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«Un uomo di mondo che sa come comportarsi…»

Attraverso la biografia sommaria di Vittorio Strada si possono ripercorrere le vicende sofferte e anche drammatiche che hanno accompagnato e determinato quell’immenso passaggio epocale che è stato il crollo dell’URSS.

31 maggio 1929. Vittorio Strada nasce a Milano da Giuseppe e Adriana, in una famiglia della media borghesia lombarda, di tradizione cattolica (lui si definirà «cattolico di educazione e cristiano di convinzione, ma lontano da un'osservanza ecclesiale»). Durante gli anni del ginnasio a Monza si appassiona alla letteratura leggendo in particolare i romanzi di Dostoevskij: «Attraverso quelle pagine – scrive nell'Autoritratto autocritico dove parla in terza persona, – in particolare dei Fratelli Karamazov (…) egli entrò in un mondo nuovo e sconvolgente (…), un mondo che un ragazzo come lui non poteva “capire”, ma dalla cui enigmaticità egli restò stregato, traendone quasi una sfida a penetrare nelle sue profondità e intanto lasciandosi impossessare dai suoi misteri».

Nel dopoguerra Strada si iscrive alla facoltà di Filosofia dell'Università di Milano dove studia sotto la guida di Antonio Banfi, esponente della direzione del PCI, rappresentante «di un marxismo libero da tanti dogmatismi allora dominanti». Il giovane studente si considera un leninista ma lo è fuori dagli schemi, perché respinge come «inaccettabili» alcuni testi di Lenin.
«Per liberarmi da Lenin, che consideravo e considero tuttora una personalità straordinaria e maleficamente affascinante, per arrivare a capirlo, ho dovuto spendere anni per leggerlo, e non leggere solo lui ma anche i suoi avversari, per leggere tutto quello che lui aveva letto. Il saggio che più di 25 anni fa scrissi sul Che fare? di Lenin per me è stato terapeutico, non nel senso che ho fatto una denuncia astratta e banale, plateale, ma perché ho inteso invece vedere e far vedere tutti i meccanismi culturali, mentali all’interno della cultura russa, europea e del marxismo» («La Nuova Europa» 4/1998).
Si laurea con una tesi dedicata alla «Teoria materialistica della conoscenza in Karl Marx», studia russo da autodidatta frequentando gli ambienti dell’emigrazione slava a Milano, lavora come bibliotecario presso l'Associazione Italia-URSS e inizia a collaborare sia con l'editrice Einaudi (per la quale nel 1955 traduce il racconto di V. Nekrasov Nella città natale), sia con la rivista Il Contemporaneo dove presenta alcuni scrittori del periodo del «disgelo».

Nel 1956 si iscrive al PCI sull’onda delle speranze suscitate dalla destalinizzazione: «Mi sono avvicinato al comunismo nella fase post-staliniana – aveva spiegato in un'intervista ai lettori de «La Nuova Europa»: – avevo aderito al movimento comunista nel '56. Allora avevo già un atteggiamento critico, dovuto alla mia conoscenza, sia pure ancora molto parziale, della realtà russa. Tante ingenuità o ignoranze che erano diffuse anche tra persone colte, in me erano molto più deboli e poi si sono dissolte rapidamente, perché cercavo di conoscere quella realtà, anche se certe illusioni e aspettative in un primo momento Ie condividevo, credevo che il sistema potesse essere riformato dall'interno».
Resta pur sempre un comunista sui generis perché oltre a sottoscrivere una protesta collettiva contro l’intervento sovietico in Ungheria, ritiene che «la ricerca della verità vale più di una verità posseduta senza una ricerca, che in realtà è infinita e della quale è parte anche l'errore». Così «nella sua domanda di iscrizione (…) dove si chiedeva all'aspirante “compagno” se aveva motivi di dissenso, egli scrisse che non condivideva la politica culturale del partito».

Nel 1957 visita per la prima volta l’URSS in occasione del Festival mondiale della gioventù. Durante la permanenza fa amicizia con il poeta Evgenij Evtušenko e consuma «il suo primo pranzo russo», «intimidito ed estasiato» a Peredelkino, con Boris Pasternak che verso il giovane slavista dimostra «una particolare benevolenza». Strada finirà coinvolto nel caso collegato alla pubblicazione del Dottor Živago, che in URSS era stato messo all'indice e Pasternak voleva che uscisse in Italia.

