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L’abbraccio dei patriarchi


Qualche settimana fa, visitando Cipro con un gruppo di amici, mi ha colpito il giudizio dato da un abitante dell’isola rispetto alla tragica divisione che dal 1974 taglia in due l’isola in seguito all’occupazione turca dell’area settentrionale. Un giudizio più complesso e profondo di quello abituale, che si limita a puntare il dito sulla Turchia, anche se certo non giustifica né tanto meno approva la brutale violenza commessa.
«La divisione in realtà è nata molto prima, nella mentalità della gente – diceva infatti il nostro interlocutore, – quando negli anni ’60 abbiamo cominciato a definirci non come ciprioti ma come greco-ciprioti o turco-ciprioti, a separare negli insediamenti i quartieri degli uni e degli altri, mentre in passato città e villaggi avevano al centro la chiesa e la moschea e si viveva tutti insieme, ortodossi e musulmani, partecipando dei ritmi di vita e delle feste gli uni degli altri. Così, nella mentalità della gente si sono gradualmente instaurate barriere che in passato non esistevano, fino a far pensare che anche una divisione territoriale dell’isola tra i due gruppi etnico-religiosi poteva essere giusta; è proprio su questa divisione che hanno potuto far leva gli interessi delle potenze politiche».

Sempre a Cipro, abbiamo fatto visita all’eremo di San Serafino di Sarov, costruito da padre Amvrosij, un monaco russo, iconografo, che da anni si è stabilito sull’isola ed è entrato a far parte del clero locale: «Non sono mai solo, in realtà – ha ammesso sorridendo subito dopo averci accolti e benedetti, come si addice a dei pellegrini, – perché quando uno si isola, la gente capisce che ha qualcosa di importante da custodire, e allora lo va a cercare».
Nell’eremo dedicato a un santo russo qual è san Serafino si celebra in greco: «Ho deciso così perché non è importante la provenienza etnica – spiega ancora padre Amvrosij: – qui ci sono minoranze ortodosse russe, ucraine, rumene, ma tutti abbiamo in comune il greco, siamo la Chiesa ortodossa locale, e questa unità è la cosa più preziosa da salvare».

Questi due episodi – ennesima riprova, nonostante i diffusi scetticismi, che costruire ponti paga più che innalzare muri – mi sono ritornati in mente di fronte all’incontro svoltosi a Bari sabato scorso: la via indicata nella città di san Nicola da papa Francesco insieme ai capi della Chiese cristiane in Medio Oriente è la via del realismo autentico, fecondo di frutti anche sul piano della grande storia.

Non so quanti se ne siano resi conto, ma abbiamo assistito a un evento inedito, senza precedenti nella storia: il vescovo della Chiesa di Roma, che «presiede nella carità» (per usare l’espressione di sant’Ignazio di Antiochia), ha convocato i patriarchi e i capi delle Chiese d’Oriente, invitandoli a pregare insieme per la pace in quella regione. Sembra quasi di tornare al primo millennio, alla Chiesa indivisa; senza alcun trionfalismo, l’unità comincia a ricomporsi nel segno della carità, dell’amore per i fratelli perseguitati, della preoccupazione per il dramma di terre che vedono assottigliarsi la presenza cristiana proprio là da dove l’annuncio di Cristo si è propagato in tutto il mondo, e dove invece oggi il cristianesimo sembra avviato all’estinzione.
Non è da sottovalutare il fatto che nelle terre del Medio Oriente lo stesso dialogo interconfessionale sia tutt’altro che facile, e che tra le diverse Chiese e comunità cristiane vi siano differenze talvolta significative nel valutare la situazione; non è un caso che il confronto tra i capi delle Chiese a Bari si sia tenuto a porte chiuse, e non si sia prodotto alcun documento finale. Si è voluto creare soprattutto un’occasione per parlare e ascoltare, per aiutarsi a guardare con sguardo di fede quello che sta succedendo in Medio Oriente.

