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Europa, uno spazio per costruire

Quali antidoti trova l’Europa al sospetto e alla chiusura? L’interrogativo suggerito dal cardinal Ratzinger trova risposta nella sinergia tra lavoro dell’intelligenza e inventiva della carità. L’esempio ucraino illustrato dalla teologa A.M. Pelletier.

Interrogandosi sul futuro della cultura europea in una conferenza del novembre 2000 in cui citava le opposte visioni di Oswald Spengler e di Arnold Toynbee, il cardinal Ratzinger esplorava i percorsi capaci di «mantenere in vita l’identità profonda dell’Europa attraverso tutte le metamorfosi della storia». Oggi, ad anni di distanza, dobbiamo ammettere che questo problema urge più che mai, la sua gravità non fa che crescere. Una parte dei popoli occidentali è trascinata da movimenti sotterranei, la cui natura oscura è quella di negare il primato dell’etica, buttando a mare una lunga tradizione di riconoscimento dell’altro e di universalismo fiducioso le cui radici sono fondamentalmente cristiane. Ma a dispetto della secolarizzazione che ha strappato massicciamente le nostre società dal loro terreno di coltura, queste realtà continuano ancor oggi a dare un volto speciale all’Europa. E tuttavia esse vengono rimpiazzate sempre più facilmente da ideologie che pensano l’identità sotto il segno del ripiegamento su di sé, del sospetto, dell’esclusione, e per questo si sottraggono al pensiero e all’esperienza, dura ma vivificante, dell’incontro con l’altro. Quali sono gli antidoti che i discepoli di Cristo hanno il compito di indicare e promuovere in questa congiuntura, ben sapendo che la questione riguarda l’avvenire di tutti, in quest’epoca di mondializzazione? Questo l’interrogativo che ci siamo posti.

Quando le parole del Magistero si incarnano
Vorremmo considerare il problema in modo semplice ma con tutto il peso dell’esperienza viva, quella del doppio impegno dell’intelligenza e della carità così com’è vissuto oggi da alcuni cristiani in Ucraina. Una testimonianza esemplare, ad esempio, ci è offerta dalla conferenza «Letture dell’Assunzione» che da 17 anni viene organizzata in settembre a Kiev dal professor Konstantin Sigov, dell’Accademia Mohiliana, una gloriosa istituzione plurisecolare riaperta nel 1991 dopo l’interruzione comunista. Questi incontri riuniscono intellettuali di diversi paesi dell’Europa orientale e occidentale, sacerdoti, religiosi e laici, ortodossi, cattolici e protestanti. L’orizzonte di questi scambi rimane implicitamente ma in modo naturale, la situazione esistente in Ucraina, vittima dell’instabilità mondiale.

Inoltre, proprio tra le mura dell’Istituto Tommaso d’Aquino di Kiev, che accoglie regolarmente almeno una sessione della conferenza, ha sede l’Associazione «Bambini della speranza», nata con l’obiettivo di aiutare le famiglie ucraine vittime del conflitto nel Donbass e soprattutto di permettere ai bambini della guerra di crescere fondati su una cultura di incontro, grazie anche a soggiorni in famiglie cristiane in Francia, a Taizé, e in Italia. Dato che nel 2014 abbiamo devoluto a questa organizzazione la somma in denaro ricevuta dal Premio Ratzinger, il nome di papa Benedetto ritorna spesso con gratitudine, a Kiev, quando questi bambini e adolescenti raccontano la loro scoperta dell’Europa occidentale attraverso l’accoglienza delle famiglie, che con la loro attenzione sono state capaci di trovare vie di dialogo persino al di là dell’ostacolo linguistico e delle differenti esperienze. Per questo motivo viene naturale ricordare le prime pagine dell’enciclica Caritas in veritate : «La verità va cercata, trovata ed espressa nell'“economia” della carità, ma la carità a sua volta va compresa, avvalorata e praticata nella luce della verità». E ancora: «La verità è luce che dà senso e valore alla carità. Questa luce è, a un tempo, quella della ragione e della fede, attraverso cui l'intelligenza perviene alla verità naturale e soprannaturale della carità: ne coglie il significato di donazione, di accoglienza e di comunione».

