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La memoria, perché?

È in uscita il fascicolo 1/2018 de «La Nuova Europa» interamente dedicato al problema della memoria storica oggi, all’Est e all’Ovest. Ne anticipiamo l’editoriale.

Perché parlare ancora della memoria? A cosa serve? E poi, di quale memoria vogliamo parlare? Perché in effetti, oggi, non si sa più neppure che cosa sia la memoria; e quando se ne parla, riferendosi in particolare alla memoria del XX secolo e dei sistemi totalitari, si riduce subito il concetto e, ad esempio, la necessità di un giudizio si confonde immediatamente con qualcosa che oggi gode di maggior fortuna: un banale giustizialismo, se non una sbrigativa e rozza giustizia sommaria, che non solo non ha bisogno di attendere prove, ma neppure ha bisogno di un normale iter giudiziario. È ovvio che questa riduzione non può non preoccupare chi ricorda le condanne pronunciate senza bisogno di prove ma con l’ausilio della sola «sensibilità rivoluzionaria», come si diceva ai tempi del Terrore rosso sovietico.

D’altro canto non c’è da preoccuparsi di meno quando, per evitare giudizi sommari, non si trova altra via se non quella dell’oblio e di un relativismo che tutto appiattisce e porta a parlare del Grande Terrore, dei campi e dei genocidi del XX secolo come di un incidente nel cammino di costruzione di un mondo migliore, se non addirittura come di un fatto naturale. È un’interpretazione diffusa, e se un tempo era prerogativa esclusiva dei partigiani dei sistemi totalitari oggi è stata fatta propria anche da chi in passato li combatteva, e adesso invece si lascia demoralizzare dalle difficoltà, dalle incertezze e persino dai fallimenti della libertà, e di fronte alle ripetute delusioni crede di poter spiegare quanto accade con la scettica conclusione che in fondo le cose sono sempre andate così, dai tempi in cui Caino uccise suo fratello Abele.

È una conclusione tremendamente pericolosa nella sua potenza letteralmente de-moralizzatrice; un tempo infatti sarebbe bastato il buon senso a comprendere la differenza tra un crimine senza scusanti, che (in tutte le tradizioni antiche) è rappresentato come un atto malvagio compiuto per realizzare propositi cattivi, e dei crimini che invece vengono compiuti in nome del bene e sono presentati come funzionali alla costruzione di quel bene, sino al punto, inimmaginabile fino a qualche tempo fa, di giustificare Stalin perché, si dice, a dispetto dei suoi crimini (o addirittura attraverso i suoi crimini) sarebbe riuscito a costruire uno Stato potente e vittorioso.
Cosa resta all’uomo contemporaneo dopo un’argomentazione simile se non la disperazione di un bene impossibile, se non la demoralizzazione per la fine di ogni speranza in un mondo in cui il bene sia veramente bene? Questa argomentazione finisce infatti col far passare l’idea che non ci sia responsabilità, che tutto sia guidato da leggi naturali necessarie, al di sopra di ogni giudizio morale, e che la persona sia irrimediabilmente corrotta, così che appunto, in un mondo in cui non è possibile salvezza, soltanto lo Stato può preservare questi peccatori senza redenzione dal loro stesso male e, proprio per questo, appunto lo Stato merita un’incondizionata sottomissione; come dice Arsenij Roginskij, uno dei fondatori di Memorial: in questo modo di pensare «gli interessi dello Stato sono superiori agli interessi della persona e della società, al diritto e alla morale. Lo Stato ha sempre ragione».

Se il compito della memoria non è quello di «mettere le cose a posto» con una sbrigativa e distruttiva resa dei conti, questo non significa rinunciare a ogni giudizio e accontentarsi di un relativismo altrettanto distruttivo, con dei morti, come dice Ol’ga Sedakova, che restando senza giudizio e senza memoria, «restano “non morti fino in fondo”, non se ne vanno dal mondo dei vivi» e si trasformano «in fantasmi orrendi e vendicativi», trasformando così il nostro stesso mondo in «una succursale dell’inferno», dove tutto si confonde e si annichila (in una delle forme del nichilismo contemporaneo), dove tutto si blocca e dove, in una radicale disperazione, non c’è più spazio per alcuna novità, per l’attesa di alcun nuovo incremento di vita o creatività.
La memoria, purificata da giustizialismi e relativismi, è fatta piuttosto per consentire questo cambiamento, in un’atmosfera che, senza rinunciare al giudizio, è fonte di riconciliazione e, come ci suggerisce papa Francesco, è una fonte di speranza per ritrovare i motivi che hanno permesso la vittoria sul male e per vincere la profonda demoralizzazione che attanaglia il nostro mondo. E quando parliamo del nostro mondo, questa espressione va presa in tutta la sua letteralità, perché quanto stiamo dicendo sulla memoria non riguarda soltanto i momenti tragici e oggi eccezionali del totalitarismo, ma riguarda tutte le «pagine difficili del passato» di ogni paese (come le chiama Epplée) e, ancora più a fondo, riguarda ogni momento della nostra storia comune, all’est come all’ovest.
Roginskij ci ricorda uno di questi momenti quando parla dell’uscita dell’Europa dalla seconda guerra mondiale e quando ci ricorda che la ripresa dopo quella tragedia fu resa possibile da «una ricostruzione del tessuto sociale fondata sul rinnovamento dei principi di democrazia, libertà e giustizia», grazie al fatto che «la lezione della storia» era stata «compresa e assimilata».