«Sentiamo di doverci convertire ancora una volta al Vangelo, garanzia di autentica libertà, e di farlo con urgenza ora, nella notte del Medio Oriente in agonia. Come nella notte angosciosa del Getsemani, non saranno la fuga o la spada ad anticipare l’alba radiosa di Pasqua, ma il dono di sé a imitazione del Signore». Il vigoroso appello di papa Francesco a ritornare all’origine della fede, senza invocare come soluzione dei problemi potenti «protettori» armati o strategie diverse dalla «forza inerme della croce», è stato il momento culminante di questa testimonianza comune. La preghiera e il dialogo che si sono svolti a Bari «sono – ha detto ancora papa Francesco – un segno che l’incontro e l’unità vanno cercati sempre, senza paura delle diversità. Così pure la pace: va coltivata anche nei terreni aridi delle contrapposizioni, perché oggi, malgrado tutto, non c’è alternativa possibile alla pace. Non le tregue garantite da muri e prove di forza porteranno la pace, ma la volontà reale di ascolto e dialogo».

Il primo aspetto che emerge nell’incontro di Bari è proprio il nuovo passo ecumenico compiuto, la consapevolezza delle tre dimensioni principali messe in rilievo dal cardinale Kurt Koch: «L’ecumenismo della vita, l’ecumenismo della santità e l’ecumenismo del sangue». Se il primo è determinato dalla situazione di minoranza in cui si trovano i cristiani in Medio Oriente e si è tradotto, ad esempio, in «accordi pastorali che prevedono, in caso di necessità, l’accesso ai sacramenti di altre Chiese da parte dei fedeli», il secondo e il terzo sono una particolarissima vocazione di queste terre, come sottolineava papa Francesco al Santo Sepolcro il 25 maggio 2014: «Quando i cristiani di varie denominazioni si trovano a soffrire insieme, uno accanto all’altro, e ad aiutarsi l’un l’altro con carità fraterna, si realizza un ecumenismo della sofferenza, l’ecumenismo del sangue… Quelli che per odio della fede uccidono e perseguitano i cristiani, non chiedono loro se sono ortodossi o cattolici, sono cristiani. Il sangue cristiano è lo stesso». Ma questo ecumenismo della santità e del sangue ha oggi una valenza straordinaria, assurge a «incentivo ecumenico non solo per i cristiani in Medio Oriente, ma anche per i cristiani di tutto il mondo… La loro difficile situazione promuove così il riavvicinamento ecumenico a livello universale».

Il secondo aspetto è il rilancio dell’apertura al dialogo interreligioso, proprio all’interno di un’assise che poteva facilmente venir ridotta a una «coalizione di cristiani assediati»; su questo tema, del resto, papa Francesco ha insistito particolarmente nella sua Lettera ai cristiani in Medio Oriente: «Il dialogo interreligioso è tanto più necessario quanto più difficile è la situazione. Non c’è un’altra strada. Il dialogo basato su un atteggiamento di apertura, nella verità e nell’amore, è anche il migliore antidoto alla tentazione del fondamentalismo religioso, che è una minaccia per i credenti di tutte le religioni».

Il dialogo con il mondo musulmano è oggi guardato sovente con scetticismo e avversione, come una pericolosa utopia; eppure, dal Medio Oriente ci provengono messaggi diversi, letture diverse della realtà. In una recente intervista, padre Jacques Murad, monaco siriano della comunità di Deir Mar Musa, prelevato nel maggio 2015 dai miliziani jihadisti dello Stato Islamico e segregato per mesi, ha ribadito che cammini di vera riconciliazione possono partire solo dal perdono reciproco e dalla reciproca testimonianza: «La Chiesa è chiamata a mostrare che Cristo è il vivente, anche quando si trova nel mondo musulmano. Anche loro, anche i musulmani desiderano incontrare Gesù, che per loro è il profeta di cui attendono il ritorno. Occorre rispettare, occorre abbracciare questa attesa dei musulmani. E aiutarli ad incontrare Gesù».
«La missione della Chiesa in Oriente è anche questa: custodire l’attesa di Gesù presente nei musulmani. Senza questa missione, la presenza dei cristiani in Medio Oriente può non avere senso – prosegue padre Murad. – O siamo missionari, o abbiamo una missione propria in questa parte del mondo, così come è adesso, o è meglio che lasciamo perdere, è meglio che ce ne andiamo tutti in Europa o da qualche altra parte».
Una sfida per il Medio Oriente, ma una sfida epocale anche per l’Europa, per l’Italia, per ciascuno di noi.

Parravicini