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C’è ancora chi ringrazia

C’è ancora chi ringrazia e ha il coraggio di rendere la gratitudine, il rendimento di grazie protagonista di un convegno pubblico, scegliendo addirittura come motto le parole di un Padre della Chiesa, Gregorio di Nissa: «La sollecitudine nel render grazie aumenta la misericordia del Benefattore nei confronti di quanti accolgono i suoi benefici». È successo qualche giorno fa a Vladimir, una delle città storiche della Russia e oggi capoluogo regionale, a 180 km da Mosca. Organizzatori del convegno – un importante evento sociale e culturale oltre che religioso, che vive ormai la sua XIII edizione – sono la diocesi ortodossa di Vladimir, la locale parrocchia cattolica del Santo Rosario, l’Università statale di Vladimir e il Centro culturale moscovita «Biblioteca dello spirito».

La manifestazione, rivolta in particolare a un pubblico giovane – studenti universitari e seminaristi – ha volutamente scelto questo tema per mostrare che la realtà non è un problema ma un’opportunità, e che la persona, nella sua creatività e nella trama dei rapporti che intesse, può offrire in qualunque circostanza e contesto una testimonianza di libertà e responsabilità, e quindi costituire un fattore di rinnovamento, nella cerchia più ristretta come anche nella «grande storia».
Alcune figure-simbolo, tratteggiate da relatori sia cattolici che ortodossi (in alcuni casi sono stati degli ortodossi a scegliere un personaggio cattolico, e viceversa), hanno subito creato una sorta di scenario entro cui si sono poi ordinati tutti i contributi di carattere teologico e filosofico offerti dal convegno. Sono stati prescelti come «esempi di rendimento di grazie», non solo nel senso della gratitudine da avere nei loro confronti ma anche e soprattutto nel senso della gratitudine a Dio da cui è scaturito il loro vivere e agire, personaggi vicini a noi nel tempo e in qualche modo appartenenti a entrambi i «polmoni» della tradizione europea: padre Romano Scalfi, fondatore di Russia Cristiana; padre Werenfried van Straaten, cui si deve il carisma di Aiuto alla Chiesa che soffre; la granduchessa Elizaveta Fedorovna, tedesca di nascita e sposa a un Romanov, fondatrice dopo l’uccisione del marito delle Suore della Misericordia; Friedrich Haas, medico tedesco, cattolico, meglio noto come il «santo dottore di Mosca» per le sue molteplici attività benefiche nei confronti dei diseredati in Russia, e in primo luogo di forzati e carcerati.

Queste figure hanno in comune la dedizione al prossimo, un senso vivo della carità e della missione che trova il suo centro inconfondibile nell’amore di Cristo. «La Chiesa è nell’indigenza – lasciò scritto padre Werenfried van Straaten, che pure raccolse cifre strabilianti per i poveri – quando c’è penuria di santità». E padre Scalfi, nella sua omelia per i novant’anni, testimoniava la sua gratitudine per «l’esempio che mi ha dato la Russia. L’esempio dei martiri della Russia, l’esempio soprattutto del momento storico del samizdat: cioè i dissidenti che non erano soprattutto contro il partito, non erano particolarmente attirati da esperienze occidentali della cosiddetta nostra democrazia (che tale è sempre di meno), ma erano ispirati dal valore della persona e dalla vita con Cristo. Da questo si parte per cambiare il mondo».

Una gratitudine che diventa servizio, «diaconia», come ha sottolineato Margarita Neljubova, collaboratrice del patriarcato di Mosca che ha voluto accomunare entro questo carisma di santità le figure così diverse tra loro di Elizaveta Fëdorovna, del dottor Haas e di alcuni santi «misericordiosi» del primo millennio.
Una gratitudine che diventa fede nell’uomo, scommessa sul fatto che «gli uomini sono migliori di quanto noi pensiamo», come amava ripetere padre Werenfried, ricordando come nell’immediato dopoguerra aveva osato chiedere la carità per i tedeschi sconfitti alle loro vittime di ieri – olandesi e belgi – ed era stato sopraffatto dallo slancio della loro risposta. Così pure, abbiamo sempre visto padre Scalfi vibrare di gratitudine per la fede nell’uomo espressa dagli autori del samizdat, ad esempio da Grossman, che citava spesso: «“La mia fede io l’ho temprata nell’inferno, la mia fede è uscita dal fuoco dei forni crematori”. Qual è questa fede? “Ho visto che non è l’uomo a essere impotente nella lotta contro il male, ma è il potente male a essere impotente quando lotta contro l’uomo”. Non ho trovato un’espressione di fede nell’uomo come questa, ma è una fede nell’uomo che è particolarmente nostra, per chi crede in Dio».

Venendo ai nostri giorni, questo ideale fil rouge della gratitudine è stato ripreso dalla testimonianza di due sposi, Miriam e Tino Bonaiti, che fanno parte dell’associazione «Famiglie per l’accoglienza», e sono arrivati da Bergamo per condividere l’esperienza della vita matrimoniale come scuola di perdono e insieme di rendimento di grazie. È possibile accogliere l’altro – dal coniuge al bambino adottivo, in affido, alla persona che si ospita per una necessità – solo nella misura in cui si vive una pienezza di umanità che viene dalla grazia ricevuta, dall’amore di cui si è fatti segno. «Non si adotta un bambino per colmare un vuoto», aveva detto un sacerdote amico, don Giussani, ai due giovani sposi affranti da un verdetto medico che diagnosticava una sterilità pressoché totale: così, abbastanza ruvidamente, aveva stroncato un progetto che tutti gli altri intorno a loro avevano invece approvato come caritatevole e benemerito. «Guardatevi intorno, piuttosto, siate padre e madre di tutti quelli che incontrerete». Un anno dopo, mentre Miriam e Tino gli raccontavano stupiti e infervorati alcuni incontri fatti – una ragazzina difficile, senza madre, che stavano aiutando, dei giovani che avevano bisogno di essere accompagnati a entrare nel mondo del lavoro e così via – li aveva interrotti d’impeto dicendo: «Adesso sì, siete pronti, adottate pure!». Di qui l’adozione di Sangeetha, poi la nascita di ben tre figli naturali a distanza di un anno l’uno dall’altro, e poi malattie, problemi e miracoli vissuti nel quotidiano come in ogni famiglia; un quotidiano che però aveva cambiato completamente volto, perché la sovrabbondanza dei doni ricevuti non faceva più concepire una casa che non si aprisse a tutti, un’unità che non nascesse dalla consapevolezza che il protagonista del matrimonio non è la coppia o la famiglia, ma la persona, nel suo rapporto con Dio e nell’aiuto all’altro – agli altri – a guardare nella stessa direzione.

Anche se al convegno di Vladimir non è stata pronunciata la parola «ecumenismo», tuttavia l’unità dei presenti era un fatto palpabile, dentro le esperienze così diverse e personali che sono state condivise. Davanti alla dimensione del rendimento di grazie – la dimensione eucaristica, per chiamarla con il suo nome ultimo – si riscopre la nostra origine, quando siamo usciti dalle mani del Creatore, si riscopre il volto vero, iconico, dell’essere umano. E ci si riscopre fratelli.



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