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Un padre per tutta l’Ucraina

Lubomyr Husar è stato un autentico pastore, un monaco austero e anche un grande patriota, ha amato la sua Ucraina – che aveva lasciato a 11 anni per sfuggire alla guerra – di un amore profondo ma anche esigente, come si addice a un padre.
Papa Francesco nel suo messaggio di cordoglio ha ricordato «lo straordinario afflusso di persone accorse a rendergli omaggio» ed ha sottolineato il significato di questa affluenza: «È il segno eloquente di quello che egli è stato: una tra le autorità morali più alte e rispettate negli ultimi decenni del popolo ucraino».
Eppure la sua vita e il suo governo della Chiesa greco-cattolica ucraina hanno avuto anche momenti aspri e persino drammatici. Era un uomo adatto per i tempi burrascosi che lui e il suo paese hanno attraversato.

Lubomyr era nato a L’viv nel 1933, quando la città apparteneva alla Polonia, poi nel 1944 con la famiglia era emigrato negli Stati Uniti per sfuggire alle violenze sovietiche e naziste che si erano abbattute sull’Ucraina. Negli USA aveva studiato teologia ed era stato ordinato sacerdote nel 1958. Per 11 anni la sua attività era stata l’insegnamento, unito al lavoro di parroco. Poi nel 1969 era approdato a Roma dove nel 1972 aveva conseguito il dottorato in teologia e si era fatto monaco studita. In seguito aveva insegnato Teologia dogmatica all’Università Urbaniana.
Allora la Chiesa greco-cattolica ucraina, messa fuori legge dal regime sovietico, era sostenuta dai suoi centri all’estero, in particolare da quello di Roma, dove il primate in esilio, cardinale Slipyj ricreava le strutture essenziali e raccoglieva le forze migliori in vista della ricostruzione, seguendo l’insegnamento del suo grande predecessore Andrej Szeptyckij. E padre Husar era un suo stretto collaboratore.
Cinque anni più tardi, nel 1977, padre Lubomyr fu consacrato vescovo nel monastero di Grottaferrata di cui era diventato superiore; la consacrazione era stata compiuta segretamente dal cardinal Slipyj nel timore che la sua Chiesa greco-cattolica perseguitata in URSS restasse priva di vescovi, ma il fatto che non avesse chiesto il benestare del pontefice aveva reso la nomina imbarazzante per la Santa Sede, e così per 20 anni Husar era stato una sorta di «vescovo in pectore», pur continuando a lavorare per il bene della Chiesa anche come vicario episcopale del primate Myroslav Lubačivskij.
Infine nel 1993 aveva realizzato il sogno di tornare nell’Ucraina ormai diventata indipendente, mezzo secolo dopo averla lasciata. Qui, alla morte del primate nel 2001, il Sinodo dei vescovi greco-cattolici lo aveva eletto successore alla cattedra di L’viv, e poco dopo Giovanni Paolo II lo aveva fatto cardinale, sottolineando in questo modo l’appianamento delle passate tensioni e anzi la sua paterna attenzione per questa Chiesa martire. Questo storico passaggio era stato siglato dalla visita del pontefice in Ucraina.

Durante gli anni di governo della Chiesa l’arcivescovo Husar ha fatto molto per superare i muri tra la Chiesa greco-cattolica e la Chiesa ortodossa; ha curato la formazione del clero e la cultura; per rianimare le comunità ha cercato di scardinare la mentalità difensiva e allargare gli orizzonti dei fedeli a una dimensione universale, superando lo spirito del ghetto in cui erano stati chiusi per decenni a causa del regime comunista. Perseguendo questo obiettivo ha sempre avuto a cuore anche il bene del paese in generale, insegnando che i cristiani devono essere dei cittadini responsabili e creativi.
Inoltre l’arcivescovo Husar ha sostenuto con decisione, e poi realizzato, il trasferimento della sede primaziale da L’viv a Kyiv, nella convinzione che bisognasse riportare la Chiesa greco-cattolica alle proprie fonti originarie, e cioè a quel patriarcato di Kiev che per due volte, nel 1439 e nel 1596 aveva scelto di tornare all’unità con Roma. Per questo nel 2005 la sede della Chiesa greco-cattolica è stata spostata da L’viv a Kyiv, e Husar ha cambiato il proprio titolo in arcivescovo maggiore di Kyiv e Galizia. Quanto all’aspirazione ad essere innalzati a patriarcato, non è stata mai ratificata da Roma.
Infine nel 2011, al compimento dei 75 anni, il cardinale ha dato le dimissioni, accolte da Benedetto XVI. Da allora ha vissuto in un piccolo monastero fuori Kyiv, dove riceveva volentieri chiunque lo cercasse, compresi i giornalisti, e dove ha continuato a scrivere e a predicare.

