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Viaggio in Ucraina - 2. Finché c’è solidarietà c’è vita

Dal dramma immenso del Donbass sono nate iniziative straordinarie, perché si può imparare persino dalla guerra. C’è un’Ucraina che lavora per trasfigurare il conflitto in misericordia.

Gli ucraini nella gran maggioranza si rendono ben conto dell’insolvenza cronica dello Stato sotto tanti aspetti che toccano concretamente la vita di ognuno; per misurare la portata di questo scollamento nel dicembre 2015 l’Istituto internazionale di sociologia di Kiev ha svolto un sondaggio chiedendo ai cittadini se hanno fiducia nello Stato, ed è emerso che l’84% degli intervistati non nutre alcuna fiducia, il che significa che più di quattro ucraini su cinque pensano che lo Stato non stia agendo nel loro interesse.
Ma paradossalmente l’assenza di fiducia nello Stato non equivale all’assenza di speranza. C’è qualcosa in cui gli ucraini hanno fiducia, secondo un recente sondaggio1 si fidano della Chiesa (76,2%), del volontariato (51,4%), delle Forze Armate (45,8%). Come spiegare questa fiducia e questa speranza? Probabilmente, quella che sembrava la «retorica del Majdan», ossia lo spirito di solidarietà tra la gente (che molti critici giudicavano sentimentale, mentre reali erano gli scontri e i morti), è stata invece un avvenimento epocale per la società ucraina, che l’ha maturata profondamente; ed ora questo spirito, messo alla prova col ritorno alla normalità è diventato, o sta diventando, una realtà diffusa, e soprattutto efficace.

L’impressione che ho avuto nei giorni trascorsi in Ucraina, quest’autunno, è che nonostante i problemi siano tanti e gravi, nella gente si è accumulata una grande energia morale e culturale; nel momento attuale le relazioni solidali tra i cittadini sembrano una delle principali risorse del paese. Guardandosi attorno si capisce che quel che tiene in piedi l’Ucraina non sono principalmente gli indici economici e i giochi politici: c’è voglia di aiutarsi tra le persone, e c’è la convinzione che finché c’è solidarietà si potrà sopravvivere; almeno otto ucraini su dieci (nei sondaggi si va da un massimo del 100% a un minimo del 65%) ne sono convinti.
A dispetto di tutto, il «fattore umano» si rivela dunque decisivo; ed è un fattore talmente evidente, ha delle ricadute così concrete che persino i sociologi sono costretti a prenderla in considerazione. Lo storico Simone Bellezza ha colto molto bene la novità, lo scarto prodotto dall’esperienza del Majdan nell’intera compagine sociale: «Il Majdan è diventato un luogo di sperimentazione di una cittadinanza diversa, di una comunità in cui vige una solidarietà fraterna e in cui tutti collaborano alla creazione di una società più democratica»[2] . Tuttavia la solidarietà non è una «moda», un trend generale che si impone per forza di cose, è sempre una scelta personale che comporta rischi e fatiche, è un sacrificio che trova degli imitatori nella misura in cui si mostra interessante in alcuni. Possiamo portare alcuni esempi presi, per cominciare, dall’ambito culturale e religioso.

Kiev, incontro ecumenico alla Lavra delle Grotte in conclusione del convegno.


