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Ortodossi e cattolici non devono perdere la nostalgia dell’unità

«Rossijskaja gazeta» l’organo di stampa ufficiale del governo russo, ha inviato una sua corrispondente a intervistare il direttore del Centro culturale Pokrovskie vorota, il cattolico Jean François Thiry. Ne è nato un dialogo non formale

Alla libreria Pokrovskie vorota (Le porte dell’Intercessione), che è pure un famoso centro culturale di Mosca diretto da un cattolico belga, vengono presentate molte novità interessanti, fra cui libri di autori ortodossi. Abituati come siamo a guardare il dialogo fra ortodossi e cattolici come una guerra nascosta, è tanto più sorprendente che a Mosca sia sorto un interessante spazio culturale a cui collaborano cristiani di tutte le confessioni. Il direttore del centro, Jean-François Thiry, racconta perché è importante conservare la fede, che cosa in essa è fondamentale e perché è importante sentire il «dolore della divisione».

Thiry: Abbiamo chiamato il nostro centro Pokrovskie vorota in onore della piazza intitolata alle Porte dell’Intercessione della Vergine. La storia della nostra libreria affonda le radici negli anni ’60 del XX secolo. Allora i centri occidentali Žizn’ s Bogom di Bruxelles, Russia Cristiana in Italia e un altro centro di Parigi pubblicavano per l’Unione Sovietica dei libri cristiani in russo: la Bibbia e testi teologici, che i turisti portavano in Russia di nascosto. Nel 1993 il fondatore di Russia Cristiana ha deciso che sarebbe stato meglio pubblicare questi libri in Russia, ed è sorta una piccola casa editrice e un centro per la diffusione dei libri cristiani, di cui ho assunto la direzione. Poi abbiamo deciso di aprire una nostra libreria. La nostra idea principale era di presentare in uno spazio pubblico della città una scelta di libri che mostrassero uno sguardo positivo sull’uomo, poco importa se cristiano o universalmente umano. Abbiamo libri cattolici, ortodossi e protestanti per oltre settemila titoli.

Lei vende libri, non la disturba che sul nostro mercato si trovino buoni libri mescolati a letteratura scadente?
Thiry: È il prezzo della libertà. Nessuno obbliga una persona a scegliere un cattivo libro. Anche se per natura tendiamo certamente a scegliere le vie facili, comode, e forse anche quelle più volgari. Ma se paragoniamo l’Europa alla Russia, qui il livello culturale è indubbiamente più alto. Oggi sono stato alla tipografia che pubblica i nostri libri, e il direttore mi ha detto: «Io vengo ai concerti che organizzate al vostro centro». Che il direttore di una tipografia vada a sentire dei concerti di musica barocca…!

Il centro Pokrovskie vorota è uno spazio molto interessante: da voi vengono Ol’ga Sedakova, il compositore Sergej Achunov. E guardando i libri sui vostri scaffali si spazia dalle lezioni Lewis e di Šmeman all’autobiografia di Philip Haas. Eppure è un fenomeno così circoscritto…
Thiry: Forse il destino della grande cultura è proprio quello di essere una goccia nel mare… Oppure, per usare le parole del Vangelo, di essere il sale che dà sapore a tutto.

E se il sapore del sale non si sente per l’enorme quantità di altri ingredienti dannosi che sono stati aggiunti?
Thiry: In generale sono d’accordo con lei. Anche in Europa predomina una cultura di massa di basso livello. Ho vissuto in Belgio e in Italia, l’Italia è ancora un paese cristiano, e questo si riflette sia sulla cultura, sia sull’autocoscienza della gente. Il Belgio, invece, nei cinquant’anni seguiti al ’68 è cambiato molto. È stato comunque un momento fatale, di rifiuto della tradizione, dei genitori, di tutto ciò che la cultura trasmette. Anche in Russia, mi pare, nel 1991 la libertà è caduta su un terreno ormai non più cristiano. Per questo sono sbocciati così rigogliosi i nuovi valori: «bisogna fare soldi», e «tutto è permesso» pur di raggiungere lo scopo. Anche da noi, naturalmente, tutti vogliono i soldi, però pensano anche che la vita di una persona valga più di una certa somma in euro.