Questa in breve la «carriera ecclesiastica» dell’arcivescovo maggiore, che però non dice ancora la sua vera statura, tratteggiata invece da papa Francesco quando parla di lui come di un «padre e guida spirituale». Paradossalmente ritroviamo lo stesso parere in una fonte di tutt’altro genere, il giornalista russo Timur Olevskij: «Ogni volta che succedeva un fatto importante in Ucraina e io chiedevo a varie persone quale autorità morale potevo intervistare, qualcuno che potesse rispondere a nome di tutti e avesse qualcosa da dire a tutti, mi dicevano che in Ucraina non c’erano autorità morali tranne, forse, una sola: Lubomyr Husar».
A lui veniva riconosciuta autorevolezza nelle questioni nazionali pur essendo vissuto per 50 anni all’estero, perché era evidente che aveva conservato dentro di sé un sentimento così intenso e vivo della propria terra, che una volta tornato aveva potuto inserirsi immediatamente nella sua vita, e questo glielo riconoscevano tutti. Come gli riconoscevano di non essere un uomo di potere ma un uomo spirituale super partes, che desiderava il bene della Chiesa e del popolo ucraino sopra ogni cosa.
Tutto questo è abbastanza paradossale, se si pensa che la Chiesa greco-cattolica non gode di buona stampa fra la maggioranza degli ortodossi ucraini, ancora succubi della propaganda sovietica che identificava i greco-cattolici con i nazisti. Invece la sua figura non ha mai suscitato sentimenti di antipatia né di aggressività.
Le sue prediche, il suo approccio erano molto semplici e diretti; i suoi richiami non erano mai moralistici, erano chiari nei giudizi ma senza astiosità polemiche, si vedeva che gli premeva gettare ponti e non mettere paletti, incoraggiare e non fustigare. È stato così anche nel periodo del Majdan, quando nonostante l’età e la malattia, l’8 dicembre 2013 era sceso tra la gente per vedere, capire, e parlare «con i suoi». Ma non si era mai lasciato andare all’entusiasmo un po’ facile della retorica politica, e anche quella volta i suoi richiami si erano levati limpidi e severi al di sopra del chiasso generale.

La sua era sempre la voce di un padre: «A volte si ha l’impressione che noi vogliamo solo correggere gli errori del passato. Dopodiché ci si aprirà davanti la strada maestra verso un futuro migliore… Dicono che vinceremo. Sebbene accarezzi le nostre orecchie, questa frase è sintomo di un populismo pericoloso. Chi la pronuncia, magari con una certa enfasi emotiva, si presenta al pubblico come un gran patriota. In realtà questa frase è molto pericolosa, perché ci rende incapaci di valutare razionalmente la realtà, ci toglie la voglia di continuare a lottare: infatti a che pro moltiplicare gli sforzi se vinceremo comunque? …Non sono disposto a schierarmi con chi ripete: vinceremo, vinceremo! In compenso sono pronto ad affermare senza un briciolo di esitazione che possiamo vincere… Possiamo vincere se ci impegneremo, se ci uniremo e lavoreremo, andando avanti con consapevolezza, se prenderemo coscienza che stiamo sulle spalle di grandi antenati… La vittoria suprema è il dominio di sé. Quindi la vittoria riguarda innanzitutto noi stessi. La vittoria duratura, pegno di un futuro migliore, ha inizio nel nostro cuore».
Per questo papa Francesco ha scritto: «Quasi regolarmente egli interveniva nella vita del vostro paese come maestro di sapienza: il suo parlare era semplice, comprensibile a tutti, ma molto profondo. La sua era la sapienza del Vangelo, era il pane della Parola di Dio spezzato per i semplici, per i sofferenti, per tutti quelli che cercavano dignità. Le sue esortazioni erano dolci, ma anche molto esigenti per tutti. Per tutti pregava incessantemente, sentendo che questo era il suo nuovo dovere. E tanti si sentivano rappresentati, interpellati e consolati da lui, credenti e non credenti, anche al di là delle differenze confessionali. Tutti sentivano che parlava un cristiano, un ucraino appassionato della sua identità, sempre pieno di speranza, aperto al futuro di Dio».



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