Una cittadinanza diversa

Kiev, ogni autunno, ospita una conferenza internazionale di filosofia, teologia e letteratura promossa dall’Accademia Mohiliana, chiamata Uspenskie čtenija (le «Letture dell’Assunzione»). L’anima dell’iniziativa è il professor Konstantin Sigov, che è al tempo stesso docente di filosofia e direttore della casa editrice «Spirito e Lettera». La conferenza anche quest’anno ha raccolto un gruppo variegato di intellettuali ucraini, russi ed europei, cristiani e non cristiani, ma come al solito quello che colpisce soprattutto è il clima di assoluta stima reciproca che vi si respira. Ricordiamo che dal punto di vista religioso l’Ucraina è una polveriera: la confessione ortodossa è scissa in tre rami (due dei quali non canonici e di tendenza nazionalista) che si fanno una spietata concorrenza; ma gli ortodossi tutti quanti non vedono di buon occhio le sette protestanti e gli evangelici, tradizionalmente diffusi nelle campagne; quanto ai cattolici, c’è il nodo dei cosiddetti «uniati» eredi dell’Unione di Brest che ha ferito profondamente l’ortodossia, e che per questo ancor oggi sono un inciampo ai buoni rapporti; da ultimo c’è il peso storico del passato antisemitismo che ancora macchia la coscienza nazionale.
Ebbene, sullo sfondo di tutto questo, alla conferenza di Kiev tra ortodossi e cattolici, cristiani ed ebrei, occidentali e orientali appariva quasi fuori luogo usare le categorie «noi» e «voi», dato che la prima evidenza era la piena condivisione della centralità e dignità dell’uomo. Si è toccato con mano che la «polveriera religiosa» può anche trasformarsi in un luogo privilegiato di incontro faccia a faccia con l’altro. E questo stile di rapporti, inaugurato sul Majdan, oggi in Ucraina sta diventando comune.

Lo si è visto bene anche tra i cristiani, nell’ambito sia pur ristretto della conferenza si sono visti gesti non protocollari e se si vuole profetici: gli ortodossi che ascoltavano con sincero interesse i greco-cattolici; ortodossi e cattolici che hanno commemorato in comune il defunto metropolita ortodosso di Kiev Vladimir, e hanno scoperto insieme la figura del beato cattolico don Carlo Gnocchi. Sino ai gesti più quotidiani come la benedizione dei pasti, cantata ora in slavo ecclesiastico ora in latino… E non si trattava di semplice «buona educazione» o cordialità; anche nel fare polemica su questioni piuttosto sostanziali come la «vocazione nazionale» della Chiesa il tono era di vera stima e vero interesse per ciò che aveva da dire il contendente. Come diceva il filosofo Grigorij Pomeranc, lo stile della polemica è ancora più importante del suo contenuto, perché spesso rivela la qualità della nostra posizione meglio delle dichiarazioni di principio. Pertanto il fatto di rivolgersi vicendevolmente domande anche scomode, ma espresse con rispetto e reale desiderio di capire, è più incisivo di tanti discorsi, in un’epoca in cui le parole sono spesso abusate e la contrapposizione è la norma. L’esito ultimo di un rapporto di autentica amicizia è il riconoscimento, come diceva san Giovanni Paolo II, che non abbiamo più il diritto di rimanere separati.
Lo stile dei rapporti investiva naturalmente anche l’aspetto culturale, così che sant’Ambrogio di Milano, il metropolita Antonij di Surož e madre Teresa di Calcutta, Dante, Dostoevskij, la bellezza, la grandezza dell’arte e dello spirito non erano più etichettabili in base all’appartenenza «cristiana», oppure «cattolica» o «ortodossa» ma erano di tutti, perché Cristo è di tutti. Insomma si traduceva in esperienza il richiamo di san Paolo «nessuno si vanti», e si faceva a gara ad offrire all’altro quanto di meglio possiede la propria tradizione.

Non illudiamoci, liberarsi dai pregiudizi e dai muri secolari (soprattutto religiosi) non è così semplice, tanto più in un paese come l’Ucraina dove le tensioni legate ai nazionalismi scuotono le Chiese, e rischiano di riprodurre una volta di più il vecchio modello delle «Chiese nazionali», ma qui alla conferenza si toccava con mano che è in atto un lavoro di purificazione e di mediazione, che prevede anche le obiezioni, ma pacate, le discussioni ma sincere al punto che si osa ripensare persino il passato piena di ostilità in spirito di misericordia. Il titolo stesso delle tre giornate della conferenza: «Fiducia, dignità, misericordia» riecheggia (consapevolmente o no) il grande tema dell’Anno Santo, e questo significa che al punto in cui siamo i confini confessionali sono diventati permeabili, e ciò che nutre una parte nutre anche l’altra.

