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Vecchio e nuovo. Ovvero gli studenti in piazza

Il filosofo Sergej Averincev osservava che il nuovo non segue mai la via maestra pianificata dagli uomini ma vie laterali e inattese. Oggi in Russia la novità si apre la strada nonostante la resistenza del sistema. Perché i giovani vogliono un futuro.


In una conferenza, lo storico della cultura Sergej Averincev aveva preso in considerazione due singolarità poco indagate dagli studiosi e che si trovano in un famoso passo all’inizio del vangelo di Matteo.
Nel primo capitolo, la celeberrima genealogia di Cristo «Abramo generò Isacco…» s’interrompe in modo in atteso «ed ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo». E finisce che tutta questa solenne genealogia sembra incepparsi, e Giuseppe che ne fa parte non è il padre del Messia promesso, e il suo ingresso nella storia umana avviene in un modo che sulle prime confonde tutti i personaggi coinvolti.
Nel secondo capitolo si snoda la narrazione grandiosa e lenta dei magi d’Oriente, che giungono a Gerusalemme per testimoniare il significato universale della nascita del Re dei Giudei; si presentano da Erode, fatto che mette in agitazione tutta Gerusalemme; Erode convoca i grandi sacerdoti e gli scribi per interpretare la notizia; i magi, guidati dalla stella, giungono a Betlemme portando i loro doni. Poi, d’un tratto – e lo si dice con una breve costruzione sintattica – i magi ricevono in sogno l’ordine di non tornare da Erode, e la storia che era iniziata come una processione trionfale, si risolve in fuga.

«Io non posso interpretare tutto questo se non col fatto che entrambe le volte Matteo, autore del primo vangelo, trova il modo di superare il difficilissimo rapporto tra promessa e compimento – scrive Averincev. – Tutta la dottrina biblica sulla pienezza dei tempi, cioè sulla storicità dell’opera divina della salvezza presuppone che Colui che è stato promesso potrà venire quando sulla terra saranno in qualche modo edificate delle porte per Lui, per poterlo accogliere. Ma poi tutto avviene in modo che Lui entra a prescindere da queste porte, anche se le porte sono indispensabili. Tutte e due le volte è così».
L’immagine delle porte maestose che vengono solennemente erette affinché il futuro entri per altra via dice qualcosa di importante non solo per la storia evangelica. In linea di massima, tutto ciò che è veramente nuovo si presenta esattamente così. I cambi d’epoca, dei paradigmi scientifici, delle generazioni non avvengono come un semplice passaggio – preparato e orchestrato - delle chiavi della città da una mano all’altra, bensì come un imprevisto cambio di prospettiva, anzi, come una demolizione.

La cultura latina, che disprezzava come indegna d’attenzione la cultura in lingua volgare, d’un tratto si è trovata davanti la Divina commedia, dopodiché la poesia latina è passata decisamente nella categoria dei reperti museali. E le pubblicazioni di Nicola Copernico e Andrea Vesalio, uscite lo stesso anno, hanno spezzato le millenarie concezioni dell’Universo e del corpo umano, spostando il centro del sistema solare dalla Terra al Sole, e il centro dell’organismo umano dal fegato al cuore. E i calcoli di uno sconosciuto impiegato dell’Ufficio brevetti di Berna in pochi anni avrebbero relegato nel passato la fisica classica di Newton.

Di per sé, il vecchio si mostra per quello che è, cioè vecchio, quando smette di rispondere in modo adeguato a quel che accade intorno, e la massa dei nuovi fatti e nuovi fenomeni che si va accumulando non trova più spiegazione nel contesto del vecchio e trova il suo giusto posto all’interno di un nuovo paradigma. Ma tutto questo non avviene in modo indolore, perché il vecchio modello cerca disperatamente di difendersi ignorando il nuovo e opponendovisi. Le porte che Averincev richiama in immagine non vengono erette per incontrare il nuovo ma piuttosto per conservare se stessi, per cercare di dare inizio al nuovo secondo il proprio criterio, per scegliere l’erede e stabilire su di lui i propri diritti. Questi tentativi possono avere successo solo fino a che il nuovo non sia giunto a piena maturazione.

