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La poesia della Rivoluzione

Entusiasmanti speranze di rinnovamento, e subito dopo un grido… all’uomo, a Dio, alla Russia. Così i poeti incontrarono l’ottobre del 1917. Dall’aristocratico «secolo d’argento» la letteratura russa si preparava a diventare «testimonianza dell’uomo».

Osip Mandel’štam lasciò scritto: la musica non ha il potere di salvare dall’abisso. Eppure, pochi eventi storici come la rivoluzione russa del ‘17 hanno avuto tanta eco nella poesia dei propri contemporanei, sia nel presentimento di un nuovo «mondo senza uguali», per usare l’espressione di Pasternak, sia nel pianto sulla Russia abbattuta dal vortice di un’immane catastrofe, sia nella marcia trionfale di quanti vedevano nel processo rivoluzionario l’aurora di una nuova vita.
I curatori di una raccolta poetica che si intitola appunto 1917, pubblicata a Mosca dal Centro culturale «Trasfigurazione» , hanno concepito quest’opera come un percorso di memoria e di pentimento, che si conclude addirittura con una preghiera, «per offrire la possibilità di percepire come negli “anni bui” crescesse il presentimento della catastrofe, e come poi in questa catastrofe perisse la vecchia Russia e sulle sue rovine nascesse la “Rus’ sovietica”».

A dettare il ritmo e la sequenza dei testi poetici e dei brani di prosa che si susseguono nel volume (secondo un arco cronologico che affonda nel XIX secolo e giunge fino agli anni del realismo socialista) è innanzitutto il senso del tempo, o meglio la percezione della sua fine, dell’esodo nel nulla o dell’ingresso in un nuovo eone: la «musica della storia», di cui Blok avvertiva frusciare le pagine, ma soprattutto il fascino e la ribellione («come allo specchio d’orrori notturni / si dibatte e non vuol / riconoscersi l’uomo»), suscitati, secondo l’espressione di Anna Achmatova, dall’inesorabile «avvicinarsi del Secolo ventesimo / autentico, e non del calendario». O, come scriveva Mandel’štam: «Chiunque ha un cuore, deve sentire, o tempo / che la tua nave sta colando a picco».

A riprova della polifonicità dell’eco poetica dell’evento rivoluzionario, la raccolta ospita ben trenta autori-testimoni, raggruppati intorno a due immagini fortemente evocative. Il criterio non è dunque né cronologico, né politico, né etico, anche se le due parti che compongono il volume sono contrassegnate rispettivamente dai colori bianco e rosso. La prima immagine – per usare le parole dei curatori, «è il bianco manto di neve, che ricoprì allora il paese come un sudario di morte», ed è presa da una poesia del 1918 che sarebbe divenuta una sorta di inno dell’emigrazione russa.

Sei sepolta sotto la neve, Russia,
t’ha travolto la canuta tormenta,
e i freddi venti delle steppe
inni funebri cantan su di te.

Filaret Černyj

La seconda immagine è il «verbo rossosquillante» destinato a soffocare e coprire ogni altra parola, un neologismo (krasnozvonnyj) coniato nel 1918 in un ciclo poetico dedicato a Lenin – paradossalmente – da un poeta fortemente ancorato alla tradizione contadina e religiosa, che sarebbe stato falciato dal Grande terrore:

La terra appartiene ora ai mužik,
e la chiesa non è più al soldo dello Stato,
rimestando nei precordi popolari
balza fuori il verbo rossosquillante.

Nikolaj Kljuev



Non è questo l’unico paradosso che si incontra; infatti, in molti autori tutt’altro che filobolscevichi per inclinazione – tra cui Andrej Belyj, Nikolaj Kljuev, Valerij Brjusov, Sergej Esenin e altri ancora – sono rintracciabili sia l’una che l’altra immagine, a testimonianza della complessa evoluzione, loro personale e della cultura russa di quegli anni, e quindi loro versi appaiono in entrambe le sezioni del volume. D’altro canto, proprio ad Aleksandr Blok, di cui molti ricordano nel poemetto I dodici (riportato nella seconda parte) l’icastica figura di Cristo che si accompagna ai rivoluzionari, appartengono queste drammatiche note (1908), che rientrano nella prima immagine della raccolta: «Stiamo vivendo una terribile crisi. Non sappiamo ancora esattamente quali eventi ci attendano, ma nel nostro cuore già si è spostata la lancetta del sismografo. Ci vediamo ormai come sullo sfondo di un incendio, su un leggero, trasparente aeroplanino che si libra alto sulla terra; e sotto di noi una montagna tonante e fumante, lungo la quale colano, sotto nugoli di cenere, eruttando, rivoli di lava incandescente». Jurij Annenkov avrebbe così registrato, nel 1921, le «sue delusioni, che nell’ultimo anno di vita raggiunsero punte estreme. Parlando con me non temeva di essere sincero: – Io soffoco, soffoco, soffoco! – ripeteva, – e non solo io: anche lei! Stiamo soffocando, stiamo soffocando tutti quanti! La rivoluzione mondiale si sta trasformando in un rospo mondiale che ci grava sul petto».