Piccole iniziative crescono
Il clima di amicizia fa fiorire i rapporti culturali, che a loro volta approfondendosi arrivano prima o poi a incarnarsi in un impegno concreto con la vita; è stata proprio questa l’esperienza degli ultimi anni in Ucraina. Ha preso forma una serie di iniziative che partono dalla cultura ma poi approdano ai bisogni concreti della gente. È successo così che da un piccolo nucleo di cristiani che credono fermamente nel legame tra fede e ragione, tra fede e vita, si sta dipanando una lunga teoria di incontri, iniziative, scoperte, pubblicazioni, opere sociali; sono gesti ancora molto piccoli ma capaci di mettere in movimento tutto l’ambiente circostante.

La prima a nascere nel 2011, dall’amicizia di Konstantin Sigov e Aleksandr Filonenko, filosofo di Charkiv, con un gruppo di amici italiani, è stata la onlus «Emmaus», che assiste ragazzi abbandonati e con handicap; nel maggio di quest’anno l’iniziativa ha fatto un altro passo avanti inaugurando la cosiddetta «Casa volante», un appartamento acquistato grazie ai fondi donati da AVSI [3], e attrezzato in modo che vi possano vivere in modo autonomo alcune giovani con handicap. Queste ragazze hanno dovuto lasciare per raggiunti limiti d’età gli Istituti per l’infanzia dove erano sempre vissute, ma in Ucraina a queste persone la società non ha da offrire niente se non la possibilità di trovare un nuovo ricovero, a vita, negli istituti per anziani; d’altronde siamo in una società povera e post-sovietica, dove nessuno è abituato ad affrontare problemi come le barriere architettoniche, l’aiuto allo studio o le facilitazioni per i disabili. Di qui si capisce l’importanza di offrire a questi adolescenti, in alternativa alla disperazione del ricovero per anziani, un luogo dove poter vivere insieme, aiutandosi, e poter anche continuare gli studi per trovare un posto di lavoro. È una piccolissima iniziativa che coinvolge per ora sei ragazze che ci vivono in pianta stabile, più una ventina di altri adolescenti che ci vanno regolarmente a studiare, a seguire corsi o imparare un po’ di economia domestica. In prospettiva c’è anche una casa identica per ragazzi, ma già così, in forza della sua stessa esistenza, la «Casa volante» offre un modello, costituisce un precedente che apre uno spiraglio di speranza per quanti hanno gli stessi problemi.

Un altro aspetto importante è che questa iniziativa, in generale ogni iniziativa civica, mette in moto le persone e le istituzioni con cui viene in contatto; se non altro perché ha bisogno di soddisfare tutta una serie di esigenze cui solo la gente comune può rispondere, impegnandosi nel volontariato; ad esempio nel caso della «Casa volante» bisognava trovare una serie di persone per fare scuola a questi ragazzi, per aiutarli a studiare, per eseguire le terapie fisiche, logopedistiche e naturalmente per procurare il vettovagliamento. La gente attorno alla Casa ha incominciato a mobilitarsi; e persino l’amministrazione pubblica si è sentita coinvolta, apprezzando l’importanza e il valore esemplare del progetto: «Sono interventi sociali molto seri, – ha detto l’assessore di Charkiv alle politiche sociali – fondati sull’esperienza internazionale, che spingono ad unire gli sforzi e le idee. L’effetto di queste iniziative è considerevole perché si trova una strategia comune, di più, una filosofia sociale, si aiutano dei bambini a diventare adulti, si insegna a loro e alla società stessa ad apprezzare l’importanza della persona nella comunità».




Breve presentazione della «Casa volante.