Quello che accade a Kiev illustra e conferma in maniera sorprendente questa analisi. E in più vi potremmo aggiungere anche i seminari estivi iniziati sempre da Konstantin Sigov nel 2000 nella cittadina di Lyšnya, a 30 km da Kiev, dove è stato realizzato un vero laboratorio, in un clima di riflessione conviviale che ha al centro la preghiera; alcune personalità venute anche da molto lontano ogni estate si mettono a disposizione della giovane generazione per guidarla, alla scuola dei grandi pensatori russi ma anche di Péguy, Michel Henry o Edith Stein, ad affrontare i problemi del nostro tempo, a sposare fede e cultura, a scoprire i frutti generati dal dialogo e dall’ascolto reciproco.

Sarebbe stato veramente importante che papa Benedetto XVI potesse condividere qualcosa della fraternità che riempiva i cuori lì a Kiev. Si sarebbe rallegrato a sua volta di un avvenimento spirituale – non privo di valenza politica – che metteva in sinergia il lavorio dell’intelligenza da una parte, e l’inventiva della carità, l’energia della fiducia dall’altra. Bisognava che venisse a sapere dell’opera dello Spirito che qui ricrea legami di prossimità, smussa le differenze, respinge le logiche di violenza, libera dalle necrosi ereditate dal passato sovietico, nella certezza che il nostro avvenire è solo nell’onorare insieme verità e amore. Questa convinzione guida da molti anni la riflessione filosofica di Konstantin Sigov, e nutre il suo pensiero cristiano sull’Europa, che riversa una luce insostituibile anche ai giorni nostri.

Curare lo spirito per curare la società
Quand’era ancora un giovane filosofo, negli anni ’90, Konstantin Sigov raggiunse la certezza che il recupero della solidarietà intellettuale e spirituale tra il mondo slavo e l’Europa occidentale sarebbe stato il punto cruciale di quel momento storico, nel quale il suo paese si stava sottraendo ai decenni di dominazione sovietica. Perché certamente i corpi erano stati violentati da persecuzioni e deportazioni, dall’abominio della grande carestia provocata da Stalin negli anni ’30, dalle atrocità del nazismo, ma anche gli spiriti non erano meno vessati, minati da sfiducia e ostilità, disorientati dalla menzogna di Stato, pervertiti da un odio feroce nel pensiero. Quella era la fonte che disumanizzava la società nel quotidiano, avvelenando il rapporto con l’altro, con gli altri, la trasmissione fra generazioni, il legame con se stessi e, innanzitutto, il legame con Dio che era stato metodicamente distrutto. Venire in soccorso di questo rapporto che aveva bisogno di cure e guarigione richiedeva, secondo Sigov, l’impegno intellettuale dei credenti.

La creazione di un Centro europeo di ricerca in Scienze umane, all’interno dell’Accademia Mohila, e poi, nel 2007, del Centro San Clemente «per la comunicazione e il dialogo tra le culture», come vero fulcro di scambi ecumenici, hanno risposto a questa urgenza, come anche la fondazione nel 1992 della casa editrice Duch i litera (La lettera e lo spirito) che avrebbe messo a disposizione dei lettori le grandi opere degli autori ortodossi dell’emigrazione, ma anche autori come Jacques Maritain, il cardinal Journet, Hans-Urs von Balthasar, Yves Congar, Hannah Arendt, Simone Weil, Emmanuel Lévinas, Walter Kasper e altri.
Tutto questo, assieme alle «Letture dell’Assunzione» e ai corsi estivi di Lyšnya, è frutto della volontà ecumenica di proseguire l’opera di ricostruzione della vita dello spirito e, per suo tramite, dei legami sociali. Infatti un simile spazio di vita spirituale comporta necessariamente una forza espansiva che coinvolge l’insieme della società.