Nella prima parte della raccolta, la più consistente, sono ben rappresentati Chodasevič, Cvetaeva, Vološin, Mandel’štam, Bal’mont, Gippius, Vjačeslav Ivanov, Achmatova, che non esitarono mai nelle loro valutazioni dell’incubo rivoluzionario e ben presto individuarono la direzione in cui si muoveva la «ruota rossa». La seconda parte è più breve, perché non furono molti i grandi poeti disposti a deporre il proprio contributo creativo sull’altare dei vincitori. Sfumata la prima ebbrezza, il sentimento della catastrofe finì con il permeare l’intera produzione poetica del tempo, il sentire dei singoli autori così come le loro vicende biografiche. D’altro canto, il formalismo e la piaggeria di molta della produzione in versi dettata dal nuovo potere, la sua componente ideologica, la sua menzogna, hanno giustamente trattenuto i curatori dall’assegnarle un posto tra la poesia.

Fedeli all’uomo
Come ben lascia scorgere questa antologia poetica, negli argomenti dei suoi protagonisti non è in gioco l’etica, ma la «natura umana» che può ribellarsi ai tentativi di manipolarla, di «riforgiarla» secondo i nuovi schemi ideologici, oppure assecondare l’impeto rivoluzionario per il suo afflato pseudo-religioso, vedendovi una rigenerazione dell’umanità («E tu, elemento infuocato, / impazza, divorami tutto, / o Russia, Russia, Russia / Messia del giorno che verrà!», Alla patria, Andrej Belyj, agosto 1917).
Nell’imperativo «non posso tacere!», che la grande letteratura russa fa proprio, è racchiuso il germe della battaglia da essa ingaggiata per la verità, che nel tempo la porterà ad opporsi al potere sovietico. Dai poeti del «Secolo d’argento» raccolti in questo volume si giungerà agli scrittori e poeti «dei campi», che attraverso i canali del samizdat contrapporranno all’homo sovieticus la statura dell’uomo reale, che riscopre se stesso scoprendo la propria libertà. Quest’uomo ha una storia, delle radici, a cui la poesia russa si alimenta, come rilevava ancora nel primo decennio del secolo Osip Mandel’štam: «Il Medioevo, definendo a modo suo il peso specifico dell’uomo, lo avvertiva e lo riconosceva in ognuno, in maniera del tutto indipendente dai suoi meriti... Di qui l’aristocratica intimità che legava tutti gli uomini, tanto estranea allo spirito di “parità e fraternità” della Grande Rivoluzione [francese]. Non c’è né parità, né rivalità, ma esiste la comunanza di quanti sono uniti nella congiura contro la vacuità e il non essere».

A questa statura umana allude Vitalij Šentalinskij, riportando nella sua introduzione al volume le parole scagliate da Vladimir Korolenko contro i leader bolscevichi in un articolo del dicembre 1917: «Voi cantate vittoria, ma questa vittoria è esiziale… per tutto il popolo russo. Ecco perché nel momento del trionfo avete la stessa paura della parola libera che aveva la monarchia… Un potere che si basa su un’idea menzognera è condannato alla rovina dal suo stesso arbitrio. State in guardia! La vostra vittoria non è una vittoria. La letteratura russa… non è con voi, ma contro di voi». A queste parole fanno eco ancora una volta alcune considerazioni di Mandel’štam: «L’architettura sociale si misura con il metro dell’uomo, ma talvolta diventa nemica dell’uomo e alimenta la propria grandezza umiliandolo e distruggendolo… Se non si porrà una giustificazione realmente umanistica alla base della futura architettura sociale, essa finirà con lo schiacciare l’uomo, com’è avvenuto in Assiria o a Babilonia».
Il metro della persona umana: è questo il giudizio con cui la poesia russa misura il «Secolo ventesimo / autentico, e non del calendario», venendone calpestata ma anche svelando, in un grido insopprimibile, che il re è nudo.