Ma la cultura russa trasmette il cristianesimo. Tutto il romanzo I fratelli Karamazov ne è impregnato…
Thiry: Ha ragione: la vera cultura porta in sé dei valori cristiani. E anche essere imbevuti di cultura è molto importante. Ricordo che mia mamma, che faceva l’insegnante, ci portava dal nostro piccolo villaggio a Liegi, all’opera. Ma una cultura portatrice di valori cristiani non è ancora la fede. Come non lo è il fatto di incasellarsi in un sistema di valori, quando ad esempio durante un’indagine statistica si afferma: «sono russo, quindi sono ortodosso». La fede incomincia dopo un incontro vivo con Dio.

A lei è successo?
Thiry: Sì. Da piccolo andavo a Messa tutte le domeniche con i miei genitori. Anche se tutti i miei amici non ci andavano più, chiedendosi: «Perché mai dovremmo andare a Messa tutte le domeniche?». Poi ho smesso di andarci anch’io. Ho cominciato a mentire ai miei genitori: dicevo che andavo a Messa e invece andavo a divertirmi. Poi una mia compagna di università mi ha invitato a un gruppo dove si discuteva di argomenti e di sentimenti religiosi. Era una comunità cristiana. Infine mia mamma si è ammalata ed è morta di cancro. Era giovane. E quella comunità, attraverso un’esperienza di amicizia cristiana, mi ha restituito il cristianesimo con una forza immensa, che abbracciava tutta la vita e ogni cosa della vita: la sofferenza, la gioia, lo studio, lo sport. Ero un cattivo studente, ma dopo questo incontro mi sono messo a studiare con più impegno. Ho cominciato ad amare anche il russo, che avevo scelto a caso, senza provare alcuna attrazione né per questa lingua, né per la Russia. Nel 1991 sono andato a fare uno stage in Siberia, e tutto ha cominciato a prendere una direzione. Dal caos verso una via: qui sta per me il senso del cristianesimo.

Da noi non tutti sarebbero disposti a spiegare la propria esperienza di fede attraverso il «paradigma» dell’incontro personale con Dio, che lei ha esposto così bene. Perché Dio si può incontrare attraverso una parola, un’esperienza, un dramma, la lingua, delle questioni complesse.
Thiry: L’incontro è vero se la fede è una vita e non un’ideologia. Houellbecq non è certo uno scrittore a senso unico, le sue opere non sono la lettura ideale per un cristiano, ma in lui c’è una ricerca propriamente religiosa. Gira per i monasteri senza nemmeno sapere cosa sta cercando. Così, nel suo romanzo di fantapolitica Sottomissione il protagonista, docente universitario nella Francia divenuta musulmana dopo le elezioni presidenziali del 2022, abiura il cristianesimo. Non vuole lottare contro il nuovo potere, né vivere la complessa libertà cristiana. Meglio le regole: cosa bisogna fare per salvarsi. E qui è contenuta un’enorme critica a noi cristiani, poco importa se in Russia o in Occidente. Oggi la divisione principale non è fra cattolici e ortodossi, ma fra coloro per i quali la fede è vita, e quelli per cui è una serie di regole, un’ideologia. Questa divisione avviene dappertutto: in Belgio, in Italia, in Russia.
In base all’esperienza del nostro centro, direi che la cosa più difficile è dialogare con chi ritiene che il compito principale sia difendere «ciò che è nostro» in senso stretto e preciso. Difenderlo dal nemico, dal mondo, che «è immerso nella menzogna», dalla cultura di basso livello. Ho un vecchio conoscente, ancora dei tempi in cui vivevo a Novosibirsk, Mitja Fomin, cantante del gruppo HiFi, che fa musica pop, roba di largo consumo. Però Mitja non è un tipo banale, e so per certo che ha un mucchio di domande. Con persone come Mitja sono disposto a dialogare sia a tu per tu che in un incontro pubblico. Quando incontro Mitja, mi viene in mente la conversazione fatta con un vescovo che paragonava la Chiesa di oggi a una barca in mezzo alla tempesta, basta che un’onda la investa e affonderà. Perciò bisogna chiudere ermeticamente i boccaporti. Ma quando la Chiesa aspira innanzitutto a proteggersi da tutto quello che c’è di brutto sulla terra…