E se ne è avuta la prova durante i mesi di pacifica mobilitazione civica di centinaia di migliaia di manifestanti sulla piazza Majdan di Kiev, dal 21 novembre 2013 al 22 febbraio 2014: la straordinaria fraternizzazione che allora unì, nel freddo e nel coraggio, intellettuali di ogni tendenza, operai e contadini, preti di diverse Chiese, credenti e non credenti, nel tentativo di «costruire l’Europa in Ucraina», di farvi vivere il «tesoro perduto» della resistenza europea di cui parla Hannah Arendt ne La crisi della cultura.
La «rivoluzione della dignità» è stata schiacciata nel sangue nel febbraio 2014, ma non sono riusciti ad annientarne lo spirito, lo «spirito del Majdan»; ed è esattamente questo spirito che oggi, dopo l’annessione della Crimea e l’infiltrazione all’Est dell’Ucraina da parte della Russia, risorge con l’azione dei volontari che hanno aperto presso l’Accademia Mohila un «Centro di aiuto ai profughi» fuggiti dalla guerra nel Donbass. Questo stesso spirito ha guidato la creazione di «Bambini della speranza», come altre iniziative che puntano in tutto il paese a far incontrare uomini e donne separati dai nuovi odi alimentati dal conflitto, e avvelenati dalla propaganda esterna che va in senso opposto a quello che Sigov indica come «l’ethos dell’Europa».

L’«ethos dell’Europa»
Una conferenza tenutasi a Parigi nel 2016 metteva a tema la ricerca di un «nuovo discorso» in grado di rispondere alla crisi del progetto europeo, e ai vacillamenti degli spiriti sotto la crescente influenza della mentalità scettica e populista[1]. In quella sede Sigov aveva evocato la persona e il pensiero di Paul Ricoeur, sottolineando quanto il filosofo francese avesse anticipato le urgenze attuali in una conferenza del 1993 tenuta proprio a Kiev. Interrogandosi sull’Europa, Ricoeur aveva indicato come suo fondamento l’interazione fra identità e alterità, nella forma di un triplice paradigma che coinvolge il linguaggio, la storia e la dignità. La vicinanza alla nostra attuale congiuntura è impressionante.

La prima caratteristica citata da Ricoeur riguarda ciò che egli chiama «Europa delle traduzioni». La constatazione iniziale è che non esiste una lingua europea ma una pluralità che interagisce, in modo che «ciò che chiamiamo cultura europea è opera di veicolatori, di traduttori». Portando necessariamente impressa questa realtà linguistica – che rischia di cancellare l’egemonia della lingua anglo-americana – il pensiero europeo è sostanziato di un’esperienza della differenza e dell’energia che essa produce.

Sigov ha citato l’esempio stesso del suo paese, dove è esperienza comune il bilinguismo russo-ucraino. Ed ha sottolineato che nel raduno del Majdan questa prassi spontanea del bilinguismo ha rivelato la virtù specifica «di affermare la preminenza delle questioni etiche e civiche su quelle etniche o linguistiche». In ogni caso è legittimo pensare che l’interculturalità, che il cardinal Ratzinger considera «una dimensione indispensabile nel dibattito sulle questioni fondamentali che riguardano l’essere uomo»[2], trovi in questa esperienza delle culture europee un appoggio e una facilitazione.

