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Russia, vecchi scenari e nuove proteste

Il 10 settembre ci sono state le elezioni amministrative russe, le ultime prima di quelle presidenziali a marzo. Seggi vuoti e generale disinteresse per la politica. Ma si fanno avanti nuove forze ultranazionaliste e ultraortodosse a sparigliare i giochi.

Il 10 settembre scorso si sono tenute in Russia le elezioni degli organi locali: le hanno chiamate «le elezioni top secret», perché non c’è stata quasi informazione ai cittadini sul come e perché votare; secondo l’opposizione il governo ha fatto di tutto per scoraggiare l’afflusso ai seggi per le elezioni di 16 governatori, 6 parlamenti regionali e varie amministrazioni comunali, tra cui quella di Mosca. C’è stata una sola giornata di voto, nessuna campagna elettorale alla tv né sui giornali, nessun manifesto nelle strade; a Mosca per quel giorno è stata indetta la «Festa della città» con musica e intrattenimenti. Così l’affluenza di solito già scarsa non ha superato il 20% nel paese, e il 12% nella capitale. Per fare un paragone, alle ultime elezioni del sindaco di Mosca, nel settembre 2013, aveva votato il 32%.
Probabilmente il governo non voleva che delle elezioni di secondaria importanza come quelle locali diventassero occasione di una campagna politica dell’opposizione, e da un certo punto di vista ha ottenuto quel che voleva: l’opposizione non è riuscita a trasformare le campagne elettorali locali in un movimento di protesta trasversale nelle città.
E il risultato è stato quello previsto: dappertutto nelle regioni ha vinto «Russia unita», il partito presidenziale, e sono stati riconfermati i governatori già in carica. L’opposizione ha avuto una qualche visibilità a Mosca, dove si è presentato il blocco dei «Democratici uniti»: in dieci quartieri della capitale i democratici hanno avuto la maggioranza, e hanno fatto passare 200 candidati (su un totale di 1502); l’ironia è che nel quartiere dove ha votato Putin tutti i deputati eletti erano dell’opposizione. Ma questo non basterà, probabilmente, a farle superare il «filtro municipale», ossia la regola per cui, per presentare un proprio candidato alle prossime elezioni a sindaco, i democratici dovrebbero avere almeno un deputato in 110 diversi quartieri.

Nel panorama piatto della politica russa c’è stato qualche sprazzo di novità solo là dove si è presentato qualche nuovo raggruppamento di attivisti civili indipendenti dai partiti. Escluso il partito di governo, tutti gli altri, quello comunista, Russia Giusta, Jabloko hanno dato cattiva prova di sé mostrando tutta la loro debolezza, la gente non li percepisce più come forze capaci di cambiamento. Ormai la delusione verso i partiti istituzionali è forte in Russia come in Occidente.

L’ingresso del cinema-teatro Kosmos di Ekaterinburg, dopo l’attentato incendiario del 4 settembre contro la programmazione di Matil'da.

La politica della piazza
Ma da un altro punto di vista, come è stato osservato, il gioco del governo che spinge i cittadini a disinteressarsi della politica e a disertare i seggi elettorali non è soltanto il frutto un calcolo di corto respiro, è anche un gioco suicida, «che porta solo al cimitero».
Bisogna infatti tenere conto che nella gente comune cresce l’attesa di cambiamento, e se non si vedono prospettive percorribili può capitare alla lunga che queste aspettative non corrisposte trovino valvole di sfogo in manifestazioni incontrollabili, tanto più in una situazione in cui continua a essere un ritornello diffuso la ricerca del nemico che bloccherebbe il normale sviluppo del paese; lo si è visto proprio in questi giorni in cui le frange ultranazionaliste e ultraortodosse hanno spiazzato governo, Chiesa e opposizione con le loro massicce proteste, accompagnate da atti vandalici, minacce, bottiglie molotov e autobomba.
Il motivo che ha suscitato il «furore popolare» è un banale film sullo zar Nicola II, un polpettone di cui si va parlando da mesi, e che offenderebbe i sentimenti dei credenti; ma quello che risulta abbastanza chiaro da questa vicenda è che qui i sentimenti dei credenti sono solo il fragile paravento di chi manipola tensioni e insoddisfazioni ben più profonde. Governo e opposizione hanno constatato, probabilmente con sorpresa, che stanno nascendo centri d’influenza alternativi e che esiste una forza dal basso per la quale neppure il presidente è più un’autorità insindacabile.

