adesso, invece del deambulatore, usa un carrello del supermercato Magnit. Sono stati gli ex detenuti a portarglielo.
Non ho dubbi che i carcerati di tutte le colonie penali di Jaroslavl’ ora stiano augurando a Nadežda Ivanovna di guarire presto. Mentre, probabilmente, i direttori di tutti i penitenziari della zona si stanno godendo le settimane di pace seguite all’infortunio.
Nadežda Bojko è la mamma leggendaria del leggendario camionista Ruslan Vachapov, condannato nel 2012 per «atti osceni nei confronti di minori», e che attualmente sta scontando la pena nella colonia correzionale n. 1 della regione di Jaroslavl’.
Le circostanze del caso Vachapov sono un monumento all’infamia delle forze dell’ordine e del sistema giudiziario. Nel settembre 2011, nel pieno di un’isterica campagna contro la pedofilia, il camionista Ruslan Vachapov era stato visto di spalle da alcune bambine mentre orinava sul ciglio della strada, vicino al villaggio di Kuznečich, nella regione di Jaroslavl’. Qualche adulto aveva espresso disappunto per la cosa; poi, una parola tira l’altra, era stata chiamata la polizia, che aveva stilato un verbale per infrazione amministrativa. Ma in breve il verbale si è trasformato in un fascicolo penale in base all’articolo 135. Grazie a solerti indagini si è scoperto che Vachapov si sarebbe reso colpevole di un altro fatto analogo, avvenuto alcuni mesi prima in un altro villaggio. Tuttavia il tribunale ha poi riconosciuto che quell’episodio era stato montato e inventato di sana pianta durante l’istruttoria. Il che però in conclusione non ha impedito di infliggere a Vachapov una pena di cinque anni e mezzo di colonia penale a regime comune.
Oggi, probabilmente, il Servizio federale per l’esecuzione delle pene sta maledicendo il giorno in cui l’inquirente Stel’machovič ha aperto il procedimento penale contro il camionista. Vachapov, incensurato, due metri di uomo, dritto come un fuso, una volta finito dentro ha preso nelle sue mani d’acciaio tutta la prigione. Si dice che goda di grande stima fra i detenuti, non perché obbedisce ai padrini criminali, ma perché ha la spina dorsale.
Certo, sulla vicenda delle prigioni di Jaroslavl’ ha influito molto anche la presenza, nello stesso periodo, di due membri dell’opposizione, Ivan Nepomnjaščich e Dmitrij Iševskij, arrestati alla manifestazione del 6 maggio 2012 in piazza Bolotnaja a Mosca per resistenza alle forze dell’ordine. Questo ha senz’altro contribuito a diffondere ampiamente fra i detenuti il concetto di dignità personale.
Ma un ruolo fondamentale lo ha svolto anche la mamma di Vachapov, Nadežda Bojko. Più che una «lady di ferro» è una «lady al fulmicotone». Coordinandosi con gli avvocati della fondazione «Verdetto pubblico» che hanno difeso Ruslan al processo, in questi anni ha procurato parecchie grane alla colonia penale n. 1 di Jaroslavl’. Basti pensare che, da quando Ruslan è finito dentro, la colonia ha cambiato ben cinque direttori. L’ultimo, Aleksandr Čirva, a maggio è stato costretto a dare le dimissioni per uno scandalo scoppiato in seguito all’ampia diffusione di notizie sulle percosse e le torture ai detenuti. Seguiranno processi penali.
Oppure, basti pensare che finalmente nel penitenziario hanno cominciato a portare il cibo anche a chi sta in cella di rigore. Prima la gente era tenuta a pane e acqua, ora invece portano qualche pasto. Certo, in questa battaglia Nadežda aveva anche il proprio interesse di madre, perché Ruslan, a causa del suo carattere, ha trascorso in cella di rigore alcuni mesi l’anno, a pancia vuota.
Poi c’è il lavoro quotidiano. Nadežda porta pacchi ai detenuti e trasmette ai parenti le notizie apprese da Ruslan. I carcerati la chiamano «mamma Nadja». E lei li chiama «ragazzi». Combattendo per Ruslan, si è presa a cuore tutto il penitenziario, e ha le spalle per farlo.
Nadežda vive in un piccolo prefabbricato di legno nel villaggio di Jachrobol, dove si è trasferita dal territorio di Krasnodar quando è successo il guaio a suo figlio, per essergli più vicina. Nel prefabbricato ha un computer con internet, una branda e una stufa accesa giorno e notte.