Una seconda peculiarità dell’Europa sottolineata da Sigov sulla scia di Paul Ricoeur, riguarda «lo scambio delle memorie» nella costruzione del rapporto col mondo e con il passato. Questo lavoro sulla memoria è pensato a partire dal concetto di identità narrativa elaborato da Ricoeur: è attraverso dei racconti che si costruiscono le identità personali e collettive, in modo da superare la problematica identitaria sostanziale, immobile, univoca che le ideologie preferiscono. Ed è appunto un tratto apprezzabile dell’Europa quello di aver praticato durante il XX secolo una storiografica che fa spazio alla pluralità delle narrazioni, ed è quindi accogliente verso la diversità dei punti di vista, per accostare la verità dell’avvenimento. Il filosofo ucraino non può che celebrare questo dialogismo, che non ha l’esito di demolire la verità ma di mantenere una complessità che fa da sbarramento alle semplificazioni e alle distorsioni di parte utili agli interessi ideologici, a discapito della verità. Ciò che respinge è chiaramente il mito nazionale sovietico nato negli anni ’70, che usava come ingredienti gli stereotipi dell’eroismo e di onnipotenza guerriera, cancellando scandalosamente la memoria dei crimini e delle sofferenze sopportate. Ma l’obiettivo di Sigov è ancor di più il prolungarsi del mito precedente, la leggenda neo-sovietica attuale, che riabilita surrettiziamente l’eredità sovietica dopo qualche semplice ritocco.
Infine, ai paradigmi della traduzione e dello scambio delle memorie va aggiunto quello del perdono, autentico fondamento della comunità europea, che ha permesso l’eliminazione del peggio lasciato dalla seconda guerra mondiale, e fornito l’energia per la ricostruzione. Su questo punto, il contrasto con ciò che avvenne nello stesso periodo nell’Est Europa è totale. La negazione e la censura della memoria dominavano indisturbate, e continuano ad essere il veleno mortale che compromette tragicamente il futuro.

Ascoltare l’Est
Alcuni filosofi dell’Europa centrale nella seconda metà del XX secolo – il polacco Czesław Miłosz, il ceco Jan Patočka o il suo compatriota Václav Havel, l’ungherese István Bibó – sono stati i primi a interrogarsi intensamente sul significato e l’avvenire dell’Europa, mentre stavano soffrendo duramente nella propria carne e nella propria intelligenza l’asservimento politico e culturale. Non sono stati solamente delle grandi figure di resistenti al totalitarismo, sono stati anche degli analisti molti lucidi delle evoluzioni che si annunciavano e che ci hanno fatto quali siamo oggi. La problematica affrontata da queste eminenti coscienze dell’Europa di ieri coincide in molti punti con quella del filosofo di Kiev, ed anche con le analisi fatte precedentemente dal cardinal Ratzinger.

In particolare Jan Patočka, nei suoi Saggi eretici sulla filosofia della storia (1975), vedeva l’Europa come «il continente della vita interrogata». Partendo di qui denunciava il rischio di un razionalismo europeo sempre più egemonico, che sottometteva a una critica molto acuta, usando dei termini che echeggiano quelli usati dal cardinal Ratzinger. La crisi epocale che diagnosticava era legata, secondo lui, a una «iper-civiltà razionale» che aveva squalificato e strangolato il «mondo della vita», di cui enumerava, da attento fenomenologo, le risorse sempre più soffocate. Egli vedeva anche che l’Europa disertava la «cura dell’anima» che all’inizio aveva imparato da Platone e Democrito[3], e che l’aveva lanciata in una ricerca mai soddisfatta delle proprie acquisizioni. Egli vedeva l’Europa scivolare verso l’era del vuoto, al ritmo accelerato della capitolazione dell’interiorità nella nostra società. Senza voler appiattire abusivamente le differenze tra il discorso del filosofo e quello del teologo, ci troviamo davanti a ciò cui accennava Joseph Ratzinger nella conversazione ripresa nel film Campane d’Europa , quando metteva in contrasto le due anime: quella di «una ragione astratta, anti-storica, (…) che intende emanciparsi da tutte le tradizioni e i valori culturali in favore di un’astratta razionalità», e l’altra, che lui chiama esplicitamente cristiana, «che si apre a tutto quello che è ragionevole, che ha essa stessa creato l’audacia della ragione e la libertà di una ragione critica, ma rimane ancorata alle radici che hanno dato origine a questa Europa, che l’hanno costruita nei grandi valori, nelle grandi intuizioni, nella visione della fede cristiana». E lo stesso Ratzinger aggiungeva: «Solo una ragione che ha un’identità storica e morale può anche parlare con gli altri, cercare una interculturalità nella quale tutti possono entrare…».