La richiesta di Strada di svolgere un dottorato di ricerca in URSS viene inizialmente boicottata dalle autorità sovietiche perché (giustamente!) convinte che avrebbe creato loro dei problemi. «Devo riconoscere che i sovietici mi capivano meglio di quanto io non capissi me stesso, perché quando mi fu offerta da Banfi la possibilità di andare a fare il dottorato a Mosca, all'Università Lomonosov, i sovietici (l'ho saputo dopo) non volevano ammettermi, sulla base di quegli articoli che avevo pubblicato sul Contemporaneo, dicendo: “Non vorremmo che Strada venisse qui e si mettesse assieme ai nostri oppositori”. Allora io non ci pensavo neanche, non avevo un progetto premeditato». Alla fine, proprio grazie al professor Banfi e alle fragili rassicurazioni del PCI («È un uomo di mondo e sa come comportarsi»), ottiene di poter fare un dottorato di ricerca all’Università di Mosca presso la facoltà di filologia, dove rimane fino al 1961.

V. Strada (a sin.) con E. Evtušenko nel 1958.

In quegli anni «l'uomo di mondo» si comporta con tale libertà da scompigliare le carte della rigida burocrazia sovietica: durante gli studi conosce Klara Janovič (1935), una ragazza siberiana che riesce a sposare nel luglio del 1958 solo grazie all'intervento personale di Togliatti; la sua tesi sulla politica del Partito nell’ambito della letteratura degli anni ’30 viene respinta e lui accusato di «revisionismo» e di posizioni antileniniste. Infine la sua amicizia con Pasternak, di cui scrive suI Contemporaneo, i suoi contatti con altri scrittori del «disgelo» e con la redazione del mensile «Novyj Mir» lo mettono in cattiva luce di fronte alle autorità sovietiche.
Nel 1960 accompagna Giulio Einaudi nel suo viaggio di lavoro in URSS, e l'editore torinese gli propone un lavoro di consulente per la letteratura russa.
Nel 1961, al termine degli studi, rientra definitivamente in Italia con la moglie. Tra i tanti libri proposti all'Einaudi c'è «la scoperta (sia pur relativa) di Michail Bulgakov e quella assoluta di Michail Bachtin», senza dimenticare «un nome decisivo anche per la sua biografia: Aleksandr Solženicyn. Fin dalla lettura del suo primo memorabile Una giornata di Ivan Denisovič trovò in Solženicyn un punto di orientamento decisivo». «A un certo punto – confessa su «La Nuova Europa», – chi ha rotto veramente, clamorosamente, questo cerchio magico non solo per me ma per tutti, è stato Solženicyn. Solženicyn è stato qualcosa di provvidenziale. Più tardi molto importante è stata per me la scoperta del pensiero filosofico e politico russo del primo Novecento».

Nel 1964 esce Letteratura sovietica. 1953-1964, una raccolta di articoli sulla letteratura russo-sovietica, che viene criticata dagli ideologi sovietici. Nel febbraio dello stesso anno, Strada partecipa a Mosca all'incontro-intervista tra Einaudi e Chruščev. Nel 1966 su «Rinascita» si schiera apertamente in difesa degli scrittori Sinjavskij e Daniel’ sottoposti a processo politico.
Il passaggio dalla fede comunista alla critica al comunismo avviene per lo slavista nel momento in cui percepisce «l'oppressione sulla cultura russa sovietica, sulla letteratura, in primo luogo. (…) Quindi per me I'inizio sono state le lotte per la libertà di parola, in primo luogo letteraria. Si arrivava poi alla critica del monopartitismo, di qui alla critica dell’ideologia che fondava il monopartitismo, con la conseguente prassi censoria. Partendo empiricamente dalla critica di una realtà di fatto che si considerava inaccettabile, oppressiva, vessatoria, si arrivava alla radice: infatti o ci si accontentava del “cattivo” Stalin, prospettiva che non reggeva perché era puerile che fosse Stalin colpevole di tutto, o si andava avanti in una direzione di analisi storica, e allora si risaliva ai primi anni della rivoluzione. (…) È stata una lenta evoluzione, per arrivare al più rigoroso e sofferto anticomunismo, ma (…) era un anticomunismo razionale, che arrivava coerentemente a questo rifiuto totale con un processo di analisi e di ricerca critica dopo un'esperienza comunista liberamente vissuta, senza aver commesso colpe di cui ci si dovesse pentire o vergognare. Sono certo che la mia formazione e fede religiosa cristiana, magari poco ortodossa, mi è stata sempre di fondamentale aiuto» («La Nuova Europa» 5/2006).

