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Un’arma di ricreazione

Continua sulla Russia, la sua situazione politica e le sue prospettive di sviluppo, il solito gioco degli schieramenti, con chi saluta il nuovo paradiso e il nuovo modello di ordine mondiale e chi parla della rinascita di un sistema totalitario. E spesso si ha l'impressione che più che alla Russia si pensi all'Occidente e che la Russia sia uno strumento da usare per irrisolte polemiche tra le diverse forze politiche occidentali. A noi pare invece che la realtà sia più complessa di quella che viene presentata negli scorci a tinte forti, e che, come sempre, sia proprio questa complessità a rendere la Russia interessante per l'Occidente.

È ufficialmente iniziato il quarto mandato presidenziale di Vladimir Putin, che ha stiracchiato una volta di più il dettato costituzionale, e più in là non potrà andare a meno di non cambiare la Costituzione. Non staremo a disquisire sulla strana anomalia di una repubblica che sembra diventata una monarchia: molti lo fanno, e non senza ragione, ma questo tipo di critica non porta molto lontano, anche perché, se il 76,6% della popolazione ha votato Putin vuol dire che il paese ha fiducia in lui; e a questo si potrebbe aggiungere che un sondaggio del Centro Levada ha rilevato che il 47% dei cittadini è convinto che il presidente sia riuscito a «restituire alla Russia lo status di grande potenza, temuta e rispettata».

Questi sono dati di fatto. Vi sono tuttavia altri elementi di preoccupazione, alla luce dei quali la compattezza mostrata alle elezioni come la fiducia nell’immagine di grande potenza sembrano più un’effigie da parata che non il volto del paese profondo. Sono elementi che non trovano particolare riflesso nei sondaggi, ma quelli che vengono ad esempio dalla Siberia non sono sicuramente segnali molto incoraggianti.

Una televisione indipendente ha percorso migliaia di chilometri all’interno intervistando gli abitanti di varie cittadine e paesi; quanto alle preferenze politiche, tutti si dichiaravano compattamente putiniani: «Putin è la nostra forza», «Con lui siamo sicuri,», o al massimo: «A lui non c’è alternativa». Ma questa indefettibile fiducia politica si dissolveva in demoralizzazione quando si arrivava a parlare di vita quotidiana, di lavoro; allora venivano fuori i particolari di un dissesto umano e sociale impressionante: chiusura degli ospedali locali (come «sala parto» in alcuni luoghi usano le ambulanze); malfunzionamento del trasporto pubblico; farragine della pubblica amministrazione; chiusura delle vecchie fabbriche e volatilizzazione degli investimenti promessi, con conseguente totale assenza di lavoro, che a sua volta peggiora l’alcolismo dilagante e fa fuggire i giovani migliori. Curiosamente, nessuno degli intervistati collegava in qualche modo la situazione alla politica governativa, alla mancanza di investimenti e ai tagli alla sanità pubblica, rivelando un fatalismo rassegnato incapace persino di indignazione, uno sconforto sospeso tra la nostalgia del passato e il nulla, così devastante da togliere qualsiasi prospettiva.

Accanto a questo, ci sono i fatti di cronaca cittadina come le proteste politiche e no, ormai diffuse e continue: protestano i risparmiatori imbrogliati, i camionisti, gli ecologisti contro le discariche avvelenate, i rappresentanti delle nuove minoranze ostracizzate dalla cultura ufficiale, di cui si nega l’esistenza ma che ci sono: verdi, pacifisti, attivisti Lgbt.

