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La Pasqua e il dolore innocente

25 marzo, Kemerovo, nel cuore della Siberia, un enorme centro commerciale, come ce ne sono tanti in tutto il mondo: scoppia un incendio ed è l’ecatombe.
Orrore, proteste, polemiche, ma anche solidarietà, compassione. Quest’ultima è la cosa più importante: essere vicini a quanti soffrono e patire con loro, come si patisce con dei fratelli; e fratelli lo siamo letteralmente perché una lunga storia di rapporti e di scambi nell’ambito della scuola e della testimonianza cristiana ci lega a Kemerovo e alla sua gente in questo momento terribile.
Sono davvero ore terribili, per la tragedia che è avvenuta e di cui non si conoscono ancora i contorni definitivi: i dati ufficiali sin qui parlano di 64 morti, ma tra la folla raccolta in piazza e su internet circolano cifre incredibili, sino a più di trecento vittime. La gente non sa più a cosa o a chi credere e tende a ingigantire i timori, rifiutando istintivamente i dati ufficiali.
In piazza si è formato un presidio di molte migliaia di persone e si è visto di tutto: prima il vice governatore che accusava di «usare la tragedia a scopi politici» un organizzatore del meeting che ha perso cinque membri della propria famiglia, poi, alcune ore dopo, lo stesso vice governatore che chiedeva perdono in ginocchio ai concittadini per l’accaduto.
Dice un attivista sociale che a molti in piazza non interessano le prove, vogliono trovare un colpevole subito.

Sono davvero ore terribili, con le polemiche che infuriano non solo sulle cifre, ma anche sulle responsabilità, con un rincorrersi di accuse e controaccuse (allarme antincendio staccato, impianti antincendio inesistenti, porte di sicurezza bloccate, le uscite del cinema chiuse dall’esterno, materiali altamente infiammabili nei rivestimenti, ecc.) che rischia di far dimenticare l’essenziale: il dolore e la morte degli innocenti, in maggioranza bambini, attorno ai quali deve unirsi un paese, attorno ai quali dobbiamo unirci tutti, se non vogliamo aggiungere alla tragedia già avvenuta anche la tragedia della nostra superficialità.
L’analisi delle cause e delle responsabilità andrà certo fatta, non foss’altro per cercare di evitare che possano ripetersi tragedie simili (non solo in Russia, ma dappertutto); ma non saranno mai né vero dolore né vera giustizia se non a partire da questa unità in un patire comune, che supera le polemiche (sterili o giustificate che siano) come la commozione sentimentale (passeggera e non meno sterile).

Nel dolore comune, e solo nel dolore comune, può nascere qualcosa di nuovo, per la Russia e per noi. Di fronte alle polemiche e alle divisioni che sembrano soffocare questo dolore in Russia, non possiamo dimenticare quanto siano difficili oggi i rapporti tra la Russia e l’Occidente, divisi come mai erano stati dopo la fine della guerra fredda, e non possiamo lasciarci sfuggire allora questa occasione per testimoniare qualcosa di più profondo di ogni divisione e di ogni disperazione.
Non stiamo parlando di dotte analisi o di belle intenzioni che potranno forse dirci cose interessanti, ma che non ci tireranno mai fuori dal male che è già accaduto, parliamo di un bene che avveniva nel cuore della tragedia.
In mezzo alle polemiche è già cominciata a circolare un’altra storia, non una storia anonima o «contro ignoti», come si dice quando non si sa a chi dare la colpa, ma la storia di una donna reale con un nome e un cognome, Tat’jana Darsalija, che insegnava lingue straniere nel ginnasio n. 17 di Kemerovo e che l’altro giorno è andata con la figlia nel centro commerciale luogo della catastrofe. Quando è scoppiato l’incendio ha messo in salvo la figlia quattordicenne e poi, resasi conto che tanti altri bambini erano rimasti dentro, è tornata indietro per cercare di salvarli, finendo per morire lei stessa, con un sacrificio di cui non ci deve sfuggire l’irriducibile gratuità.

Non possiamo lasciarci sfuggire però anche un’altra cosa, che fra pochi giorni sarà Pasqua e per la Russia ortodossa lo sarà la settimana dopo: anche questa un’altra divisione.
Questo dolore tremendo, come le nostre divisioni, vanno allora messe ai piedi della Croce, là dove non c’è spiegazione per il dolore, perché se porte di sicurezza che non si aprono o potenze terrene che lottano fra loro sono cose che hanno una loro spiegazione, un Dio che si lascia mettere in croce non ha spiegazione; ma nella passione dell’innocente questa debolezza e insensatezza infinita si sono trasformate in forza di salvezza e questo può di nuovo avvenire, è di nuovo avvenuto, per noi: sarà, è stato, lo spettacolo di qualcuno che ai piedi della croce e del dolore dell’innocente ritrova un’unità più grande ed efficace di quella che poteva anche solo immaginare, come in fondo è accaduto a questa donna fino a ieri sconosciuta.