Vova il vagabondo
«Sai, c’era un ragazzo cresciuto in orfanotrofio, che è uscito dalla colonia penale. Ruslan mi parlava di lui: “Mamma, è un ragazzino così bravo, così buono… Ti spiace se viene a stare con te per un po’?”. Ho detto che in linea di massima problemi non ne avevo. Sono andata a prenderlo e me lo sono portato qui a casa. Ma quando è venuta l’ora di andare a dormire, non avevo un letto in più, e gli ho preparato il letto sul pavimento. Ho preso il mio materasso, l’ho messo sul pavimento con un lenzuolo pulito, una federa: insomma, tutto quello che ci voleva. Lui prima è andato a lavarsi, poi si è coricato e ha detto: “Lei non se lo immagina: oggi è il mio primo giorno di libertà e ho un tetto sotto cui passare la notte”. Infatti vagabondava da quando aveva quattordici anni. A quattordici anni è scappato dall’orfanotrofio e se ne è andato a piedi dall’Estremo Oriente russo verso l’Ucraina, per trovare suo padre e ammazzarlo. Perché, quando era un bambino di sei anni suo padre ubriaco gli ha ucciso la mamma davanti agli occhi, durante un litigio.
Oltretutto il ragazzo, mentre era in giro per il mondo, non ha mai rubato, ma lavorava un po’ nei bar delle stazioni, un po’ nei piccoli caffè e rosticcerie lungo la strada. Spaccava la legna per qualcuno che poi gli dava da mangiare o lo teneva a casa sua a dormire. Aveva nello zaino delle cinghie, delle corde e un coltello, ed è uscito di prigione con questo stesso zaino. Gli ho chiesto cosa se ne faceva di quegli arnesi, e lui mi ha risposto: “Mamma Nadja, mi toccava dormire sugli alberi per non essere sbranato dalle bestie. Mi legavo con le corde ai tronchi, ai rami». Vagava per la tajga. Quante ne ha viste, nella sua breve vita!
Lui appartiene a una piccola etnia, gli ulci. Sono una popolazione di nomadi della Russia asiatica, secondo me ce ne saranno 3.500 in tutto. Beh, questo Vova è venuto a piedi fino a Jaroslavl’… Arriva, fa un giro per vedere la città. Arriva alla Piazza Rossa e lì, su una panchina, sono seduti degli adolescenti ubriachi. Lui gli passa davanti, e loro a lui: “Tu cinese, hai da fumare?”. Lui non ha solo gli occhi a mandorla, ma anche i capelli lunghi con la coda. Insomma, è un tipo originale. Si volta e dice: “Non fumo”. Davvero a quell’epoca non beveva e non fumava. Hanno attaccato lite. Loro erano in cinque mentre lui era da solo in una città sconosciuta. Quando ha capito che lo avrebbero pestato ha estratto il coltello dallo stivale, e uno lo ha colpito alla natica, un altro alla gamba. In quella è arrivata la polizia. Gli altri se la sono svignata ma lui lo hanno preso con in mano il coltello insanguinato. Gli hanno dato tre anni e mezzo di colonia perché aveva già diciotto anni e mezzo. Grazie a Dio è capitato sotto gli occhi di Ruslan; mio figlio ha capito che era un ragazzo bruciato dalla vita e lo ha preso sotto la sua protezione.
Per farla breve, Vova ha vissuto da me per un anno e mezzo in tutto. I primi sei mesi sono stati per lui un periodo di adattamento, non riusciva ad abituarsi al fatto che qualcuno si occupasse di lui, gli cucinasse la zuppa. L’ho trattato come un figlio. Certo, se devo essere sincera non gli volevo bene come al mio Ruslan, fino all’abnegazione, però ho cercato di trattarlo con tanta attenzione perché non si sentisse ferito per l’ennesima volta, ho cercato di proteggerlo.
Poi gli ho trovato moglie, e adesso sta costruendo il ponte sullo stretto di Kerč’.

L’azienda
Ormai la mia casa è questo prefabbricato in mezzo al campo, non posso abbandonare l’azienda. Julja, la moglie di Ruslan, vive con i bambini a undici chilometri da qui, in una casetta di tre locali. Ci abita lei, con i figli e la mamma. Io invece ho messo radici qui, vado da loro solo quando ho bisogno di un po’ di civiltà.