Il fatto più recente è stata la manifestazione politica non autorizzata, contro il quarto mandato di Putin, indetta il 5 maggio da Aleksej Naval’nyj a Mosca, San Pietroburgo e in un centinaio di altre città; migliaia di persone tra cui molti giovani e adolescenti sono scese in strada a scandire lo slogan «Non è lo zar!». Questa volta l’atteggiamento delle forze dell’ordine è stato particolarmente brutale. Non ci si è limitati a un numero molto alto di fermi (1600, di cui 700 solo a Mosca), ma si è fatto ricorso a un vecchio sistema sovietico, quello di arruolare dei picchiatori tra la piccola criminalità, travestendoli da «forze popolari» che si incaricano di difendere l’ordine costituito. Allora, in URSS, si chiamavano družinniki e portavano una fascia rossa al braccio, oggi sono sedicenti «cosacchi» con il cranio rasato, mimetica e colbacco; semplici cittadini senza nessun mandato ufficiale che hanno attaccato i manifestanti prendendoli a colpi di staffile, mostrando chiaramente di avere la protezione della polizia. Il pestaggio dei ragazzi è risultato particolarmente odioso e ha suscitato forte indignazione e proteste. Il deputato Maksim Ševčenko si è dimesso per questo da membro del Consiglio presidenziale per lo sviluppo della società civile e i diritti umani.

Se nel 2012 l’opposizione denunciava corruzione e storture sperando di instaurare un dialogo col governo e di individuare vie percorribili di sviluppo civile, oggi, con il restringersi degli spazi democratici – la distruzione della stampa libera, le leggi draconiane sulla libertà di pensiero – ha vita sempre più difficile ed è politicamente svuotata, senza un programma e senza un vero leader. Lo stesso Naval’nyj, da molti considerato il suo portabandiera, si è radicalizzato finendo in un vicolo cieco di proteste senza ampio respiro, un rivoluzionario che ha la lotta come unico orizzonte. Così, il malessere della Russia si manifesta sia nell’immobilismo rassegnato della provincia, sia nel reiterarsi di una protesta politica un po’ meccanica, che sperpera il capitale della coscienza civile con manifestazioni di cui molti ormai si chiedono il senso, a parte quello di far sapere che l’opposizione c’è ancora.

Il pericolo di essere «anti»
Ma c’è uno sviluppo ulteriore che ci obbliga a considerare con uno sguardo più ampio questo senso di insoddisfazione e l’opposizione che ne nasce: non si tratta solo di una questione politica, ma di qualcosa che va ben più a fondo. Dopo i pestaggi del 5 maggio sono state pubblicate sui social le istantanee degli «pseudo-cosacchi», e in breve sono stati identificati i loro nomi, indirizzi e professione. Una specie di gogna mediatica che si serve degli stessi metodi usati finora dalla polizia per identificare i dimostranti: occhio per occhio… il «data-base dei provocatori, crumiri e mercenari» (così si chiama) creato il 6 maggio ha raccolto in ventiquattr’ore 11mila adesioni; inutile dire che questa denuncia lascia libero spazio a vendette e persino a falsificazioni. È un gioco pericoloso, non meno preoccupante dell’anomalia monarchica, della depressione e dell’insoddisfazione che si ferma a una protesta esteriore e spesso qualunquista.

Sulla strada del giustizialismo distruttivo, se non nichilista, l’opposizione potrebbe un giorno arrivare a verificare su di sé le parole dell’ex-terrorista Maurice Bignami: «Come possiamo essere stati tanto ciechi: il bene tutto da una parte, mentre i fatti dicevano il contrario, che fra noi non c'era niente della pace, tolleranza e cultura di cui parlavamo».
Il politologo Dmitrij Oreškin ha osservato en passant che tra i due acerrimi nemici corre una certa somiglianza: «La strategia di Putin è mantenere il potere. Quella di Naval’nyj è più o meno la stessa: prendere il potere. Ma – osserva Oreškin – a me come semplice cittadino russo, non interessa un fico secco chi occuperà la sedia, a me interessa che il potere consideri i miei interessi e pensi a me invece che alle sue baruffe interne».
A questo punto è lecito chiedersi se ci sono altre forme di vita civile creative, indipendenti, che sperimentino questa pace e questa tolleranza e che siano capaci di uscire dalle baruffe interne e di salvaguardare gli interessi della gente reale, in altri termini: il bene comune.