C.S. Lewis, cristiano e celebre teologo inglese, scrive: se chiedi a una decina di brave persone qual è l’aspetto migliore dell’uomo, queste risponderanno “la lotta contro il proprio egoismo”; se lo chiedi a una decina di cristiani, diranno: “l’amore”. Noi purtroppo siamo tentati di vivere alla luce di un ideale non “positivo” ma “negativo”: pensiamo innanzitutto non ad “amare” ma a “lottare”. Lottare contro l’egoismo è necessario, e tuttavia questo è un mezzo, non un fine.
Thiry: Il racconto di Lev Tolstoj Denaro falso è la storia di un piccolo peccato che cresce sempre più e produce una serie di sventure, finché questa catena non viene spezzata da un gesto di misericordia. Forse non dobbiamo pretendere che l’altro si penta, ma essere noi a compiere un gesto di misericordia. Oggi i cristiani in Occidente se ne stanno appunto rendendo conto. E bisogna dire che è merito di papa Francesco.

Quindi bisogna togliere le barriere inutili, abbattere i confini?
Thiry: Sì, e anche da noi questo spaventa.

Beh, si capisce: non si può stare a bagno nell’acqua e uscirne asciutti.
Thiry: Ma dietro alla chiusura c’è l’insicurezza. L’«io» umano non è solo un’escrescenza dell’egoismo. San Serafim di Sarov diceva: «Salva te stesso e migliaia attorno a te si salveranno». E un insegnante italiano, Franco Nembrini, ha detto di essere molto grato ai suoi genitori perché «non hanno pensato alla mia santità ma alla loro». Dio ama l’«Io» di ogni persona. Nell’«io» c’è anche il «Tu, o Dio, che mi stai creando». Se prendessimo coscienza che Lui ci sta facendo proprio in questo istante preciso…

E se l’io facesse crescere la vanagloria?
Thiry: Anch’io casco spesso in questo tranello… Eppure vede, in Belgio è rimasto mio fratello minore, che non lavora e passa il tempo a guardare la TV. Non siamo mai riusciti ad andare d’accordo. Tutti i miei sforzi falliscono miseramente, e ne soffro molto. Non riesco a cambiare le cose, e capisco che devo amare questo suo cammino… di autodistruzione. Devo rispettarlo. Converrà con me che questa esperienza ci costringe a renderci conto che il nostro «io» non è onnipotente.

La vita che ha scoperto nell’incontro con la comunità universitaria è ancora possibile? Non nella «tenera» Italia, ma nell’attuale, dura Europa contemporanea…
Thiry: Da noi ce ne sono di queste piccole comunità, e questo dà speranza. Hanno cominciato a nascere proprio dopo il Concilio Vaticano II, che è stato così importante per noi.

Sono comunità nate intorno a una chiesa?
Thiry: No. La nostra era una comunità «extraparrocchiale». Papa Benedetto XVI ha detto appunto che torneranno i tempi in cui le chiese verranno distrutte e i cristiani si riuniranno in piccole comunità.

In base all’esperienza della nostra Chiesa posso dire che la vita in queste comunità, a meno che non si siano formate attorno a un santo, si è consumata, esaurita. Da noi alla fine sono rimaste solo «le vecchiette col fazzoletto in testa». È bellissimo che la nonna ti porti in braccio in un villaggio a dieci chilometri di distanza per farti fare la Comunione, ma quando nessuno ti racconta nulla del Vangelo per paura di quello che ti potrebbe succedere…
Thiry: Sì, è un filo molto sottile, ma chissà perché non si rompe… Forse perché la Chiesa non si regge solo sulle forze umane ma su quelle divine.