Vengo da Armavir, territorio di Krasnodar. Là ho mia figlia e altri due nipoti. All’inizio, il primo anno, quando era ancora in corso l’istruttoria, facevo avanti e indietro da Armavir a Jaroslavl’: 1850 chilometri solo andata. Hai visto la mia macchina? Quell’anno l’ho sfruttata a morte. In una sola stagione ho macinato 55.000 chilometri. Per un anno mi sono tirata matta a fare il giro di tutte le procure, Dio solo sa da chi non sono andata… Finché ho capito che avevo bisogno di rimanere qui: collaboro strettamente con l’organizzazione civile “Verdetto pubblico”, di fatto sono io a rappresentare i loro interessi nella regione. Allora ho cominciato a pensare: di cosa vivrò? Ho una pensione di pochi spiccioli con i tempi che corrono...
Prima sono andata da Oleg Žarov, l’ex principale di Ruslan, e gli ho detto: “Ho bisogno di comperare un’incubatrice e un uovo fertile. Voglio iniziare questo tipo di attività: sono stata presidente di un kolchoz, queste cose non le conosco per sentito dire”. Per farla breve, Oleg Alekseevič mi ha dato i primi 20.000 rubli, per di più a fondo perso. Ho comperato questa incubatrice e da qui è incominciata l’azienda. Un anno dopo di incubatrici ne avevo già sei.
Il prefabbricato, invece, me lo ha comperato Serëža. Perché diceva: “Dove passerai la notte, visto che non puoi continuare a fare undici chilometri avanti e indietro da qui a casa di Julja? Ti comprerò un prefabbricato e ti stabilirai lì”. Non pensavo che mi sarebbe toccato abitare qui. Pensavo di starci solo di giorno… Poi, in po’ alla volta, tutto ha preso forma, si è sistemato.
Non è che all’inizio avessimo preso alla leggera il caso di Ruslan: è che fino all’ultimo nessuno ha mai creduto che lo avrebbero messo dentro.
Dopo la condanna, la fondazione “Verdetto pubblico” ha adottato la linea dura: per un anno abbiamo cercato di contestare la condanna, di dimostrare con i fatti che si trattava di una falsificazione, e in questo processo di fatti ce ne sono da vendere. Poi anche il tribunale ha riconosciuto che l’insieme delle prove su cui si reggeva quel singolo episodio era tutto falsificato. Ma quando il procedimento contro gli inquirenti che stavano indagando su questo episodio è arrivato in tribunale, la procura all’ultima seduta del processo si è rifiutata di condannarli perché estranei ai fatti. Nel modo di procedere degli inquirenti non hanno riscontrato tracce di reato… È normale? Ma allora chi è stato a falsificare le prove del processo?
Ora invece teniamo chiuso il becco sulla falsificazione delle prove, perché adesso non è il caso di sollevare polveroni… A Ruslan restano da scontare sette mesi di prigione… In tutti questi cinque anni gli hanno reso la vita impossibile. È stato nella colonia , nella baracca a regime rafforzato e in cella di rigore non so quante volte. Due mesi fa siamo usciti allo scoperto e abbiamo presentato domanda perché gli venga cambiato il regime, perché la pena gli venga commutata in soggiorno obbligato. Gli sono rimasti solo sette mesi, lasciatelo andare. È venuto un funzionario dell’Ufficio per l’esecuzione delle pene e durante una seduta del processo ha detto che Ruslan è stato 43 volte in cella di rigore; 43 volte in cinque anni. Quante volte all’anno è finito in cella di rigore? Otto volte. Una volta mi pare che sia rimasto lì per sessanta giorni. Allora li tenevano ancora a pane e acqua. Ma Ruslan è un uomo forte, e ne è uscito con le sue gambe. Altri invece li hanno portati fuori in barella e dalla cella sono finiti direttamente in infermeria, dove li nutrivano a flebo.