Sul futuro cristiano dell’Europa
Davanti ai fallimenti che vedeva annunciarsi, Patočka si diceva convinto che fosse essenziale per l’Europa occidentale mettersi in ascolto di quella dell’Est, e imparare dalla sua esperienza, dal «tesoro inestimabile» dell’intelligenza dell’umano che aveva acquistato nel crogiolo del XX secolo, a contatto con le tragedie che ne hanno fatto «un’epoca di notte, di guerra e di morte». Questo invito non si è certo esaurito, ma va riconsiderato alla luce delle trasformazioni che interessano il nostro mondo negli ultimi anni. Non dobbiamo infatti dimenticare che il mondo di Patočka o dello stesso Ricoeur era fortemente dipendente da un ateismo che, in forme diverse, aveva diretto la storia dei popoli nel secolo scorso. La dichiarazione di guerra a Dio da parte dei totalitarismi comunista e nazista è la dimostrazione che tale dipendenza generava la guerra contro l’uomo nelle forme più estreme.

Il nostro mondo attuale, in compenso, scivola verso un altro dramma spirituale e antropologico che vede le religioni spesso sollecitate, invocate, arruolate per appoggiare la violenza e approvare il male. Nel suo dialogo con Jürgen Habermas nel 2004, il cardinal Ratzinger già evocava le pratiche terroristiche che si arrogavano una legittimazione morale. La pseudo-profezia secondo la quale il XXI secolo o sarà religioso o non sarà, potrebbe realizzarsi nel senso peggiore invece che in quello migliore, prefigurando una perversione insidiosa del religioso, nefasta tanto quanto la sua scomparsa (Lévinas). Bisogna perciò avere il coraggio di riconoscere che i cristiani non sfuggono a questo dramma, quando sentiamo appelli a «difendere i valori cristiani» là dove l’Europa innalza muri e promuove leggi contro l’immigrazione, e argomenta e organizza l’esclusione dell’altro, e non ne vuole sapere del rispetto di un islam di cui, senza ingenuità, i monaci di Tibhirine o monsignor Claverie[4] sono stati testimoni sino alla morte. Insomma, in seno alle società europee si addensa il rischio di un’usurpazione tragica, là dove si esalta un ripiegamento che pretende di difendere il tesoro del cristianesimo mentre lo seppellisce nella sua terra; là dove si delimita con cura la cerchia dei prossimi mentre si squalifica e scarta l’altro. In tutto questo c’è una menzogna che il Vangelo ha già smascherato, affermando la verità con lo stesso rigore dei profeti d’Israele d’un tempo. Vorrei sottolineare che questa verità dovrebbe essere quanto mai proclamata, dato che il combattimento attuale «per i valori cristiani» si è ritrovato di frequente ad essere complice di poteri che prolungano e perpetuano oggi l’ordine antropologico e ideologico – assolutamente contrario al Vangelo – contro il quale dei cristiani del XX secolo hanno opposto resistenza a rischio della vita.

