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Il samizdat e la scoperta della persona

Il samizdat è stato l’espressione creativa di una coscienza liberatasi dell’ideologia. Lo spunto originale del Convegno di quest’anno nasce dalla precoce intuizione di padre Scalfi che il samizdat forniva un criterio universale per affrontare ogni crisi*.

Il personalismo non è un riflusso stanco dopo le esperienze disastrose del collettivismo, un riflusso nell’intimo per dimenticare il sociale, nella concezione del samizdat diventa la base su cui edificare la persona e la società intera, la nazione e il mondo.
Non solo il potere sovietico, ma ogni sorta di potere vede nella persona il pericolo numero uno da abbattere, non sempre con i metodi della violenza, a volte e spesso con metodi subdoli, ma per questo non meno efficaci. Il «potere impersonale» come lo chiama Václav Havel, è il potere finalizzato a se stesso, che non tiene conto del bene delle persone e tende sempre, consciamente o inconsciamente, a spersonalizzare la persona perché sia più facilmente sottomessa. Il potere impersonale vuole la persona spersonalizzata, massificata. Dio crea gli unici, il potere la massa. Dio crea gli unici per l’unità, il potere crea la massa per la divisione.
Scrive A. Nazarov: «L’autentico pentimento e la rinascita spirituale della Rus’, dopo l’invasione dei tatari, iniziarono nel momento in cui nella cattedrale della Dormizione di Vladimir l’arcivescovo Serafim nominò la causa reale di ogni calamità: non gli errori di calcolo politico o militare, ma un peccato che colpiva nel profondo il principio personale che costituisce ogni popolo in quanto tale. La guida spirituale denunciò la corruzione morale della vita nazionale… Tutto il resto non era che una conseguenza di questo grande peccato, al punto che si cominciò a credere che la liberazione sarebbe stata determinata innanzi tutto da una rinascita morale. Fu solo il superamento della schiavitù interiore che poté condurre alla liberazione dal giogo esteriore»[1].
Nazarov, mentre esprime qui la sua concezione chiaramente personalistica, designa anche l’orizzonte a cui questo rinnovamento della persona tende, ed è il rinnovamento della nazione come persona collettiva che deve collaborare al rinnovamento dell’umanità.
Il personalismo cristiano, e ogni forma di personalismo autentico, non è mai un intimismo spiritualistico che trascura l’aspetto comunitario, sociale, e viceversa fa in modo che la preoccupazione comunitaria sociale non possa mai sacrificare la persona. Si tratta dell’antinomia fra persona e comunità, fra persona e società, dove il termine antinomico è verifica di autenticità. La persona trova la sua verifica nella comunità, nella società, e la comunità ha la sua verifica nella persona. Ma il punto di partenza da cui si origina il valore è la persona. L’interazione, a differenza del marxismo, parte dal cuore dell’uomo, non dalle forze produttive, dai rapporti di produzione, dalle strutture. La base per noi è il cuore della persona.

Nella situazione attuale, dopo il crollo delle ideologie che negli ultimi tempi hanno fatto fortuna, il pericolo non è più l’attenzione eccessiva all’aspetto comunitario, sociale a scapito della persona, ma il contrario: è l’esigenza della persona che semmai è enfatizzata, se pur rimane ancora una speranza e non è ormai tutto dissolto in un nichilismo gaio e disperato. Ma questa esigenza di salvare l’aspetto personale va considerata dai cristiani con grande serietà. Non si può banalizzare questa esigenza, o ridurla semplicemente a un riflusso nell’intimismo. Indubbiamente c’è anche questo pericolo, ma c’è anche, più che mai, la possibilità di un recupero dell’aspetto personale come fondamento di una cultura nuova.
Scrive un anonimo ortodosso: «Merito del movimento democratico è stato quello di aver plasmato una nuova mentalità: l’uomo non è materiale per costruire la società, la persona umana ha un valore in sé, ma sradicare questa mentalità ormai non è più possibile»[2].

Penitenza e responsabilità fanno maturare la persona
Solženicyn, nel testo Voci da sotto le macerie, dice che il primo palmo di terra da cui partire per costruire una nuova libertà, una nuova società, è la penitenza come cambiamento di mentalità, l’adeguamento della mente a criteri superiori che non coincidono con l’istintività dell’opinabile e del sentimento. Non è un caso che i primi scritti del samizdat ritornino frequentemente su questo tema, la penitenza, come punto di partenza per costruire la società.
Se il mio peccato ha causato il male della società io devo chiedere perdono davanti a tutti. È proprio questo l’inizio di ogni creatività, perché se uno non si sente responsabile del male avvenuto e presente nella società, come può sentirsi poi responsabile dentro la storia del proprio popolo quando cerca di ricostruire questa stessa società? Scrive V. Vardomcev: «Il cammino della salvezza può passare solo attraverso la cruna del pentimento personale e dell’abnegazione. Si preparano tempi in cui potremo salvarci e unirci per la salvezza della Russia solo attraverso il perdono vicendevole»[3].

Penitenza e responsabilità sono forme antinomiche della maturità della persona. La penitenza produce responsabilità e la responsabilità induce alla penitenza. È la penitenza personale, con orizzonte universale, che suggerisce la responsabilità personale, sempre dentro un orizzonte universale, organico. La «responsabilità collettiva» quando incomincia dal collettivo è una forma di irresponsabilità, è una responsabilità astratta, esteriore.
Chi è responsabile non si lascia scandalizzare da alcun male che trova come resistenza in sé o negli altri, nella situazione e nel mondo intero. Proprio perché, come dice Solženicyn, «è sempre possibile, in ogni situazione, fare qualche cosa per dare inizio al cambiamento di sé e al cambiamento della società». Per questo il male altrui è solo l’occasione per una responsabilizzazione più grande.
Nadežda Mandel’štam scrive: «Siamo soltanto dei fuscelli trasportati dal flusso tempestoso, quasi fumoso, della storia. Ma il fuscello umano, anche il più banale, ha una sua capacità misteriosa di imprimere una direzione al flusso».
Da ricordare ancora Solženicyn, che più di ogni altro forse ha richiamato il popolo alla propria responsabilità. È lui che ammonisce la gente dicendo: «Non perdete troppo tempo a parlar male dei comunisti, il compito è un altro; il compito è quello di edificare dal basso una nuova Russia».
Infatti chi concede troppo alla critica si esaurisce e non ha più forze per la responsabilità. La lamentela fine a se stessa è infeconda, rovina il cuore e contribuisce a degradare la società. Anche per ciò che riguarda l’impegno, il primo compito non è quello di «buttar giù» ed eliminare coloro che fanno del male, ma di «tirar su» una nuova persona perché, come ripeteva frequentemente, «uomini sporchi non fanno una società pulita». Anche le leggi migliori non riescono a risanare la società se non si risana innanzitutto l’uomo.


NOTE
*: Dagli appunti di una lezione tenuta nell’estate del 1983 a Seriate.
[1] A. Nazarov, L’impellente necessità di una rinascita nazionale, «Russia Cristiana», n. 4/1982, p. 13.
[2] Cfr. «Russia Cristiana» 187, p. 22.
[3] V. Vardomcev (pseudonimo di un autore sconosciuto del samizdat, 1981), pubblicato in italiano come «Penitenza e abnegazione a proposito di p. D. Dudko, «Russia Cristiana», n. 6/1981.


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Scalfi

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