Nella seconda metà degli anni ’60, Strada si allontana dall’editrice Einaudi a causa di divergenze relative alla rivoluzione culturale cinese e alle proteste del ’68 che lo slavista a differenza dell’editore, guarda senza alcun entusiasmo e con profondo scetticismo. Al 1968 anno risale anche la rottura definitiva con le autorità sovietiche: al rientro da un viaggio in URSS, gli vengono sequestrati appunti di conversazioni e una lettera aperta di Solženicyn relativa alla pubblicazione in Occidente di Reparto C. La famiglia Strada – compresi i due figli Olga e Nikita – viene trattenuta 24 ore e rilasciata il giorno dopo, ma ormai lo slavista è bollato come persona non grata. L'anno dopo viene denigrato dal racconto Ma, insomma, che vuoi?, scritto da V. Kočetov in cui Strada è identificato nella figura di Benito Spada, eroe negativo «antisovietico» e «revisionista». «Bisogna rendere atto a Kočetov, lo scrittore sovietico che nel suo accanimento venne appositamente in Italia per parlare con me come prototipo del nemico ideologico interno: “Tu sei del partito comunista, quindi devi essere nostro, invece sei un agente del nemico”. Devo essere grato a questa persecuzione, perché mi ha aiutato a capire me stesso meglio di quanto allora non riuscissi».

Nel 1970 lasciata l'Einaudi, Strada «si decise a fare ciò che in precedenza aveva escluso dal suo orizzonte per un principio assurdo: su richiesta di alcuni docenti dell'Università di Venezia partecipò a un concorso alla cattedra di lingua e letteratura russa di quella università e inaspettatamente lo vinse. Scoprì allora che proprio quel lavoro gli dava quell'indipendenza che prima egli erroneamente pensava di potersi garantire solo fuori dell'università».
Dopo il «periodo torinese» ha inizio per Strada quello «veneziano», dove insegna fino al 2003.

Negli anni ’70 interrompe la collaborazione con la stampa comunista militante: dapprima con L’Unità che gli censura un articolo su Solženicyn, e poi con Rinascita dopo l’alt di Togliatti alla pubblicazione di un pezzo sullo scrittore Erenburg, che con il suo romanzo Il disgelo aveva dato il nome a un'intera epoca storica. «Qui posso riconoscere due limiti della mia posizione di allora: da una parte all'inizio avevo ancora, non dico la convinzione, ma la speranza sempre più debole che il sistema dall'interno si rinnovasse; questo avveniva nei primi anni chruščeviani. Poi lessi Solženicyn. E questa mia speranza si consumò ben presto e definitivamente con la Cecoslovacchia. Quella fu veramente anche per me la pietra tombale sulla speranza. E tuttavia sopravvisse ancora per alcuni anni dopo la Cecoslovacchia I'altra fiducia, che proprio in Italia il partito comunista potesse, non dico rivoluzionare, ma comunque avanzare degli elementi di un suo autentico rinnovamento interno. Questa speranza la persi più tardi, sempre più lentamente. Tant'è vero che rimasi nel partito, ma completamente emarginato, senza poter pubblicare niente sull'Unità» («La Nuova Europa», 4/1998).
Strada inizia così a collaborare con il quotidiano La Repubblica. Grazie all’amicizia con Elena Bulgakova – la vedova dello scrittore Michail Afanas'evič – tramite Strada esce in Italia il testo integrale de Il Maestro e Margherita comprensiva delle parti escluse dalla prima edizione sovietica.

Nonostante il veto, «l'uomo di mondo» riesce per almeno 3 volte a forzare la cortina di ferro e a recarsi in URSS: nel ’77 e nel '79 grazie alle pressioni di Einaudi in occasione della fiera internazionale del libro a Mosca, nell’86 per un convegno dell’Accademia delle Scienze dove lo slavista presenta un intervento «eretico» sulla figura di Maksim Gor’kij. Per evitare di perdere contratti commerciali e di innescare incidenti diplomatici, le autorità sovietiche sono costrette a chiudere un occhio.

«Poi intervenne un fatto che non ho mai raccontato, che fu decisivo e mi convinse che avevo torto di mantenere questo legame umano, non con il partito che è un'entità astratta, ma con quei membri del partito che conoscevo, che stimavo e che erano miei amici (…). Fu quando subii una specie di ricatto, quando per la seconda volta non mi diedero il visto nel 1979. (…) Si ripeté la stessa cosa, nuovamente rifiuto del visto, nuovamente cominciarono sulla stampa italiana la denuncia, interviste eccetera, e ricevetti una telefonata da un noto dirigente comunista (…). E questi, durante la telefonata, che capii essere fatta a nome dell'ambasciata sovietica, mi disse: guarda, tu puoi andare se però non vedrai i dissidenti a Mosca. Ma come facevo a non vederIi? Erano miei amici... Però in quel momento scattò dentro di me un meccanismo anaIogo a quello di un partigiano (ricordo che lo feci subito allora questo paragone) che di fronte all'interrogatorio fascista sa di poter mentire. E io dissi: se è così, vedrò se riesco a non vederli. Poi invece a Mosca, vidi i dissidenti, li vidi pubblicamente, portai fuori del materiale, eccetera. Ma durante quel colloquio telefonico, che adesso mi sembra allucinante, (…) mi chiesi: ma cosa faccio qui? Il taglio del cordone ombelicale avvenne allora» («La Nuova Europa», 4/1998).
La vicinanza alla cultura del dissenso si manifesta anche con la sua collaborazione alle pubblicazioni periodiche russe in Occidente come «Russkaja mysl'», «Kontinent».