Grido e preghiera
Una nota particolare introducono in questa raccolta i testi di Elizaveta Kuz’mina-Karavaeva, la futura madre Marija Skobcova: «La cosa più tremenda nella rivoluzione, forse – e soprattutto nella guerra civile, – è che nella selva di slogan ed etichette tutti noi disimpariamo a vedere gli alberi – cioè le singole persone», annota nel 1925. E l’anno dopo la vediamo ai piedi della croce su cui soffre la Russia, in una contemplazione desolata che non riesce ancora a tradursi in preghiera: «Il pensiero corre alla Russia. Non da estranei, non come storici, non ragionando freddamente sapevamo noi che la Russia stava morendo, ciascuno avvertiva questa morte per sua esperienza personale. A qualcuno si erano confitti nella memoria le cataste di cadaveri di morti di tifo a una qualche stazione, che attendevano di essere sepolti, ad altri i bambini affamati, condannati a morire, altri ancora avevano scorto la morte di tutta la Russia nella fucilazione dei propri cari, vivendone l’orrore nei sotterranei della Čeka. Il nostro amore per la patria si tingeva di un senso di tormentosa angoscia. Il nostro era un amore senza speranze. Il senso della morte era così nitido. Tutti noi, in effetti, morivamo insieme alla Russia... In questi nove anni sono cresciute infinite tombe. Le tombe di coloro che sono morti in una notte di buio pesto senza riuscire a credere che sarebbe venuta l’alba. E a noi sembrava che in queste tombe non giacessero solo i nostri cari e amati, ma che la Russia stessa vi sarebbe scesa».

Se c’è una costante, nei versi sulla rivoluzione di tanti e così diversi autori, è il grido che in essi si leva – sia pur con mille sfumature e intonazioni diverse – nel baratro abissale che si apre sotto i piedi di «una generazione cui è toccata una sorte senza pari nella storia» (Anna Achmatova), contro un cielo che sembra essersi richiuso, sullo sfondo di scenari apocalittici, verso un Dio presente oppure lontano, invisibile. In ogni caso, il mutamento epocale della rivoluzione sfonda la dimensione orizzontale della vita umana, non consente più di vivere come se si fosse padroni della vita, affaccia su mondi e dimensioni diversi, inesplorati. Il tema della «preghiera» ritorna come il tentativo di riannodare un legame con l’origine, di trovare su altri piani le risposte ai tragici interrogativi dell’umanità. Al punto che – siamo solo nel 1915 – la Achmatova pronuncia una sorta di voto di rinunzia a se stessa, alla propria vita personale e creativa, per la salvezza della sua terra:

Dammi anni amari d’infermità,
d’affanno, d’insonnia, di febbre,
prendimi il figlio, e l’amato,
e il misterioso dono del canto.
Così prego alla Tua liturgia
dopo tanti giorni d’angoscia,
perché il nembo che opprime buio la Russia
diventi nube nel fulgore di raggi.


Nei drammatici giorni del dicembre 1917 Vjačeslav Ivanov scrive alcune poesie sul Natale, in cui, come nelle icone bizantine della festa, la venuta nel mondo del Salvatore si intreccia strettamente alla consapevolezza che passione e morte costituiscono la via alla resurrezione. Le immagini del presepe, la luce che risplende nelle tenebre dense attraversate dalla Russia, si traducono in preghiera affinché Dio non abbandoni «il timone della nave» e la guidi «a quella libertà / che d’innanzi / splende alla terra / con la stella cometa».

Patria, dove sei?
Nella segreta grotta –
Lo vedono gli occhi della fede –
Brillano luci.

Chi non è accecato
nel secolo che impazza,
affollato e adorno
vede il presepe.

Dove invisibile
si edifica il tempio
in comunione – lì è la radice
della Rus’ nostra madre.



key-words: poesia, Achmatova, Mandel’štam, Blok, Ivanov, Belyj, Skobcova

Parravicini



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