Portale di informazione indipendente

Una speranza per tutti

Per i più in Russia lo scisma creatosi tra il Patriarcato di Mosca e Costantinopoli in relazione all’autocefalia della Chiesa ortodossa ucraina è una questione politica, che rinfocola umori e sentimenti nazionalisti e conferma le reiterate convinzioni che esista una congiura antirussa internazionale. Lo sconcerto aumenta progressivamente davanti all’alzarsi dei toni e al susseguirsi sempre più rapido e violento di dichiarazioni, gesti ed eventi che hanno ben poco di edificante. Tuttavia, proprio la consapevolezza di trovarsi di fronte a una crisi di cui nessuno osa più negare la gravità, sta paradossalmente diventando per alcuni un’occasione per porsi alla ricerca dell’essenziale, per rimettere al centro la domanda su come sia possibile incontrare e testimoniare oggi Cristo.
Padre Petr Meščerinov ha messo il dito sulla piaga osservando che oggi il problema non è autocefalia o no, «il vero problema, sostanziale, è che l’attuale pedagogia della Chiesa ortodossa non è in grado di condurre veramente la persona a Cristo... Certo, il Signore nella sua misericordia non ci abbandona, ma le vie attraverso cui ci conduce hanno oltrepassato da un pezzo i confini di quella pedagogia, insufficiente e per molti aspetti incerta, che la vita ecclesiale ortodossa propone oggi ai cristiani alla ricerca di Dio. E qui sta la vera tragedia, il vero problema per la gente». Pur dichiarandosi in disaccordo con le scelte operate da Costantinopoli, padre Petr riporta il «grido di una persona tutt’altro che indifferente alle sorti della Chiesa: “Non è forse indifferente quale delle istituzioni ecclesiastiche non porta l’uomo a Cristo, autocefala o non autocefala che sia?».

La Chiesa ortodossa ha sempre conservato un forte, sano radicamento nella tradizione. Il metropolita Ilarion Alfeev, intervenendo qualche settimana fa al Sinodo sui giovani a Roma, ha indicato con molta esattezza il contenuto della testimonianza cristiana: «Noi ministri della Chiesa che cosa possiamo offrire ai giovani? Un sistema di valori morali? Sì, indubbiamente. I sacramenti? Anche. Una formazione teologica? Sì, anche questo. Eppure il nostro tesoro non è riposto in nessuna di queste tre cose. Ciò che di più importante e necessario possiamo offrire a tutte le generazioni è Cristo crocifisso e risorto».

La crisi odierna sembra appunto aver riaperto per molti l’interrogativo sul metodo che tale testimonianza deve usare per raggiungere l’uomo di oggi, e questa ricerca non resta confinata all’interno del mondo ecclesiale, ma investe anche il mondo della cultura, la società civile, le relazioni interconfessionali. A Mosca, alla Biblioteca dello Spirito ce ne accorgiamo da tanti sintomi. Ad esempio, viene da noi un gruppetto di studiosi dell'Accademia delle scienze per organizzare un convegno scientifico. Al termine della riunione, una docente prende da parte il direttore Jean-Francois Thiry e comincia a parlargli animatamente – la sento ripetere: «I nostri ragazzi stanno crescendo, hanno bisogno di esempi...». Gli sta chiedendo – lei ortodossa – di andare a parlare della vocazione ai ragazzi della sua parrocchia ortodossa.

O ancora, alla Biblioteca di Stato Russa (la più grande biblioteca in Russia) è stato recentemente organizzato un incontro sulla religiosità di Tolstoj, che ha volutamente messo tra parentesi la questione del rapporto tra Tolstoj e la Chiesa ufficiale per far risaltare invece il senso religioso e la sete di autenticità dello scrittore. «Vorremmo poter offrire un messaggio positivo all’uomo di oggi, come avete fatto voi al Meeting di Rimini con la mostra di Russia Cristiana su Tolstoj», mi hanno detto i laicissimi organizzatori dell’incontro, invitandomi a intervenire.
Infine, un canale televisivo ortodosso ci ha chiesto di collaborare a una serie di trasmissioni su come si può testimoniare oggi la fede, prendendo spunto da situazioni e contesti in Occidente e interrogandosi su come educare cristiani adulti, che vivano la fede cristiana per la sua bellezza e non perché incanalati nell’alveo di regole formali che assicurano i tradizionali valori cristiani...

«Cristo crocifisso e risorto», come ha detto il metropolita Ilarion; una «Presenza carica di significato» diceva don Giussani nel ’68 allo sparuto gruppo di ragazzi che aveva resistito all’urto della contestazione studentesca: è evidente che di questo si tratta, quando una crisi come quella che ha investito la Chiesa russa riesce ad avere una valenza positiva, a ridestare una domanda di significato, una sensibilità che altrimenti forse non ci sarebbe stata o sarebbe stata minore. È dalla fame e sete di verità che scaturisce anche il bisogno dell’altro, il guardare «all’altro come a un annuncio che ci viene rivolto ora e che racchiude un mistero estremamente necessario per la nostra salvezza, ora», come ha scritto il filosofo Vladimir Bibichin, proprio parlando dell’«eretico» Tolstoj.

Gli imprevedibili giri della storia lasciano emergere che la Chiesa è veramente un organismo misterioso, che cresce e matura in maniera inarrestabile: per quanto la si soffochi, la si imbavagli o si tenti di ridurla – con la violenza o con la tentazione del potere – continua a svilupparsi, a riemergere in maniera imprevedibile, come un fiume carsico. Capita di incontrare comunità, scuole, persone cariche di positività, com’è stato recentemente in un ginnasio di provincia, che ci ha invitati a parlare della nostra vocazione personale e della storia di Russia Cristiana. Le domande dei ragazzi e le loro risposte alle nostre domande erano la riprova di un’unità reale, di una condivisione del cammino educativo pur nella differenza confessionale. Anche in questo ambito è emersa la domanda sulla situazione ucraina e sull’autocefalia, ma in ben altra luce: da un lato, è stato spontaneo per noi rispondere parlando della richiesta di papa Francesco di pregare il rosario per le divisioni nella Chiesa; dall’altro, questo tema rimandava negli interventi dei ragazzi alla domanda di che cosa significhi vivere l'appartenenza all’unità universale della Chiesa – alla pienezza dell’ortodossia – e contemporaneamente un radicamento nella terra, nella cultura, nel contesto in cui viviamo, in modo da poter annunciare Cristo a chi incontriamo. Che in qualcuno ci sia la freschezza e il coraggio di guardare con questo sguardo di fede alla crisi che stiamo attraversando, è veramente una speranza per tutti.




Parravicini