Nel 1978 decide di non rinnovare più la tessera del PCI. «Uscire dal partito comunista è il primo atto di autoliberazione esteriore, critico, alternativo. Quando fai questo passo (…) allora, lentamente, comincia l'avvicinamento anche personale con l'altro mondo. Questo mondo lo conoscevo anche prima, certamente, e negli ultimi anni sempre più, lo sentivo vicino a me, ma è dopo l'uscita dal partito che è avvenuto l'incontro. Quando, invece, non si fa questo passo, come la maggior parte dell'intellettualità comunista, italiana ma anche di altri paesi, che è restata dentro questa sua cerchia magica fino alla fine, fino al crollo del sistema, anzi anche dopo il crollo, inventandosi un proprio comunismo di comodo, allora non abbiamo più degli ex comunisti, uomini liberi che hanno superato in modo proprio la fede di prima. In questo caso resta sempre lo iato con gli altri: allora non ci si sente chiamati a rendere ragione, incapaci di un'autoanalisi autocritica per una sorta di atrofia mentale e morale» («La Nuova Europa», 5/2006).

Con A. Solženicyn, nel 2001.

Nel 1979 interrompe la collaborazione con La Repubblica per l’appoggio dato dal quotidiano alla rivoluzione culturale cinese, e viene ospitato sul Corriere della Sera, dove escono sue interviste a Maksimov, Sinjavskij, Geller, Nekrasov, Zinov'ev, e recensioni a Grossman, Bulgakov, ecc.
Nell'autunno dell'89, su invito ufficiale dell'Unione degli scrittori, non senza difficoltà può recarsi di nuovo a Mosca. Intanto negli anni continua l'attività di ricerca e di pubblicazione, partecipa a convegni internazionali (nel 1990 è al Meeting di Rimini con Elena Bonner e Irina Alberti per l'Omaggio a Sacharov, tre anni prima vi era intervenuto per la prima volta con una relazione su Dostoevskij profeta dell'età moderna), e dal numero 1 del 1992 è tra le firme più prestigiose del bimestrale «La Nuova Europa». Nel 1982 gli viene assegnato il Premio Sacharov e nel 2008 il premio Lichačev.

«Il culmine della liberazione è avvenuto soltanto con la fine della perestrojka. È un processo che è cominciato allora, e si è svolto con drammi, esplosioni, con il movimento della dissidenza, con il processo a Daniel' e Sinjavskij, con Solženicyn, che è stato la pietra miliare fondamentale. (…) Comunque ha dato un risultato: l'approccio al problema dello stalinismo. In un primo momento tutti noi abbiamo additato Stalin come il colpevole, pensando a una fase precedente, se non ideale, certamente non così corrotta moralmente, così criminosa come quella di Stalin: era un errore storico madornale, che dipendeva soprattutto dall’insufficienza della conoscenza storica e poi dalla volontà di conservare qualche cosa di tutto quello che stava crollando. A poco a poco è avvenuto che l'antistalinismo è stato accettato da molti di noi, anche dai russi, dagli amici sovietici, perché diventava la metafora per criticare anche il leninismo e il comunismo in quanto tale. E di questo, naturalmente, si accorsero immediatamente i censori sovietici; i dirigenti corsero ai ripari limitando la critica dello stalinismo; perché si accorsero che non si trattava soltanto del fatto, per loro conservatori abnorme e pericoloso, di criticare Stalin e lo stalinismo ma del fatto che criticare Stalin era un modo per criticare tutto il sistema, compreso Lenin, e poi, a poco a poco il comunismo stesso. Quindi è stato un movimento di liberazione estremamente complesso, confuso, che è sboccato poi nel crollo del regime» («La Nuova Europa», 5/2006).

Dopo il disfacimento dell'Unione Sovietica, dal 1992 al '96 è direttore dell'Istituto italiano di cultura a Mosca. «Tornare nella nuova Russia, e vivere in essa, percorrendola anche là dove non era mai stato, fu un'esperienza straordinaria che, tra l'altro, gli permise di verificare che tutta la sua attività, svolta in tanti decenni, non era stata inutile».
«Egli reputa senza alcun dubbio positiva la liberazione della Russia e di altri paesi europei dal “vecchio regime” comunista (…), poiché ha riportato quella parte di Europa di fronte alla sua propria realtà, al di fuori della menzogna eretta a sistema, per quanto dura sia tale realtà e ancora schiacciante il peso di tre quarti di secolo di disastroso e criminoso potere totalitario».
È morto a Venezia il 30 aprile scorso.


key-words: Strada, slavistica

Bonaguro



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