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100 anni: perché non sia stato invano

Nel 1919 Michail Bulgakov scriveva «Noi, rappresentanti di una generazione sfortunata, moriremo come dei miserevoli falliti, costretti a dire ai nostri figli: “Pagate, saldate onorevolmente il conto, e non dimenticate mai la rivoluzione sociale”».
Sono passati cent’anni da quella tragica «rivoluzione sociale» e il conto non è ancora stato saldato.
I figli (non tutti, per fortuna) hanno scelto l’amnesia, la sospensione del giudizio, nella vana speranza che le ferite guariscano da sé.
Inutile aspettarsi oggi che le autorità ufficiali, e le Chiese ufficiali, abbiano il coraggio di affrontare a viso aperto il giudizio globale sulla rivoluzione come «fondo estremo della vergogna e della catastrofe». Un compito troppo smisurato cui non si è preparati, perché neanche mai si è incominciato ad affrontarlo.
E così restano solo i manifesti commemorativi ricalcati dalla più vieta propaganda sovietica, oppure opere storicamente inconsistenti come il film Matilda, di cui Julija Balakšina ha scritto: «Come mi rattrista che il centenario dell’evento più tragico della nostra storia non ci offra altro che questo filmetto vuoto. Possibile… che sia tutto ciò che abbiamo da dire sull’atroce frattura che ha colpito un paese immenso e bellissimo?».
Come rispondendo a questa domanda sconfortata l’autunno riapre inesorabilmente, in Russia e in Ucraina, il fiume purificatore della memoria, almeno per chi non vuole voltargli le spalle. Più che date ufficiali – 29 settembre, 25 ottobre, 30 ottobre, 22 novembre – i giorni della memoria sono un appuntamento dell’anima, che nonostante tutto richiama tanti alle domande inquietanti sul passato e sulla strada da percorrere oggi.
In Russia alla vigilia del 30 ottobre – memoria delle vittime del totalitarismo – ritorna il rito spontaneo, ma davvero popolare, della lettura dei nomi delle vittime; iniziato dieci anni fa in piazza della Lubjanka, è un rito civilissimo e senza odio che nella versione laica e in quella religiosa si sta diffondendo a macchia d’olio in tutte le città o sui luoghi delle tante fosse comuni, raccogliendo sempre più gente.
In Ucraina è appena trascorsa la commemorazione dell’Olocausto, il 29 settembre, e si avvicina l’anniversario dell’inizio del Majdan, il 22 novembre, e mentre si commemorano l’eroismo e la forza di sacrificio di tanti che hanno sperato nel cambiamento, la memoria porta naturalmente a interrogarsi su cosa sia realmente cambiato e spinge a ricominciare ogni giorno di nuovo.
In tutti i casi la memoria fa da catalizzatore e da traino alla coscienza collettiva, rompendo la cieca indifferenza quotidiana. L’indifferenza al bene e al male.

C’è la possibilità che questo fare memoria si ponga nel segno della polemica, che si celebri soprattutto «contro» qualcosa o qualcuno: allora è innanzitutto la memoria ufficiale ingessata e spolpata, che cerca di espellere la memoria scomoda di chi non si accontenta dei miti consolatori. Si spiega così in Russia l’odiosa persecuzione in atto contro Jurij Dmitriev, scopritore di tante fosse comuni staliniane, oggi sotto processo con un’accusa di pornografia.
E all’opposto c’è chi commemora le vittime all’unico scopo di maledire senza remissione i cattivi della storia, una posizione sostanzialmente manichea, che porta nel vicolo cieco di un risentimento sterile.
Così in Ucraina osservano amaramente che mentre le autorità hanno ribattezzato una piazza di Kiev in memoria del dissidente ed eroe nazionale Valerij Marčenko, con incredibile smemoratezza il 6 ottobre il governo ha decorato l’ex-giudice in pensione che nel 1984 lo condannò a 12 anni nonostante fosse gravemente malato, decretandone di fatto la morte.

La polemica è giusta, ma può essere la reazione speculare alla protervia del potere, mentre come diceva Berdjaev già nel 1924, «il partito della rabbia e dell’odio è uno e indivisibile… nessuna strada può essere aperta da elementi negativi».
L’importanza della memoria non sta soltanto nella sua forza polemica o di denuncia, ha dentro qualcosa di più costruttivo e radicale che la rende addirittura necessaria, come osserva Svetlana Panič nel suo blog.
Se storicamente nell’ex-URSS non è stato ancora possibile edificare solide strutture democratiche, se la mentalità pubblica e privata permane in gran parte sovietica, vuol dire che bisogna cominciare a ricostruire da più in fondo, dalla coscienza personale. E se questa insostituibile opera educativa non viene intrapresa dallo Stato bisogna che se la assumano i cittadini.
Per questo è necessario ricordare i nomi delle vittime, i luoghi degli arresti, la topografia urbana del terrore. Non si tratta di un’azione solo simbolica ma, compiuta quasi sempre all'inizio per una libera e imprevedibile decisione dei singoli, ha l’efficacia reale di un gesto di restituzione dell’onorabilità, dell’individualità personale, della dignità. Forse è l’unica reazione costruttiva davanti a un’ingiustizia ormai perpetrata e irrimediabile: l'unica reazione costruttiva perché mette in gioco radicalmente la persona e ne tiene desta la libertà.
Ricordare le vittime nei luoghi dove sono state trucidate fa sì che il passato astratto e impersonale si trasformi in storia personale, familiare, e questo fa di una massa dispersa un popolo. Ed è più importante che smascherare i corrotti, o convincere i potenti di turno. La novità avanza camminando con le gambe della gente, da tutti i luoghi separati in cui prende piede.
Alcuni ortodossi hanno indetto un digiuno penitenziale per i giorni dal 25 ottobre al 7 novembre – la stessa data della rivoluzione, secondo due calendari diversi – e questo è un modo per iniziare un nuovo cammino di «rafforzamento e purificazione», come aveva detto padre Florenskij; ma questo cammino non è ancora per tutti. Non va disgiunto dal contributo di una sana ragione che insieme alla penitenza riaccenda la capacità creativa. Il lievito che può far lievitare tutta la pasta.



(In apertura: manifesto inneggiante al centenario della rivoluzione, Novosibirsk, ottobre 2017 - © Krasnaja Vesna)