La «rivolta degli adolescenti»
Per quanto mi spiaccia costringere questa bella riflessione nei limiti della cronaca socio-politica, credo che il crollo delle prospettive, questo mancato incontro tra vecchio e nuovo rappresenti l'immagine che meglio descrive ciò che giornalisti e politologi hanno banalizzato come le «proteste degli adolescenti» maturate in Russia nella primavera di quest'anno.
Va prima di tutto precisato che le «proteste degli adolescenti» sono un mito, non nel senso che non siano mai avvenute ma nel senso che sono una semplificazione, un modello interpretativo dei fatti comodo e di facile comprensione.
Un mito dello stesso tipo è rappresentato dalla «ristalinizzazione» di cui tanto si discute oggi; le notizie sui casi sporadici di musei e monumenti dedicati a Stalin, le dichiarazioni di personaggi ufficiali appositamente seminate nello spazio pubblico e sui canali federali, nonché le trasmissioni che sdoganano lo stalinismo, che si affiancano in parallelo all’apertura di musei statali e memoriali dedicati alle vittime delle repressioni, e alla crescita delle iniziative per perpetuarne la memoria e la diffusione dell’informazione sulle repressioni, presi insieme costituiscono una «retorica» comoda e facile sia per i difensori del governo che per i suoi oppositori.
I fatti dicono che adolescenti e giovanissimi non erano la maggioranza alle dimostrazioni della primavera-estate di quest'anno. Secondo il monitoraggio dei social, la maggior parte di quanti hanno visto il film Non chiamatelo Dimon[1] che ha fatto da detonatore alle proteste del 26 marzo, avevano tra i 21 e i 24 anni, oppure oltre i 34, mentre i minorenni erano solo il 5,5%.

[…] Del resto, la partecipazione dei giovani alle proteste non è una novità del 2017: è sufficiente ricordare che le proteste del 2011-2012 nelle grandi città avevano assunto la forma dell'occupazione (««occupy Abaj» e «occupy Arbat» a Mosca, «occupy Sant'Isacco» a Pietroburgo, ecc.). Tutti i tratti delle azioni di protesta che hanno tanto colpito gli osservatori di oggi erano presenti già allora: la prevalenza di giovani, l'assenza di paura di fronte alla polizia, il coordinamento tramite i social.
L'impressione che improvvisamente la gioventù si interessi di politica perché Naval'nyj gliene ha parlato in modo fantastico col film su «Dimon», è solo frutto di un equivoco.
E viceversa, il disinteresse dei giovani per la politica è un mito parallelo a quello della loro improvvisa politicizzazione. Dalle ricerche sul fenomeno dell'«apoliticità» dei giovani, svolte dopo le proteste del 2012, risulta che l'allontanamento dalla politica non è soprattutto frutto di un disinteresse o dell’idea che l'attività pubblica sia irrilevante. È più corretto parlare di «antipoliticità» come rifiuto razionale della politica (che ricorda da vicino il concetto di «immobilismo aggressivo», e non di passività della società russa), considerata come un ambito ben conosciuto ma percepito estraneo, un'attività ritenuta inutile, mentre la partecipazione alle iniziative civili è vista come una realizzazione di sé, non come attivismo politico.
L'insorgere del mito delle «proteste degli adolescenti» e la sua incredibile popolarità testimoniano che esso risponde a molti punti di tensione presenti oggi. È sotto gli occhi di tutti che il conflitto tra la realtà e il sistema politico della Russia con il suo establishment è di carattere generazionale: fuori è primavera e sono spuntate le prime foglioline, ma nelle stanze del «governo russo» sembra che facciano apposta a pompare aria stantia. Si sente che il nuovo è a un passo, e si sente che il vecchio ha fatto il suo tempo e dovrebbe essersene andato già da un pezzo. Questa latente attesa del nuovo è forse il sentimento più forte della parte attiva della società russa.
Che i giovani scendano in piazza è un fenomeno piuttosto normale, che coglie di sorpresa solo per la diffusa convinzione che la giovane generazione sia apolitica; ma questa volta si è sovrapposto a questi sentimenti e a queste attese, finendo per coincidere totalmente con essi; così è nato il mito della «crociata degli adolescenti» che ha girato alla grande nel campo dei mass media, attirando tutti nel suo campo d'azione, da politologi e deputati all'addetto stampa del presidente.
In questo senso quel che è accaduto il 12 giugno è un sintomo ben più importante del fatto che sono scesi in piazza più giovani del solito.