È un radicale spostamento di prospettiva, dal quale si possono guardare con sguardo nuovo tanto le anomalie della democrazia russa quanto la palude della vita provinciale e i vicoli ciechi dell’opposizione. Il problema della Russia appare oggi come politico, ma nasconde una radice umana e culturale, il che, tra l’altro, relativizza l’antiputinismo troppo esclusivo, che finisce per fissarsi sulla ricerca maniacale del nemico. Anche i dissidenti degli anni ’60-80 avevano capito che l’anticomunismo (che pure condividevano) non doveva essere predominante, e che da solo era una motivazione troppo povera per avere forza di cambiamento. La crisi attuale non è solo un fatto politico (anche se una sana politica l’aiuterebbe), è un fatto culturale, un «passaggio stretto» della nascita dell’uomo post-totalitario, che non avviene automaticamente, per inerzia, ma chiede discernimento e responsabilità.

In effetti, oggi una parte della società russa sembra orientarsi spontaneamente proprio verso quello che si potrebbe chiamare un «nuovo dissenso», ossia un’opposizione che non lotta contro il nemico, ma che gioca la sua partita puntando tutto sulla verità, sulla responsabilità personale, e persino sulla capacità di dialogo là dove sembra impossibile: «Sarò ingenua – scrive Svetlana Panič – ma a me sembra che dall’esperienza comune dell’ingiustizia, dell’avvilimento, dell’incertezza che ci procura la nostra patria, così come dalla comune esperienza della solidarietà e compassione orizzontale che le persone, nonostante tutto, continuano a donarsi l’un l’altra, potrebbe nascere il dialogo oggi così necessario. Un dialogo non tra “intellettuali e popolo” ma fra persone di pari dignità».
L’esperienza della solidarietà e il dialogo leale come forme di rinascita, sono già delle esperienze sporadiche ma ormai integrate nell’orizzonte russo. L’esempio di Anna Federmesser, che ha fondato l’Associazione Fede per sostenere i nascenti hospice, o della dottoressa Vera Millionščikova che della medicina palliativa russa è stata la pioniera, è molto indicativo: due donne creative che hanno affrontato personalmente un immenso problema sociale lavorando di concerto dentro e fuori l’istituzione statale, non in contrapposizione ma per vivificarla con la forza di un nuovo spirito cristiano e imprenditoriale.

Il dialogo è forse ancora più impegnativo, perché presuppone la stima per l’interlocutore in una società che è tutta percorsa da crepe e intrisa di disprezzo; dare fiducia e libertà d’espressione all’altro, anche se non è un campione di apertura, è una sfida che porta alla luce i propri ed altrui pregiudizi; del resto, è solo così che si è obbligati a trovare argomenti pertinenti e solidi. Solo rischiando un confronto si arriva a scoprire che la gente capace di sguardo critico, di collegare cause ed effetti, di porsi domande, è molto più numerosa di quanto sembri, e che le differenze, alla fine, sono più che altro di linguaggio e di stile, ma la verità non può che unire, pur nelle sue molte facce. Questo richiamo è essenziale anche per la Chiesa, dove si fa una dolorosa esperienza di divisione, non solo all’esterno (tra il mondo ortodosso e quello laico, o tra le diverse Chiese ortodosse) ma al proprio interno, dove la frizione tra le diverse correnti si fa a volte critica. L’unica possibilità di tornare uniti è nella verità, come ha osservato Nikolaj Epplé, da cristiano praticante: «Negli ultimi tempi ci sono stati fin troppi interventi spiacevoli da parte di esponenti ecclesiali. A tal punto che all’osservatore esterno potrebbe sembrare che la Chiesa sia il rifugio di leccapiedi e oscurantisti. Naturalmente non è così. La Chiesa è un’organizzazione umana, e in tempi di conformismo imperante, anche lì come dappertutto risulta difficile resistere alla debolezza della nostra natura umana. Ma il Vangelo ci insegna la libertà e la responsabilità. E la pletora di leccapiedi non deve farci dimenticare che l’autentica voce della Chiesa è un’altra».

La paradossalità di questa via è nella scelta della debolezza, della via minore, del piccolo; ma è l’eterna sfida lanciata dal cristianesimo duemila anni fa, che si ripete: o si lascia spazio alla forza della Grazia, che apre vie là dove sembra che tutto sia perduto, o ci si affida alla vecchia logica della forza, e allora l’esito è quello che aveva previsto Berdjaev subito dopo la rivoluzione quando aveva detto che «l’ideale della perfezione senza Grazia porta al nichilismo».