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Un comico, la storia e i suscettibili

Del film sulla morte di Stalin è stata vietata la distribuzione in Russia. Segno che con le sue tinte grottesche tocca un punto sensibile. La sproporzione tra la banalità delle lotte di potere e la tragicità dell’effetto forse richiama il presente.
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Ne è stata vietata la distribuzione nei cinema russi. Si tratta dell’ultimo film del regista italo-scozzese Armando Iannucci, tratto dalla graphic novel francese La morte di Stalin (di Fabien Nury e Thierry Robin, 2010- 2012). In Italia la pellicola circola col titolo Morto Stalin se ne fa un altro, il quale rende meglio l’idea del suo carattere grottesco.

Che cosa inquieta così tanto il governo di Putin? Alcuni hanno ipotizzato che agli occhi russi il film risulti irrispettoso delle vittime del totalitarismo staliniano. Leggendo le dichiarazioni di parte russa invece prevale la sensazione che il problema stia nella feroce satira della classe dirigente staliniana, con la quale evidentemente l’attuale governo russo non si sente in totale discontinuità. Il film sarebbe infedele dal punto di vista storico e dipingerebbe la classe dirigente sovietica con toni irrispettosi.

Per valutare la reale portata delle critiche non bisogna dimenticare il tono prevalente nel film, senza il quale esso risulta incomprensibile e non fruibile, vale a dire il tono grottesco che lo fa oscillare tra la farsa e la tragedia. Ora, nelle intenzioni del regista tale oscillazione caratterizza il passaggio dal dentro al fuori degli edifici del potere totalitario: la tragedia che si compie nel mondo reale ‒ gli arresti notturni di coloro che sono finiti nella lista di Berija ‒ risulta essere l’effetto della ridicola lotta per il potere che si svolge all’interno del comitato centrale del partito alla morte di Stalin. La sproporzione tra la causa e l’effetto produce la dimensione di straniamento tipica del grottesco. Non mi sembra si possa quindi parlare di mancanza di rispetto verso le vittime, a meno che non si pensi che il male debba necessariamente venire rappresentato come una natura «alta», «profonda» e «seria». È invece un guadagno della riflessione sul totalitarismo quello di aver colto l’aspetto banale del male, il suo carattere superficiale, «basso» (dal punto di vista delle motivazioni) e ordinario che ne ha permesso l’estrema diffusione all’interno di certi contesti sociali.

Veniamo al gruppo dirigente staliniano. Senza dubbio qui la presenza dell’elemento finzionale è più percepibile in quanto i vari personaggi (da Chruščev a Berija a Molotov) assomigliano a delle maschere satiriche. La scelta del regista di far recitare gli attori in inglese senza un accento russo vuole tuttavia segnalare che la particolare vicenda rappresentata intende indicare una dimensione più generale, quella del potere e della lotta politica: «Volevo che la gente sentisse che questo sta accadendo ora, proprio ora e qui» (A. Iannucci). Ciò che colpisce inoltre di tale rappresentazione della lotta per il potere è il suo carattere paranoico che porta i concorrenti a estraniarsi dal mondo reale in nome di un obiettivo perseguito in modo maniacale. Ma questo è proprio ciò che gli storici documentano nel caso dei regimi totalitari e cioè il ruolo decisivo giocato dall’ideologia, la quale possiede per sua natura un carattere paranoico.

Entrambe le accuse analizzate si indirizzano quindi verso il tono grottesco del film, non cogliendo che è tale tono non solo a renderlo ridicolo (a tratti in modo irresistibile) ma anche a produrre quella dinamica di straniamento che rende la pellicola un’esperienza non solo conoscitiva ma anche pratica. Se l’ordine del mondo non è rassicurante ma estraneo e sinistro è proprio il grottesco che ce lo può rivelare e, attraverso la sua messa in forma rappresentativa, ce ne può allo stesso tempo liberare perlomeno per il tempo di una beffarda risata.
Tutto bene, allora?

Se il grottesco ci aiuta a prender le distanze dall’ordine sociale, il quale tende sempre a presentarsi come ovvio, «naturale», immodificabile, tale dinamica negativa e critica è di per sé capace di produrre una dimensione esistenziale abitabile. Detto in altri termini: quegli esseri umani che nel regime comunista non solo hanno dato prova di conservare una dimensione critica, ma hanno anche generato spazi etici e culturali e rapporti esistenziali nei quali una vita umana fosse minimamente possibile (penso al variegato mondo del dissenso) nel film mancano di una rappresentanza. Alcuni suggeriscono di guardare alla figura di Marija Judina, colei che nella vicenda cinematografica (ma non in quella storica) è la causa indiretta della morte di Stalin.
Eppure la Judina nel film è una figura sbiadita, ben lontana dal personaggio reale e dal suo spessore artistico, religioso e umano. Il rifiuto di suonare di nuovo il concerto di Mozart per compiacere il dittatore sembra oscillare tra il capriccio e la vendetta. E nel suo breve colloquio con Chruščev in occasione del funerale, il suo riferimento alla dimensione trascendente della vita appare quasi come una stramberia concessa a una bella e talentuosa pianista. La Judina è portatrice di un punto di vista, non di un’esperienza - il punto di vista di un liberalismo incapace di fuoriuscire dalla prospettiva critica del grottesco e della libertà meramente negativa e quindi inadatto a proporsi come vera e propria alternativa al totalitarismo.



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Un film, la nostra vita

key-words: stalinismo, Chruščev, Berija, destalinizzazioneJudina

Maletta



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