Tutti gli interventi ci rimandano, in questo senso, a un altro dei momenti esemplari di questa ripresa: il dissenso nell’est europeo; ma per fare veramente memoria di cosa sia stato il dissenso dovremo continuamente ricordarci che (pur nella sua evidente distinzione tra bene e male) esso non fu innanzitutto la denuncia, la condanna o la lotta contro qualcuno, ma la testimonianza di «un’esperienza moderna specifica, un’esperienza di vita nei bastioni del potere disumanizzato», come disse il futuro presidente Havel.
E per capire questa esperienza dovremo ricordarci chi ne fu il protagonista e cosa lo rese protagonista. Un giorno, commentando uno slogan famoso del pacifismo occidentale, «meglio rossi che morti», sempre Havel ebbe a dire che la cosa irritante di quello slogan non era tanto la resa dell’Occidente all’Unione Sovietica, ma il fatto che chi lo pronunciava dimostrava di aver «rinunciato alla sua umanità. Perché ha rinunciato alla capacità di garantire personalmente qualcosa che lo trascende, e così alla capacità di sacrificare – in extremis – anche la vita stessa per ciò che dà significato alla vita. Patočka una volta ha scritto che una vita che non ha la volontà di sacrificarsi per ciò che le dà significato non vale la pena di essere vissuta. […] Senza l’orizzonte del sacrificio supremo, ogni sacrificio diventa insensato. Quindi niente vale niente. Niente significa niente. Il risultato è una filosofia di assoluta negazione della nostra umanità».
È, ancora una volta, una delle forme e dei poli di attrazione del nichilismo contemporaneo; il cuore del dissenso, invece, era consistito proprio nella rinascita dell’umanità e della persona che ne costituisce il cuore concreto.
Ciò di cui si deve fare memoria, dunque, è esattamente la persona. Una delle principali rappresentanti di Memorial, Elena Žemkova, ci ricorda che il lavoro della memoria non consiste in gesti formali, nella costruzione di monumenti e neppure nella formulazione di discorsi astratti di giudizio e di condanna (pur necessari) ma, innanzitutto nella riscoperta di «qualcosa di più per cui spendere la vita». E questo qualcosa di più (indicato con una formulazione che, a tanti anni di distanza, richiama incredibilmente quella di Havel e di Patočka) è esattamente la persona affermata nella sua irriducibilità, nella sua preminenza rispetto a qualsiasi istituzione o principio astratto.
È di questa persona che ha bisogno ciascuno di noi se vuole ritrovare se stesso; è di questa persona che ha bisogno il nostro mondo se vuole uscire dalla demoralizzazione in cui è caduto, come ci ricorda il papa quando, parlando dell’Europa, ricorda che essa «non è una raccolta di numeri o di istituzioni, ma è fatta di persone. Purtroppo, si nota come spesso qualunque dibattito si riduca facilmente ad una discussione di cifre. Non ci sono i cittadini, ci sono i voti. Non ci sono i migranti, ci sono le quote. Non ci sono lavoratori, ci sono gli indicatori economici. Non ci sono i poveri, ci sono le soglie di povertà. Il concreto della persona umana è così ridotto ad un principio astratto, più comodo e tranquillizzante».
Invece la persona è un essere reale, nella concretezza del suo desiderio di vivere una vita piena, «un’esperienza di libertà, di integrità, di amicizia autentica». E in questo desiderio di felicità e amicizia, vissuto in una «compagnia fraterna di amici» e ritrovato in una memoria purificata, la persona si riscopre ben diversa dall’individuo demoralizzato e impotente che vediamo così spesso dietro i nostri volti depressi e indignati; come ci ricorda Jurij Belanovskij, è la persona che si ritrova, oggi, in tante esperienze, comuni a tutta l’Europa, come quella del volontariato, dove significato e valori, apparentemente perduti, non vengono imposti dall’esterno né costruiti dai singoli o dai gruppi, ma vengono riscoperti «in quanto corrispondenti al proprio cuore e vissuti nella propria esperienza».


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