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Irina Ratušinskaja, poetessa della speranza

Riproporre le figure del dissenso non è mai un’operazione rétro ma la verifica che ciò che animava e sosteneva allora quei pochi temerari è vivo e proponibile anche oggi. Per questo ripercorriamo la storia di una giovane poetessa ucraina.

È scomparsa a Mosca il 5 luglio di quest’anno la poetessa Irina Ratušinskaja. Probabilmente oggi in Italia non sono in molti a ricordare il nome di questa scrittrice, sceneggiatrice e negli anni ’80 indomabile attivista del movimento per i diritti umani nell’URSS. Per Russia Cristiana è stata un’amica oltre che una testimone, e ha fatta conoscere all’opinione pubblica occidentale le sue vicende. Dopo la liberazione dal lager e la perdita della cittadinanza sovietica, Irina ha partecipato al Meeting di Rimini nel 1987, dove ha raccontato al pubblico la sua esperienza e quella di tanti altri dissidenti a quel tempo ancora prigionieri, e nel settembre dello stesso anno è stata ospite a Villa Ambiveri con il marito Igor’ Gerašenko.

La sua vita è tipica della generazione tardo sovietica e al tempo stesso unica, fortemente legata alla sua vivace personalità. Irina nasce a Odessa nel 1954 da una famiglia di origine polacca russificata, ben integrata nella società sovietica e nel suo sistema di valori. Studia fisica, consegue il dottorato, lavora come ricercatrice all’università e come insegnante in una scuola. A 19 anni il KGB le propone, visto che sa l’inglese ed è una ragazza sveglia e graziosa, di adescare gli stranieri di passaggio per Odessa per riferire agli organi di sicurezza i nomi dei cittadini sovietici con cui hanno contatti. In pratica, di prostituirsi per fare la spia.

Per convincerla gli «organi» cercano invano di blandirla, poi passano alle pressioni e alle minacce, ma lei non ci sta. Da allora finisce sulla lista nera. Nel 1977 viene fermata dal KGB per aver collaborato alla realizzazione di uno spettacolo teatrale considerato antisovietico. Poco dopo viene «retrocessa» da assistente universitaria a tecnico di laboratorio, e infine licenziata. Proprio in questo periodo la poesia, che la Ratušinskaja ha sempre considerato un passatempo, comincia a diventare la vocazione della sua vita; le fa scoprire che oltre al modello sovietico esiste anche qualcos’«altro» che lei fino ad allora ha solo confusamente presagito.

«Ricordo il profondo sconvolgimento che mi provocarono a ventiquattro anni i libri di Mandel’štam, della Cvetaeva, di Pasternak: li lessi quasi in contemporanea, nel giro di una settimana perché non potevo tenerli a lungo… Tutto il mio vecchio modo di intendere la letteratura e la storia cominciò a scricchiolare, a vacillare. Questo nuovo mondo veniva ad aggiungersi agli impeti di ribellione che, per quanto ricordo, avevo sempre avuto. Chissà perché non ero mai riuscita ad accettare la religione sovietica, sebbene non ne conoscessi un’altra. Come si può cercare Dio se non si conosce neanche la propria patria! E io non lo cercavo. È stato Dio a trovarmi, ad aiutarmi a resistere, a preservare la mia anima, perché non c’era nessun altro che la custodisse negli anni della mia infanzia e giovinezza», scriverà in un testo del samizdat intitolato La mia patria.