Le assicurazioni
C’è stato un periodo in cui ho stipulato per lui delle polizze assicurative. Da noi hanno aperto delle compagnie di assicurazione che hanno cominciato ad assicurare i condannati in caso di infortunio. E molti detenuti mi davano questo incarico: “Nadežda Ivanovna, ci farebbe da agente?”. Bisognava indicare i dati del passaporto, il luogo di residenza. Ci ho pensato un po’ e poi mi sono detta: perché no, se non hanno nessun altro a cui affidare questo incarico? Così il mio numero di telefono ha fatto il giro di mezza Russia insieme alle polizze. Mi telefonavano da Tambov, da Nižnij Novgorod, da Perm’, da Ekaterinburg, Dio solo sa dove non ho mandato queste polizze. Finché un giorno non mi sono messa a leggere una parte scritta in piccolo in fondo alla polizza. Era una minuscola clausola in cui si diceva che in caso di morte, non era possibile dimostrare che il detenuto aveva subito un trauma in prigione. In due anni non mi è mai capitato di vedere che qualcuno abbia ottenuto del denaro grazie a questa polizza. Ma le polizze servivano da salvacondotto. Se ce le avevi, ti picchiavano di meno. Capisci, avevano paura di toccarti. Perché io, come agente assicurativo, inoltravo delle richieste di informazioni all’infermeria della colonia penale e mi interessavo delle condizioni di salute del detenuto. Senza avere alcun documento a parte la delega dell’assicurazione a rappresentare gli interessi del detenuto, potevo andare dal mio assicurato, mandarlo a chiamare per un breve colloquio e informarmi: “Vasja, per caso hai avuto l’influenza? E l’aspirina te l’hanno data?”.
Oppure capitava che i parenti mi comunicassero che il loro familiare sta male nella colonia tal dei tali. Io facevo il muso duro, facevo la finta tonta, telefonavo presentandomi come agente assicurativo e dicevo: “Ragazze, abbiamo ricevuto le lamentele del condannato tal dei tali, ma che cavolo state combinando? Non gli state dando i farmaci salvavita di cui ha bisogno. Non ho nessuna voglia di venire fin lì da voi, da Mosca fino a Tambov…”. E invece me ne stavo a Jaroslavl’, nel mio prefabbricato. “Possiamo risolvere in qualche modo la questione?”. Poco dopo mi telefonavano i parenti: “Nadežda Ivanovna, non sappiamo cosa lei abbia detto, ma gli hanno dato la medicina”. Cioè, anche in questo modo si poteva almeno dare una mano ai ragazzi.
Per farla breve, mi sono data molto da fare. Fino a quando non mi hanno più permesso di entrare in prigione. Fino a quando il direttore del penitenziario non mi ha scoperto e non ha licenziato le guardie che mi avevano lasciato entrare. Aveva semplicemente capito che Ruslan era mio figlio. Così ho smesso di punto in bianco questo tipo di attività. Non mi interessava più. Da mio figlio non mi lasciavano andare, e allora che senso aveva lottare, andare a Nižnij Novgorod o a Tambov a dare una strigliata a qualcuno? Ho smesso di stipulare polizze e basta. Tanto più che ero giunta alla conclusione che era tutta una fregatura.

I «ragazzi»
Perché Ruslan è stato incastrato? Nell’ufficio della polizia giudiziaria regionale stava per andare in pensione il responsabile, il funzionario che ne voleva prendere il posto aveva bisogno di un caso grosso, che facesse scalpore. Eravamo appunto nel 2011-2012, nel pieno della campagna contro la pedofilia. Evidentemente mancava al loro curriculum un caso penale che riguardasse questo tipo di reato. Hanno letto sulla pratica di mio figlio: “Vachapov Ruslan Charil’evič, cognome e patronimico orientali. Chi vuoi che si preoccupi di ‘sto ignorante di un asiatico? Chi vuoi che si batta per lui?”. Penso che dopo che avevano messo in piedi tutto questo castello di accuse, era impossibile fare marcia indietro; penso anche che la sentenza di condanna sia stata concordata col tribunale. Ma sono solo mie supposizioni, non ho alcuna prova.
Comunque, quando c’è stato l’ennesimo ricorso, la presidente della corte era l’ex segretaria del giudice che aveva emesso la prima condanna. Ce l’aveva scritto in faccia che era coinvolta nella falsificazione. Era una ragazza giovane, l’unica cosa che mi ha detto è stata: “Cerchi di capire, ho anch’io dei figli”. Se avesse fatto marcia indietro con il tribunale regionale avrebbe perso il lavoro. Giusto? Giusto.