Presentimento del futuro
Il malcontento manifestatosi nelle proteste di quest'anno si vede meglio nell'ambito giovanile ma di fatto caratterizza tutte le età e tutti i gruppi sociali del paese. In questo sta la differenza principale tra ciò che accade oggi rispetto alle proteste degli anni 2011-2012, che avevano espresso prevalentemente il malcontento della classe media della capitale.
È importante capire che cosa esattamente spinga in piazza gli scontenti di oggi, e se si possa parlare di un complesso comune di motivazioni. L'espressione (nonché slogan e hashtag) «Sono stufo», che non è molto azzeccata come slogan politico perché non propone alcun concreto «programma d'azione», si è dimostrata invece molto azzeccata come espressione delle aspirazioni latenti e ancora indistinte di vari gruppi sociali. Inoltre i manifestanti odierni «sono stufi» non di Putin o Medvedev in quanto tali, cui non pensano di sostituire davvero Naval'nyj, la loro insoddisfazione ha un’origine ben più profonda. È la speranza di cambiamenti strutturali, la sensazione che sia maturato un «cambio di paradigma» fondamentale.
Il malcontento che si è manifestato durante le iniziative recenti viene da un grande vuoto, che si delinea sempre più distintamente al posto dell'immagine del futuro. Che questa espressione sia tornata alla grande nell'agenda politica e nella discussione tra esperti è estremamente significativo. Negli ultimi 10-17 anni al posto del futuro ci sono state le urgenze e dopo, quando la crescita economica ha permesso un po' di respiro e ci si è potuti guardare intorno, al di là delle urgenze ha incominciato ad apparire il vuoto, e per nasconderlo si sono mobilitate le immagini del passato. Lo sfruttamento sempre più insistente della Vittoria e di altre immagini del glorioso passato non sono solo un mezzo per mobilitare la gente, ma testimoniano il fatto che le autorità, scorgendo il pericolo del vuoto là dove dovrebbe esserci il futuro, si sentono incapaci di dare una risposta adeguata alle aspettative.
Pare che l'aspettativa, sia pur vaga, del futuro possa generare molte più energie che le proteste sistematiche.

Un'altra importante differenza tra quanto accaduto negli anni 2011-2012 e oggi sta nel fatto che questo radicale e pubblico malcontento nasce dall'assenza di illusioni riguardo alla possibilità di dialogare con il potere, di collaborare costruttivamente.
Le proteste di piazza Bolotnaja [del 2012] avevano lo scopo di ottenere che le autorità rispettassero le regole del gioco: chiedevano la revisione dei risultati elettorali, l’esclusione dei brogli, ecc. Partecipare a un'iniziativa autorizzata, ancorché circondati dalla polizia, indica pur sempre che si è ancora all'interno del sistema e che si accettano le condizioni imposte al dialogo. Il confine tra le iniziative autorizzate e non autorizzate viene meno semplicemente perché è stupido chiedere il permesso a un governo che parla ostentatamente un'altra lingua e non ammette possibilità di dialogo.
Tutti coloro che scendono in piazza oggi interiormente già hanno assunto un atteggiamento di sfida verso il governo. Perciò il passaggio dalle iniziative autorizzate a quelle non autorizzate – esemplificato dalla decisione degli organizzatori del meeting sulla prospettiva Sacharov di trasferirsi in via Tverskaja – non è nient'altro che la conseguenza di un cambiamento già avvenuto a livello mentale.
Perciò, intanto, non è corretto dire che Aleksej Naval'nyj «ha spinto gli adolescenti sotto i manganelli degli OMON» come fa la propaganda di governo; lui ha semplicemente percepito meglio di altri l’aria che tira e l'ha assecondata, trovando una forma appropriata. Che fra i vari politici l'abbia sentito solo lui significa che ha le potenzialità per diventare il politico del futuro.