Davide contro Golia
Di fatto i cristiani ucraini provano personalmente al massimo grado la propria fragilità e la piccolezza dei propri sforzi in un paese in guerra, quanto mai minacciato e vulnerabile, ricattato dall’ingiunzione «abbiate paura!» del vicino aggressore. Tutto questo ha suggerito a K. Sigov, in una conferenza del 2014, il paragone biblico di Davide e Golia, che evoca la resistenza messa in atto dai «volontari della speranza»[5]. Sigov si interroga sull’iniziativa di Davide che esce dai ranghi per piantarsi davanti a Golia: «Facciamo fatica a immaginare l’intensità di questo dramma, e il prezzo che era disposto a pagare questo strano volontario. Noi non vogliamo vedere l’abisso che lui guarda, ci rifugiamo dietro ai paraocchi dell’happy end. Ma la Bibbia non è una raccolta di enigmi con la risposta in fondo. La questione della vita e della morte di chiunque partecipa alla battaglia non ha risposte banali. Dov’è il Creatore nel momento in cui la sua creatura unica corre il pericolo supremo? Quale mano sostiene l’uomo che esce dai ranghi per offrire la sua vita in croce e donarla ai fratelli? Chi difende Davide: i suoi fratelli? i suoi amici? il suo popolo? Non solo: Davide difende la speranza».

La verità qui in gioco è la dialettica totalmente divina, e dunque assolutamente paradossale, della forza e della debolezza, così come la esprimono san Paolo (2 Cor 12,10) e l’enciclica Fides et ratio: «La saggezza dell’uomo si rifiuta di vedere nella propria debolezza la condizione della sua forza». Ma, osservava Simone Weil: «Non c’è che una scelta da fare. O si riconosce nell’universo, accanto alla forza, un principio diverso, o bisogna riconoscere la forza come padrona unica e sovrana nelle relazioni umane», e aggiungeva: «Se la forza è sovrana assoluta, la giustizia è assolutamente irreale. Ma non è così. Lo sappiamo sperimentalmente. È reale al fondo del cuore umano»[6].

Consegna
Tornando ai «Bambini della speranza», essi sono diventati segni di riconciliazione e di avvenire, sono stati l’incarnazione di quanto abbiamo detto. Abbiamo semplicemente cercato di raccogliere e far giungere a papa Benedetto gli applausi scoppiati nella lontana Ucraina, in una serata di serena convivialità cristiana, nel momento in cui è stata nominata la Fondazione Ratzinger che, attraverso la nostra borsa, ha sostenuto l’iniziativa di ospitalità spirituale e materiale di cui le famiglie del Donbass presenti alla serata avevano beneficiato. Un evento minuscolo ma che, proprio per questo, corrisponde perfettamente a ciò che le Scritture ci insegnano sui modi di Dio e i luoghi che Egli ama frequentare. È la stessa ragione per cui crediamo che quanto abbiamo visto muoversi attorno al professor Sigov e che coniuga lavoro intellettuale, fiducia ecumenica e costruzione di un avvenire di fraternità europea, faccia parte della storia profonda della nostra epoca, che Dio abita e guida.


NOTE
[1] Benedetto XVI, Un nouveau discours pour l’Europe. Regards croisés sur l’histoire de la conscience européenne, Collège del Bernanrdins, 20-21 maggio 2016.
[2] J. Ratzinger, «Démocratie, droite et religion», Les fondements pré-politiques de l’Etat démocratique, dialogue J. Habermas, J. Ratzinger, in «Esprit», luglio 2004, pp. 19-28.
[3] J. Patočka, Platon et l’Europe, Séminaire privé du semestre d’été 1973, tr. francese di Verdier, 1983, op. cit. da A. Laignel-Lavastine, p. 131.
[4] I sette monaci trappisti rapiti e uccisi nel 1996 in Algeria. Monsignor Pierre-Lucien Claverie, vescovo di Orano (1938-1996), ucciso da una bomba.
[5] K. Sigov, Ucraina: il realismo della speranza , Meeting di Rimini per l’amicizia tra i popoli, agosto 2014.
[6] . Weil, L’enracinement, Paris, Gallimard 1949, citato da B. Saint-Sernin, L’action politique selon Simone Weil, Paris, Cerf, 1988, p. 112.

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