Ha inizio un percorso che la porta ad ammettere l’esistenza di Dio e, a venticinque anni, a ricevere con Igor’ il sacramento del matrimonio nella Chiesa ortodossa. La giovane coppia chiede, senza troppe speranze, il visto d’espatrio, ma ottiene un rifiuto. Nel 1981 Irina viene arrestata per la prima volta durante una manifestazione per i diritti umani a Mosca, e trascorre dieci giorni nella prigione di Butyrki. Segue il secondo arresto, nel settembre dell’82 e, pochi mesi dopo, il 3 marzo 1983, la condanna a 7 anni di lager e 5 di confino per i suoi versi che circolano nel samizdat e sono arrivati fino in Occidente. La condanna è da scontare in un lager femminile a regime duro della Mordovia, nella baracca delle prigioniere politiche, che vengono tenute separate dalle delinquenti comuni perché non le «contagino» con la loro libertà di pensiero.
L’amministrazione del lager ha l’ordine di piegare moralmente le «politiche» privandole degli incontri con i familiari a cui avrebbero diritto, introducendo nella loro baracca provocatrici e, soprattutto, usando i più futili pretesti per rinchiuderle a turno per lunghi periodi in cella di rigore, dove fame, freddo, mancanza di igiene e maltrattamenti mettono continuamente a rischio la loro vita.

Stare nella «zona delle politiche» ha però anche dei lati positivi. Qui Irina stringe amicizia con alcune «grandi» del dissenso, in particolare con Tat’jana Velikanova, arrestata perché attivista del Gruppo di intervento per la difesa dei diritti umani in URSS e coordinatrice della rivista clandestina «Cronaca degli avvenimenti correnti», un bollettino diffuso nel samizdat che informa l’opinione pubblica sovietica sulle vessazioni e abusi delle autorità. Un altro punto di riferimento per Irina e le sue compagne di prigionia è Solženicyn, le cui opere, lette in parte su pubblicazioni ufficiali, in parte nel samizdat , sono una guida sicura per non perdere la propria dignità in un ambiente così ostile. Seguendo l’invito dello scrittore a «vivere senza menzogna», le «politiche» si danno del lei per creare uno spazio di distanza e di rispetto, si impegnano a non presentare domanda di grazia, a non collaborare con gli organi di sicurezza, a non rinnegare la propria fede e le proprie convinzioni (fra loro vi sono persone di diverse confessioni religiose, ma anche atee e agnostiche), a non tradirsi reciprocamente, a intraprendere estenuanti scioperi della fame qualora i diritti di qualcuna vengano violati, a non odiare i carcerieri e gli inquirenti e a pregare per loro per non lasciarsi risucchiare dal vortice della vendetta.



In un’intervista del 2016 al portale pravmir.ru la poetessa dirà che non avrebbe mai voluto trovarsi nei panni del proprio aguzzino, che è pur sempre «una persona fatta a immagine di Dio», a cui spesso non piace ciò che deve fare. Così, le «politiche», pur nel loro isolamento, finiscono per essere stimate e, in certi casi, anche imitate da detenute comuni e secondini. Diplomazia e senso dello humour aiutano le «politiche» a sdrammatizzare e a relativizzare l’apparente onnipotenza dei carcerieri. Ma anche la comprensione verso chi, per i propri limiti, non riesce ad attenersi in tutto a questo esigente programma di vita, ha un ruolo determinante nel conservare la propria umanità.
Per tutto il periodo della detenzione Irina compone versi mentalmente (porterà fuori dal lager alcune raccolte di poesie impresse nella memoria) e riesce a trasmettere in Occidente notizie sui soprusi e le violazioni contro le prigioniere, tanto che lo stesso presidente Reagan solleverà il suo caso durante un incontro con Gorbačëv. Vuoi per la determinazione di Irina e compagne, vuoi per il costante sostegno del marito, per le pressioni dell’opinione pubblica mondiale o perché i tempi erano ormai cambiati, la poetessa viene liberata prima dello scadere della condanna il 9 ottobre 1986 in condizioni di salute molto precarie. Partita per Londra pochi mesi dopo per curarsi, viene privata con il marito della cittadinanza sovietica nel giugno dell’87. In Gran Bretagna continua l’attività letteraria, in particolare scrive le sue memorie dal lager intitolate Grigio è il colore della speranza (tradotte in varie lingue e pubblicate in diciotto paesi), insegna all’Università di Chicago e usa della propria notorietà a favore dei dissidenti sovietici ancora incarcerati.

