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Tolstoj non è un cocomero…

Poco prima della rivoluzione la società russa si spaccò a causa di Tolstoj, polo d’attrazione e repulsione, idolo ed eretico. Un cuore inquieto che rifiutava le forme costituite e si stupiva dell’essere, ci indica oggi l’instancabile ricerca della verità.

«Peccato che con Tolstoj non si possa fare come con un cocomero e tagliarlo a metà, per tenere solo quello che ci piace e buttare il resto dalla finestra»: cioè tenere la «metà sana», quello che ci fa comodo – l’artista e il romanziere, e buttar via invece il «marcio» – lo scomodo pubblicista e filosofo religioso. Queste parole, scritte dal corrispondente del giornale «Kazanskij telegraf» nel 1908, alla vigilia dell’ottantesimo compleanno dello scrittore, sono ancor oggi attuali in Russia nella recezione della figura e dell’eredità di Lev Tolstoj: la personalità di Tolstoj continua a essere un polo di attrazione e repulsione, un idolo e un eretico, insomma un forte segno di contraddizione.

Nel 1908 in Russia divampò una rovente polemica sul fatto di celebrare o meno gli ottant’anni di un personaggio che per alcuni rappresentava una sorta di profeta della verità evangelica – di contro al formalismo dell’istituzione ecclesiastica – mentre per altri era un «tizzone d’inferno», come ebbe a dire padre Ioann di Kronštadt, una vera e propria incarnazione diabolica. La Russia era talmente divisa che, in una lettera alla moglie dello scrittore Sofija Andreevna, una vecchia conoscente, la principessa Dondukova-Korsakova, scrisse che era impensabile festeggiare Tolstoj perché questo avrebbe arrecato a molti «profonde e dolorose sofferenze interiori». Tolstoj le rispose serenamente che non teneva affatto ai festeggiamenti e chiese al comitato organizzativo di sciogliersi ed «eliminare questo giubileo». La violenza di quelle polemiche intorno alla persona e alle posizioni dello scrittore è documentata in un testo apparso a cura di Fekla Tolstaja nel 2018, in occasione dei 190 anni dello scrittore: vi si possono ritrovare i ritagli delle innumerevoli pubblicazioni uscite all’epoca, le vignette apologetiche e quelle satiriche o addirittura ferocemente offensive, in un drammatico spaccato della società russa a meno di un decennio dalla rivoluzione.



La vastità dell’«io»
Per celebrare l’odierno anniversario la Biblioteca di Stato Russa ha dedicato alla rivisitazione di Tolstoj una serie di incontri pubblici provocatoriamente intitolati «A che pro Tolstoj?», in cui varie personalità del mondo della cultura, dell’arte e della scienza riflettono sul valore delle idee di Tolstoj e sull’attualità che rivestono oggi le sue concezioni sulla fede, lo Stato, la famiglia, la società, la libertà e la morte. Uno di essi in particolare, il 31 ottobre, è stato dedicato alla sua religiosità: «La fede per Tolstoj era al centro della vita. La sua concezione di religione non si lascia inquadrare all’interno dei canoni. Il suo rapporto con la Chiesa fu tutt’altro che semplice e condusse in definitiva a una drammatica rottura che a tutt’oggi non è stata ricomposta. Che cos’è la religione per Tolstoj? Come intende il rapporto fra l’uomo e Dio? In che senso sono importanti le sue ricerche per un credente? Che cosa possiamo ricavare per noi oggi dalle sue parole sulla fede?». Ospite d’onore la poetessa Ol’ga Sedakova, che in questi anni insieme a Vladimir Bibichin ha proposto un’inedita riflessione sulla figura di Tolstoj. Ricordando il lavoro svolto su questo tema da Russia Cristiana in alcuni licei lombardi e la mostra Tolstoj. Il grido e le risposte al Meeting di Rimini (2014), la Sedakova ha proposto me come suo interlocutore alla serata.
È difficile riuscire sia pure ad abbozzare un problema così vasto nell’arco di una conversazione, ma il desiderio nostro e degli organizzatori era se non altro quello di superare il discorso sul rapporto fra lo scrittore e la Chiesa ufficiale, a cui spesso si riduce il problema della sua religiosità, e soprattutto di evitare di «tagliare Tolstoj a fette», riproponendo per l’ennesima volta un dualismo che in realtà non esiste. Se è vero, infatti, che Tolstoj è un uomo profondamente travagliato (e in questo senso un uomo pienamente moderno), è innegabile l’unitarietà della sua statura umana e creativa, in cui occupa indubbiamente il posto centrale un potente afflato religioso. Questa constatazione, e il tentativo di individuarne l’origine, la natura e le espressioni sono stati i motivi dominanti dell’incontro.