Nella società russa va allargandosi la forbice tra la popolazione sovieticamente abituata a delegare il proprio destino al potere, e le frange che, senza punti di riferimento, vivono la tentazione della violenza «per la buona causa», una causa che oggi è identificata nella nazione e nell’ortodossia patriottica, ma che un domani potrebbe identificarsi in qualcos’altro. Dice Aleksandr Archangel’skij a questo proposito: «La risultante di tutti i processi che si stanno sviluppando nella nostra società è il fondamentalismo. Pseudo-islamico, pseudo-ortodosso o di qualsiasi genere. Il fondamentalismo in quanto tale, allo stato puro». In effetti, quando la ricerca identitaria si riduce all’identificazione di ciò che ci distingue dall’altro, e l’altro è considerato inevitabilmente come un nemico, risulta poi difficile dare a questa identità dei contenuti positivi e pacificamente vivibili.
Il nazionalismo aggressivo e bigotto cavalcato da gruppi come «Stato cristiano – Santa Rus’», che ha orchestrato le recenti proteste, approfondisce i fossati che già esistono e offre motivi di scontro agli ambienti laici, che puntano all’estremo opposto verso l’anticlericalismo. Un membro della Commissione cultura della Duma ha detto addirittura che in Russia sta nascendo un «piccolo Isis», e che il governo dovrebbe ben intimare alla Chiesa di restare nei limiti della legge, mostrando di identificare surrettiziamente la Chiesa con le frange estremiste. Ma così fa comodo, è nella logica del «tutti contro tutti», una logica che ha effetti perversi in campi che vanno oltre quelli della politica spicciola.

È in realtà preoccupante questo clima di disprezzo generalizzato, in cui un personaggio politico (anche lui membro della Commissione cultura della Duma) si permette di dare pubblicamente dell’idiota e del vigliacco all’ultimo zar, e in cui gruppi di sedicenti ortodossi minacciano attentati a chi va a vedere un film; è preoccupante che in un grande paese come la Russia, nel centenario dell’immane tragedia della rivoluzione, per far discutere la gente sul tema si debba passare attraverso questa modesta «love story in costume»; è preoccupante che la memoria della rivoluzione non sembri interessare né al governo, né alla Chiesa, né ai sedicenti ultraortodossi. Sembra che in questi ambienti la tragedia non possa che essere ridotta a un trauma da rimuovere, e che proprio per questo rischia di diventare sempre più grande.

Una targa dell’iniziativa «Ultimo indirizzo» applicata sulla porta della casa in cui la vittima fu arrestata.


Tanto più feconde appaiono in questo senso iniziative di cui poco si parla nei giornali, che sono isolate e disperse in un paese immenso, e che pure esistono e continuano a crescere anche in questi tempi così distratti od occupati soltanto da uno scandalismo più o meno pruriginoso: e non si tratta solo della ricerca continua delle testimonianze delle repressioni, della documentazione dell’esistenza delle fosse comuni, della compilazione dei Libri della memoria con gli elenchi dei fucilati, delle ricerche d’archivio e della loro pubblicazione online, attività che caratterizzano centri organizzati e istituzionali come Memorial; si tratta anche delle iniziative di piccoli gruppi o di singoli che mettono le targhe sulle case per ricordare le vittime del grande terrore, che cercano i nomi delle vittime e dei loro carnefici in una prospettiva che va oltre la ricostituzione della pura memoria storica ma alla ricerca di una apparentemente impossibile riconciliazione: si tratta della raccolta di materiali che appaiono nei vari social, con siti che vengono creati appositamente e pubblicano dati preziosi. E oltre il problema della memoria c’è la nuova attenzione al problema ecologico e a quello urbanistico (per parlare solo delle cose che hanno avuto maggior risalto).

Non è il vecchio samizdat, ma è sicuramente il suo spirito: in un panorama che, tra elezioni disertate e pettegolezzi a luci rosse, lascerebbe solo demoralizzazione, è la ricomparsa del vecchio e commovente: «Se non io e adesso, chi e quando?». Magari non fa parlare di sé ma merita fiducia e ammirazione, non foss’altro per la non violenza che caratterizza le sue manifestazioni e lo differenzia dagli indignati dell’Occidente democratico.


key-words: memoria, zar, elezioni, samizdat, urbanistica

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