Vecchio e nuovo
Questo conflitto tra paradigmi sembra molto più importante e interessante dei discorsi sulla «rivolta degli adolescenti».
Uno degli esempi più eloquenti di tale conflittualità è l'ondata di video postati dagli studenti sui «colloqui» che insegnanti e funzionari hanno tenuto con loro in seguito ai meeting del 26 marzo. Qui è evidentissimo lo scontro tra due realtà: da un lato lo Stato, che parla la grossolana lingua di legno dell’«istruzione politica» di tipo sovietico; dall'altro i giovani, per i quali la reazione naturale a questo format comunicativo non interattivo è quella di registrarlo e pubblicarlo online.
Una simile reazione è piuttosto efficace. Mentre gli oppositori di professione e i difensori dei diritti umani dichiarano con il consueto affanno che è inammissibile e illegale l'uso dell'ideologia nel sistema educativo, e auspicano delle necessarie riforme istituzionali che non si possono realizzare in condizioni di autoritarismo, la nuova generazione semplicemente posta dei video e spesso ottiene un risultato. Magari non nel senso che gli insegnanti «più furiosi» saranno rimossi, ma nel dimostrare in generale che la vecchia struttura è obsoleta, e in particolare che le solite forme di pressione sono inefficaci.
I disperati tentativi del governo di cavalcare la tematica giovanile chiamando dei videoblogger alla Duma, finanziando la produzione di videoclip che esortano a non partecipare alle manifestazioni, elaborando la legge «sulla politica giovanile» e il programma statale «Gioventù di Russia», ricordano molto l'immagine delle antiche porte costruite dagli uomini e rivolte al futuro, da cui abbiamo cominciato. Ma, tornando ai paragoni biblici, è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che costruire rapporti con il futuro tramite programmi statali. Il futuro, come sempre succede in questi casi, scanserà queste porte senza farne piazza pulita ma semplicemente mettendone a nudo l’inefficienza e l’inutilità, proprio come hanno fatto gli studenti esponendo al ludibrio i loro istruttori politici.

L'immagine dei magi che compresero l'importanza di quel che stava accadendo a Betlemme di Giudea ma che, avendo capito che «i capi del popolo» non erano in grado di accogliere quella notizia, «per un'altra strada fecero ritorno al loro paese», ci suggerisce che il vecchio, se non è pronto a discernere e a recepire il nuovo, è destinato a scomparire dalla scena della storia. Purtroppo, di solito non è in grado di capirlo da solo e cerca di contrastare il corso della storia, il che porta spesso alla strage degli innocenti, ma in nessun modo riesce a prolungare la propria vita. Va ricordato che «Erode tetrarca» terminò i suoi anni in esilio, e Gerusalemme cadde in rovina e finì distrutta proprio perché, come è stato detto, «non aveva riconosciuto il tempo in cui era stata visitata».

NOTE
[1] Non chiamatelo Dimon, documentario prodotto nel 2017 da Aleksej Naval'nyj per dimostrare la corruzione che coinvolgerebbe il premier Dmitrij Medvedev. Il titolo riprende una frase dell'addetta stampa del premier che aveva chiesto ai giornalisti di avere più rispetto e di non chiamarlo col vezzeggiativo «Dimon». Versione sottotitolata in inglese a questo link .

(fonte: InLiberty.ru)


key-words: giovani, politica, Naval’nyj


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