Rileggendo i diari e le opere letterarie di Tolstoj si incontra un «io» che supera continuamente l’individualità dello stesso scrittore, a cui «vanno stretti i confini del romanzo europeo» ma anche ogni forma costituita, ogni ruolo sociale, la «vita solita», come scriveva lui stesso: «Bisogna chiedersi: sono io a volere questo o è Lev Tolstoj? Se è Lev Tolstoj, vada con Dio». Quell’«io», che in lui pronunziava il giudizio su «Lev Tolstoj», era – ha sottolineato la Sedakova – la «coscienza di tutto il mondo», la «vita di un’anima» che non apparteneva soltanto a lui personalmente, un’anima che faceva parte di una totalità senza misura. Lo stesso «io» che vibra come un’acuta nostalgia nella «noia» di Leopardi o nel grido del suo «pastore errante», nell’interrogativo amaro e disperante di Pavese dopo il conferimento dell’ambito premio Strega («A Roma apoteosi. E con questo?..»), trova un parallelo impressionante negli scritti autobiografici di Tolstoj: «... Oppure, pensando alla gloria che mi avrebbero procurato le mie opere, mi dicevo: “E va bene, sarai più famoso di Gogol’, di Puškin, di Shakespeare, di Molière, di tutti gli scrittori del mondo, beh e poi…?”. E nulla, nulla potevo rispondere».

Tolstoj trova a questi suoi interrogativi una risposta: «Perché un uomo possa vivere, egli deve, o non vedere l'infinito, oppure avere una spiegazione del senso della vita tale per cui il finito venga eguagliato all'infinito», scriverà nella Confessione. Il reale, la vita interessa a Tolstoj non nella trama dell’esistenza in quanto tale, ma piuttosto nei suoi strappi, nei «fori attraverso cui fa capolino qualcosa di più alto», cioè negli istanti in cui il finito lascia trapelare l’infinito di cui è fatto. Per questo Tolstoj accorda nelle sue opere uno spazio privilegiato all’esperienza della nascita e della morte, al mistero dell’amore e al miracolo quotidiano del vivere, intuibile attraverso un sentimento che potremmo definire come «senso religioso», una percezione del reale che consente di coglierlo come dono, come rapporto con l’Essere. È curioso come Tolstoj recuperi il concetto biblico e patristico di «cuore» per descrivere questa percezione della profondità del reale che si contrappone alla conoscenza razionalistica e alle costruzioni intellettuali, e si manifesta sempre come scoperta stupefacente di un’alterità che non è più estranea ma parte di sé.



Una percezione empatica del mondo
A connotare profondamente la religiosità di Tolstoj è il senso della verità. Il protagonista dei miei racconti è la verità, scriveva il giovane Tolstoj nei Racconti di Sebastopoli. «Il suo senso della verità non conosce compromessi, è un ininterrotto discernimento dell’autentico dal falso», ha sottolineato ancora Ol’ga Sedakova, rilevando che si tratta di un «discernimento fra ciò che appartiene alla vita e ciò che è morto, falso, artificioso». In questa sua ricerca di autenticità Tolstoj è oggi più che mai attuale, perché solo la «bellezza disarmata» della fede, la sua corrispondenza al cuore umano è in grado di attrarre l’uomo contemporaneo, che nel nuovo contesto culturale non è più disposto a riconoscere apriori alcun valore o ad obbedire ad alcuna regola estrinseca. Il formalismo, la contraffazione ritiene di potersi giustificare all’infinito con le «buone finalità» o la «necessità», la «consuetudine», l’«inevitabilità» («come fare diversamente?»). Tolstoj lascia intendere che si può sempre fare diversamente: per questo si richiede solo di non cessare di ascoltare la propria voce interiore, la voce della verità.
Da questa adesione al vero nasce anche il sentimento dell’empatia in cui Tolstoj non ha rivali. Egli conosce dall’interno non solo ciò che prova una donna mentre sta allattando, ma anche quello che prova un cavallo (Cholstomer) e un albero (Tre morti), ha osservato ancora la Sedakova. E da questa percezione empatica del mondo scaturisce, a sua volta, il sentimento di una profondissima uguaglianza e parentela con tutti, e il rifiuto categorico della violenza sotto qualsiasi forma; infatti, solo la percezione dell’altro dall’interno della sua vita, del miracolo che l’altro rappresenta così com’è, può fondare una reale pietà, carità.

Lo mette bene in evidenza una scena di Storia di una nomina, un film su Tolstoj della regista russa Avdot’ja Smirnova uscito in settembre: vi si narra la vicenda di un soldatino – un ragazzo gracile, un po’ tocco, perpetua vittima dei superiori e zimbello dei commilitoni – condannato a morte in base alla legge marziale e mandato alla fucilazione per una serie di puntigli e formalità di chi avrebbe potuto tranquillamente salvargli la vita. Il conte Lev Tolstoj, venuto a conoscenza del caso, mette a disposizione le sue competenze giuridiche e si reca a difendere la sua causa in tribunale; ma sul più bello dell’arringa viene interrotto da una serie di sternuti del suo patrocinato, che probabilmente non capisce nulla delle elevate argomentazioni morali di Tolstoj, né si cura di guastare il loro effetto sul pubblico e la giuria... Ma dopo un attimo di disappunto, di sospensione Tolstoj sembra avvedersi di una cosa essenziale che aveva dimenticato e passa a un registro completamente diverso, commuovendosi e commuovendo il suo uditorio davanti all’evidenza della vita, del miracolo che fa muovere a questo sempliciotto un braccio, una gamba, che gli fa «mordere un cetriolo verde, sugoso, croccante sotto i denti... E noi vorremmo por fine a questo miracolo, alla sua bellezza?». Il dono di guardare l’essere, il reale nella sua freschezza primigenia, come uscito dalle mani del Creatore, e quindi di accoglierlo con trepidazione e partecipazione.
Ecco a che pro, oggi, Tolstoj.


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