Nell’emigrazione Irina conosce il metropolita Antonij Bloom di cui in URSS non ha mai sentito parlare. Si reca da lui su consiglio di un’amica, volendo riaccostarsi ai sacramenti dopo tanti anni in cui non ha potuto farlo: «Quando sei in cella di rigore e non riesci più nemmeno a reggerti in piedi e anche la coscienza inizia a vacillare, cominci a capire molto bene a cosa servono la Confessione e la Comunione». Quando lei e il marito lo vedono per la prima volta, il metropolita è intento a lavare il pavimento della chiesa, con indosso una semplice talare e un paio di sandali. Antonij diventa il loro direttore spirituale e battezza i loro figli, nati quando Irina ha già 38 anni. La scrittrice gli chiede di benedire la piccola croce che è riuscita a conservare anche in lager sottraendola alle perquisizioni, ma il metropolita, dopo qualche istante di riflessione, le risponde che non c’è motivo di farlo, perché la croce è già benedetta. Solo in seguito Irina verrà a sapere che il lager in cui era rinchiusa si trovava sul luogo dove erano state imprigionate e fucilate le monache del monastero di Temnikov. Era stato il sacrificio delle monache a benedire la sua croce.
Del metropolita Antonij Irina ricorderà sempre la capacità di leggere nei cuori e di cambiare la disperazione in speranza con un solo sguardo misericordioso, come quando, dopo avergli portato una giovane amica appena emigrata, piena di problemi e decisa a suicidarsi, lui dopo un’ora di conversazione gliela restituisce lieta, piena di vigore e di fiducia: «Žen’ka, di cosa avete parlato?» le chiede stupita, e lei: «Ragazzi, non mi ricordo, non saprei ripeterlo». «Il metropolita sapeva allargare il cuore a una persona con la sua sola presenza», o anche a distanza con una semplice telefonata. Un giorno Irina, che si sente incapace di un così grande amore a Dio e al prossimo, gli chiede qual è il suo segreto e si sente rispondere: «Non confondere le emozioni con le azioni. Agisci come se amassi. Quanto più lo farai, tanto più vivrai l’amore. Non fare delle analisi, fai dei fatti». E Irina sperimenta che il metodo funziona. È Antonij ad approvare la decisione di Irina e Igor’ di tornare in Russia nel 1998, con due figli piccoli e in piena crisi economica, pur avvertendoli che non sarà una scelta facile. Dopo varie traversie e problemi finanziari, Irina riuscirà a trovare lavoro prima del marito, ingegnere, scrivendo la sceneggiatura di alcune serie televisive, e a integrare sé e la sua famiglia nella nuova società russa.

A una giornalista che recentemente le ha chiesto in cosa consisteva concretamente la sua speranza quando era in lager, ha risposto: «Non nutrivo particolari speranze che un giorno mi avrebbero liberato. Ma che da quella cella sarei stata accolta direttamente nel Regno dei cieli, questo sì osavo sperarlo. … Ho letto per la prima volta la Bibbia a 23 anni, me l’avevano prestata per una settimana. Mi aveva lasciato di stucco il brano del libro di Giobbe in cui il protagonista chiede a Dio il perché di tutte le disgrazie che gli sono successe, e a lui in punto di morte, il Signore comincia a parlare. Cosa gli dice? Racconta a Giobbe dell’ippopotamo. In quel brano Dio pronuncia un’intera ode all’ippopotamo. Dio si mette accanto a Giobbe, coperto di piaghe e mezzo morto, e gli parla dell’ippopotamo! Da allora, quando sto molto molto male – e mi sono trovata in alcune situazioni in cui non sapevo cosa sarebbe accaduto dopo e se, in generale, ci sarebbe stato un dopo –, quando ormai non ho neanche più la forza di pregare, dico: “Signore, stammi vicino, stammi solo vicino. E parlami dell’ippopotamo…».


key-words: dissenso, poesia, Gerašenko, Bloom



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