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Passare con speranza all’altra riva

Il 25 gennaio uno sconosciuto l’aveva salvato mentre, in stato di ubriachezza, stava finendo sotto un treno. Quello sconosciuto era Georgij Velikanov, un giovane ortodosso che, trovandosi una sera in una stazione alla periferia di Mosca, aveva visto un barbone barcollare tra i binari e non aveva esitato, dopo aver invano cercato di persuaderlo a risalire sul marciapiede, a fargli scudo con il suo corpo al passaggio di un treno ad alta velocità, venendo a sua volta ucciso.
A distanza di un mese dall’incidente, per uno strano caso della sorte anche quest’uomo, Michail, è morto.
Rimasto illeso nell’incidente, nel quale anzi – come avrebbe dichiarato in seguito, gli era passata di colpo la sbornia, era fuggito; ma si era presentato qualche giorno dopo alla parrocchia del Salvatore Misericordioso, dove lavorava Georgij, aveva raccontato com’erano andate le cose e aveva acconsentito anche a recarsi alla sede della polizia.

Il sacrificio di Georgij Velikanov ha colpito moltissimi in Russia – dare la vita per uno sconosciuto, anzi un «relitto umano» sembrava un gesto incredibile – ma questa inattesa conclusione getta una luce ancor più misteriosa su una vicenda che ha quasi il sapore di una parabola evangelica. Sgombra il campo da ogni equivoco di altruismo, di generosità o filantropia. Ci rimette innanzitutto davanti al mistero di quel pronunciato nell’istante di una decisione istantanea. Un sacrificio che può ora apparire inutile, assurdo, alla luce della morte dell’uomo salvato a prezzo della propria vita. Oppure svelare l’autentica utilità di ogni gesto – apparentemente banale e insignificante nella sua quotidianità, o invece estremo ed eroico come questo. La stessa utilità di gesti incompresi a suo tempo dai più – e che in queste settimane la Quaresima ci ripresenta – come il prezioso vaso di unguento spezzato dalla donna per profumare i piedi di Cristo, e la stessa morte in croce del Signore.
È alla ricerca di questa «utilità» il padre di Georgij, Vjačeslav Velikanov, un uomo di fede, ancorato alla tradizione, che nel suo dolore è dominato – come dice lui stesso un’intervista di pochi giorni fa – dallo stupore per un figlio che l’ha «superato nel cammino spirituale», un figlio che riteneva «aperto, comunicativo», ma di cui non aveva ancora scandagliato «l’intimo». Ogni giorno questo padre si sveglia con il desiderio di comprendere di più il senso del suo «sacrificio». «Perché – come spiega a frasi smozzicate, ricostruendo per l’ennesima volta la sequenza di eventi di quella sera di gennaio – in questi impulsi di dignità umana, in questi istanti si agisce per istinto, probabilmente. La fede, nell’uomo, è un istinto, un’intuizione... Una fede come dottrina non conduce a comportamenti di questo genere. Può farlo, piuttosto, una fede intuitiva, una fede interiore. Ebbene, di questa fede lui ne aveva tanta, era un uomo interiore».

Georgij aveva scritto recentemente un articolo sul «Padre nostro», in cui a un certo punto osservava: «Nella mia vita ho incontrato ben raramente persone che “attendano” veramente, cioè che aspettino con impazienza e ardente speranza la “resurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà”, che realmente chiedano nella preghiera personale e attendano l’avvento del Regno di Dio, un “cielo nuovo e una terra nuova”. Il motivo è semplice. Per diventare uomini evangelici occorre trasformarsi. Occorre che tutto il tuo essere si lasci permeare dal sentire espresso nella preghiera del Signore, ma perché questo avvenga bisogna entrare in un rapporto con Dio che ricorda in certa misura il rapporto di Cristo con il Padre... San Iustin Popovič dà una stupefacente, poetica definizione del cammino umano verso questo rapporto, lo chiama cristificazione».
Questo assimilarsi a Cristo nel suo rapporto con il Padre, questo cercare la gloria di Cristo che Georgij ha vissuto – come tanti in queste settimane hanno testimoniato – nei rapporti con la gente, nel lavoro in parrocchia, con i poveri, nel rapporto con la moglie, che pur riconoscendo di essere molto amata nei tre anni del loro matrimonio ha avuto modo di accorgersi che lui non le apparteneva, è maturato definitivamente nel dono della propria vita. Un dono fatto al Signore della vita, per un ardente desiderio di vita.

Se poi penso a Michail, l’uomo salvato dal treno per morire di cause naturali quattro settimane dopo, mi viene in mente l’episodio delle suore di Madre Teresa di Calcutta che raccolgono per strada un mendicante morente e lo curano con tanto amore che questi può dire: «Ho vissuto tutta la vita come un cane, ma ora muoio come un angelo». Sulla soglia della morte, che pure non immaginava, anche quest’uomo ha avuto una nuova misteriosa possibilità di riscoprire in sé una dignità che forse disperava di avere ancora, di guardare a sé con la tenerezza con cui Dio ci guarda – attraverso il gesto estremo di Georgij, attraverso l’accoglienza della sua parrocchia. Di passare all’«altra riva» con almeno un briciolo dell’«impazienza e dell’ardente speranza» con cui la scrutava il suo salvatore.

Parravicini