Gli ex detenuti vengono da me ogni tanto. Serëža, ad esempio, è arrivato da solo. Gli ho detto: “Ma chi te l’ha fatto fare di venire fin qui?”. E lui: “Ero troppo curioso di vederla di persona. Lo sappiamo tutti che lei è la mamma di Ruslan, una persona così attiva…”. Adesso veramente non sto facendo proprio un c… per via di questo piede, ma figurati che ci sono stati dei periodi in cui riempivo tutta la mia auto di pacchi per portarglieli. Li distribuivo in base a una lista, reparto per reparto…
Sono venuti qui da me anche alcuni condannati per la manifestazione di piazza Bolotnaja: quando li ho visti per poco non mi è venuto un colpo! Erano Ivan Nepomnjaščich, Dmitrij Iševskij e altri… Sono venuti a vedere se il fieno era già stato ammassato. Erano molto curiosi, perché avevano sentito che avevo un’azienda, e così sono venuti a trovare la mamma di Ruslan. Uno di loro era appena stato liberato. Sono andati a prenderlo alla prigione e mi hanno telefonato: “Nadežda Ivanovna, possiamo venire a trovarla? Ce l’ha un posto dove possiamo sistemarci?”. E io: “Vuoi che d’estate in campagna non ci sia un posto dove dormire?”. Alla fine sono venuti e sono stati anche contenti. Al mattino uscivano, camminavano sull’erba a piedi nudi, andavano a lavarsi al pozzo. Di notte cantavano con la chitarra intorno al falò, e io con loro. Mi hanno falciato il fieno, l’hanno raccolto e hanno fatto un’infinità di altri lavori… Insomma, tutto quello che gli dicevo di fare, lo facevano. Però nessuno di loro sapeva fare un c…: sono dei cittadini, hanno paura perfino di un tacchino. Che ridere!
E quando mi sono rotta la caviglia, questi ragazzi «di piazza Bolotnaja» sono stati i primi a venire. Mitja Iševskij è stato il primo in assoluto. La caviglia me la sono rotta il 31, e il 1° Mitja era già qui. E così questi ragazzi, scusate se scendo nel dettaglio, mi svuotavano il vaso da notte e mi preparavano qualcosa da mettere sotto i denti. Cucinavano la zuppa: beh, come possono farlo degli uomini, come gli veniva in mente. Perché le prime settimane ho cercato di stare coricata. Ho ammucchiato un po’ di cuscini per poter tenere la gamba alzata, stavo sdraiata e davo ordini, mentre gli altri li eseguivano. Tutti, quando vanno via di qui dicono: “Appena libereranno Rus’ka, verremo sicuro come l’oro, verremo senz’altro”. Per Ruslan hanno una venerazione, i detenuti sono i migliori psicologi, non riesci a farli fessi…



I nipoti
Sai quanto hanno dovuto lottare i miei nipoti a scuola, quando hanno messo dentro Ruslan? Hanno cominciato a provocarli: “Allora, vostro padre è in prigione, eh?”. E mio nipote Farid: “Embè? È ancora vivo. Non è mica morto, è solo in prigione”. Allora Farid e Vovka avevano dieci e otto anni. Sai come sono fatti i miei nipoti? Sono ben registrati, non si fanno fregare. Quando i bambini credono religiosamente che il loro papà non potrebbe mai fare una cosa del genere… Non sapevano nemmeno per quale motivo avevano messo dentro Ruslan. Come si fa a dire a dei bambini certe cose? Adesso ormai sono diventati grandi…
A scuola non c’è stato un solo insegnante che abbia scagliato una pietra contro Ruslan. Quando l’hanno saputo, sono rimasti tutti di m… e hanno detto: ma non è possibile! Chi? Ruslan?! Per l’amor di Dio, che cosa dice! Nessuno ci credeva. E questo ha aiutato tanto i miei nipoti. Sono sempre andati a testa alta. Sapevano che il loro papà non era né un truffatore, né un assassino, che era in prigione perché erano state falsificate le prove. L’espressione “falsificazione delle prove” l’hanno captata subito. Io fin dal principio gli ho detto: “Ragazzi, è tutta una carognata (io con loro parlo così, fuori dai denti), è una falsificazione bella e buona. Non fatevela sotto: io comunque lo dimostrerò, presto o tardi”».
P.S. Nel testo non abbiamo trovato spazio per Il’juša, il giovane vicino che intanto ha un ruolo di primo piano nella vita di Nadežda Ivanovna. «Non la metà ma l’80% del lavoro dell’azienda si regge sulle sue spalle», dice di lui Nadežda e chiede di menzionarlo a parte. Faccio volentieri il nome del giovane Il’juša del villaggio di Jachrobol. La gratitudine è la ricchezza più grande che ci sia al mondo.


(fonte: Novaja Gazeta, foto di Viktorija Odissonova)


key-words: carcere, giustizia, diritti umani