Ma impegno sociale e bellezza hanno bisogno l’una dell’altra, perché una realtà come la «Casa volante» respira pienamente solo se è legata al senso pieno dell’uomo e della vita dal quale è nata; per questo non si può fare a meno della grande cultura, così nell’autunno del 2013 dal gruppo «Emmaus» è scaturita un’iniziativa apparentemente un po’ stravagante, ma in realtà del tutto naturale: un centro culturale dedicato a Dante Alighieri, con lo scopo di gettare ponti culturali tra Ucraina ed Europa, nel caso specifico con l’Italia che sta all’origine di tante iniziative. È stato infatti un amico italiano, Franco Nembrini, che ha fatto scoprire agli ucraini la ricchezza inesauribile della visione dantesca, e il legame stretto fra cultura e vita, cultura e opere. Così anche Dante si è inserito in questo movimento espansivo iniziato da alcuni ucraini entusiasti, al punto che il piccolo club culturale «Dante Centro» di Charkiv ha avuto l’ardire di proporre ai giovani la lettura completa della Divina Commedia, da completare nel giro di tre anni. Una cosa quasi inimmaginabile, ma il pubblico c’è, ed è fedele; quest’anno si legge il Paradiso. Su Dante ci sono state anche conferenze e mostre: la chiamano «la linea italiana» del centro culturale, quella «che determina l’atmosfera e le forme del suo lavoro».

Un altro parto di questa creatività incredibile è il progetto «Figli della speranza», che ha preso liberamente spunto da un programma di scambi Ucraina-Italia che esisteva già dai tempi della catastrofe di Černobyl’ (e organizzava vacanze in Italia per bimbi ucraini), sostenuto da alcune realtà di volontariato di Kiev e di Charkiv. Sulla base di quest’esperienza due anni fa si è pensato di rispondere ai nuovi problemi creati dalla guerra, facendo qualcosa per i bambini feriti nel fisico o nella psiche, figli di profughi o orfani di combattenti (e sottolineo: combattenti di entrambe le parti del fronte). Se il primo anno, a livello di esperimento, si era riusciti a collocare in Italia presso diverse famiglie 13 bambini, quest’anno i bambini sono diventati già 48. Ma gli organizzatori hanno avuto una particolare cura nel preparare sia i bambini che le loro famiglie al contatto con le famiglie italiane riceventi, perché ne nascesse un autentico incontro e non fosse semplicemente il godimento di un servizio gratuito, di una pura beneficenza, lodevole ma alla fine chiusa in se stessa. Ne sono nate amicizie commoventi, e alcune famiglie italiane già hanno voluto venire in Ucraina per proseguire e stringere il rapporto.

Durante l’incontro che si è svolto in autunno a Kiev, una mamma ucraina, profuga, ha detto di essere sbalordita dalla disponibilità di questi italiani e dalla loro «gratitudine» nei confronti degli ucraini: «È una cosa dell’altro mondo! ci hanno aperto le case, ci hanno dato tutto quel che potevano e ancora ci ringraziano… Qui c’è qualcosa che mi sfugge, voglio continuare per capire meglio!».
E la mamma di Solomija Derjabina, una bimba del Donbass che ha trascorso un mese in Italia: «Abbiamo visto la bontà di questa gente e ci ha scaldato il cuore. Prima eravamo bloccati, imbarazzati, non ci fidavamo di nessuno, come dei ricci. Ma grazie a loro ci siamo aperti al bene, siamo disposti a condividere. Siamo stati molto aiutati». Padre Aleksandr Čornej, un sacerdote ortodosso di Cherson che ha partecipato all’incontro tra le famiglie, commentava che tutti i presenti piangevano a calde lacrime: «Il progetto è davvero importante, e l’utilità che ne viene assume dimensioni imprevedibili!».


NOTE
[1] Istituto INPOLIT di Kiev, in collaborazione con Indipendent British Council of Foreign Relations.
[2] S.A. Bellezza, Ucraina. Insorgere per la democrazia, Ed. La Scuola, Brescia 2014, p. 69.
[3] La Fondazione AVSI è una ong nata in Italia nel 1972, per sviluppare progetti di cooperazione e sviluppo, soprattutto in campo educativo.

(2 - continua)
parte prima
parte terza

key-words: Čtenija, Emmaus, Casa volante, don Gnocchi, Sigov, Filonenko, Charkiv, speranza

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