Parliamo della persecuzione del cristianesimo in Europa, dei casi di persone licenziate perché portavano la crocetta al collo…
Thiry: Si tratta comunque di casi isolati. Credere che sia così in tutta Europa sarebbe come ritenere semplicisticamente che tutti gli ortodossi venerino Stalin come un santo. Non si possono fare generalizzazioni così nette. In Italia, ad esempio, c’è stato il famoso processo contro i crocifissi nelle scuole, che i cristiani hanno vinto con l’aiuto dello Stato russo. Ma naturalmente la situazione è molto più complessa. Nella coscienza degli europei persistono i valori generati dal cristianesimo. Ma quando si è reciso il legame con Cristo e la sua Chiesa c’è il grave rischio che anche questi valori possano esaurirsi a poco a poco. Ricorda le parole di Vladimir Solov’ëv? «Ciò che abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo stesso». Eppure, sono convinto che viviamo in un periodo splendido. Parlare di «ultimi tempi» e di «fine del mondo» mi sembra esagerato. Sono i tempi che ci sono stati dati, non ne avremo altri. Però per gli europei questi tempi portano in sé un’enorme chance: quella di ritornare alla fede dopo secoli di cristianesimo «garantito». Alla fede vera, quando non c’è più nessuna struttura a difenderci. Queste strutture non ci sono. In Francia ormai stanno scomparendo anche le parrocchie: i sacerdoti sono così pochi che uno solo è costretto a servire cinque, dieci, venti parrocchie.

Ma lei non teme che la società europea, organizzata in modo così duro e pragmatico, schiaccerà il cristianesimo tanto che non se ne sentirà più neppure la voce? Lei vive in Russia, dove comunque le cose filano più lisce…
Thiry: Non saprei… Quando nel 1991 sono arrivato a Novosibirsk per uno stage, la vita era duretta. Non c’era niente da mangiare… Ma anche quando tutto fila liscio, c’è un pericolo. Lei ricorderà il vostro anno «duro», il 1937, con i suoi martiri. Erano rimasti solo quattro vescovi in tutto il paese, ma che coscienza avevano le persone che andavano incontro alla morte per la fede!

Come vede l’ortodossia oggi?
Thiry: Dagli anni ’90 avete «raccolto le pietre». E come continua a dire il patriarca Kirill negli ultimi tempi, ora state incominciando a costruire delle comunità. Conosce il detto che in Russia la festa più importante è Pasqua, mentre in Europa è Natale? Dal punto di vista canonico è una sciocchezza. Eppure, dal punto di vista culturologico c’è del vero. Nell’ortodossia predomina la «salvezza attraverso la sofferenza», il fatto che la «felicità non è di questo mondo». Da noi invece sono più importanti l’attività sociale della Chiesa, le opere e la gioia. Parlando seriamente, nell’ortodossia ho trovato e ho riscoperto il «senso del mistero» che avevo perduto per strada. Noi cattolici conosciamo, comprendiamo, spieghiamo, dimostriamo tutto: abbiamo un forte spirito scientifico. Perciò sono molto grato alla vita per avermi fatto incontrare l’ortodossia, che mi ha restituito il senso del mistero. Frequento la chiesa cattolica di san Luigi vicino a piazza Lubjanka. Però, quando ci sono delle feste ortodosse che cadono nei giorni feriali, mi piace andare alla chiesa della Trinità in vicolo Chochlovskij.

E io, quando sono in Francia e non faccio in tempo ad andare alla chiesa ortodossa, vado alla messa cattolica. Naturalmente, non faccio la comunione, ma non sto neanche lì come un’osservatrice. Amo anche Teresa di Lisieux. Una volta ho preso dalla libreria del mio direttore spirituale Storia di un’anima, e tutto è nato da lì. Anche se ciò non significa che smetterò di amare o abbandonerò l’ortodossia. Di cosa stavamo parlando?
Thiry: Della nostalgia per l’unità. Del dolore per la divisione. Grazie a Dio che li sentiamo.

(Intervista a cura di Elena Jakovleva)



key-words: Religione.

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