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Con che occhi guardare la Russia?

Una serata dedicata a padre Scalfi, il 17 marzo scorso alla «Biblioteca dello spirito», ne ha ripercorso la vicenda biografica e l’esperienza di amicizia con la Russia. Per guardare la Russia con gli stessi occhi con cui la guardava padre Romano.

Se c’era in padre Scalfi un desiderio e una preoccupazione rispetto all’opera da lui fondata, Russia Cristiana, era l’unità fra quanti vi cooperano in Italia e quanti hanno dato vita a Mosca al centro culturale «Biblioteca dello spirito». Con il crescere e ampliarsi dell’attività culturale, editoriale, liturgica, artistica, è sempre presente il rischio di una «settorializzazione» che si concepisca come esauriente l’intero orizzonte, che ingigantisca il proprio particolare dimenticando il resto. Il rimedio a questa deformazione padre Scalfi l’aveva ben chiaro: «Se Cristo è la pienezza dell’umano soltanto partendo da Lui l’umano ha la sua fioritura. Altrimenti non sta in piedi. Non abbiamo mai voluto mettere la Russia prima di Cristo, neanche l’ecumenismo prima di Cristo, ma sempre in nome di Cristo cercare di fare amicizia, di richiamarci personalmente un’unità, un’intimità, un’amicizia con Cristo, per poi diffondere questa esperienza di unità con la comunità e infine con la Russia».
Queste sue parole e molte altre, tratte da una lunga intervista pubblicata alcuni anni fa in dvd (Russia Cristiana. Il desiderio di un popolo ci interroga, 2013) sono risuonate in traduzione russa in un concerto-testimonianza offerto sabato 17 marzo a Mosca, alla «Biblioteca dello spirito», dal coro di Russia Cristiana.
Un’«insolita serata di commemorazione», l’ha definita una giornalista russa, perché ripercorrere la biografia e la personalità di padre Scalfi è stato soprattutto indicare la prospettiva di uno sguardo capace di cogliere il reale in tutta la sua profondità. Una memoria radicata nel presente e proiettata nel futuro, come ha sottolineato a conclusione del concerto don Francesco Braschi, attuale presidente di Russia Cristiana: «La memoria di padre Romano non è semplicemente un ricordo, ma una presenza costante, quotidiana che ci accompagna, ci sorregge e prega per noi. Che continua a guidarci, viva nella comunione dei santi, a impressionarci per la bellezza che ci ha testimoniato».

L’evento – il concerto e il viaggio in Russia che ha coinvolto una sessantina di persone, amici della Fondazione che in questi anni per vie diverse hanno avuto a che fare con essa, talvolta senza neppur conoscersi tra loro – è stato probabilmente anche un punto di svolta nella storia di Russia Cristiana: per la prima volta molti che avevano cominciato ad occuparsi di Russia, in fondo, senza saperne un granché, semplicemente per una stima a padre Scalfi e al suo sguardo alla Russia hanno avuto la possibilità di un incontro diretto, dal vivo. Non semplicemente con le cupole scintillanti d’oro sullo sfondo di cieli azzurri e cumuli di neve candida che questi giorni di marzo ci hanno inaspettatamente regalato, ma con le storie e le persone che si sono scolpite nel cuore di padre Scalfi. Questa finalità del viaggio ha trovato esplicitazione fin dall’inizio, nelle parole di saluto rivolte al gruppo italiano dall’arcivescovo della Madre di Dio, mons. Paolo Pezzi, all’arrivo a Mosca: «In questi giorni cercate di guardare persone, luoghi e avvenimenti immedesimandovi con lo sguardo che aveva padre Romano, guardando come e dove guardava lui. E questo vi aiuterà a incontrare la Russia vera, la sua bellezza e santità».



Questo lavoro di «immedesimazione», in parte, era già iniziato con la preparazione del concerto: si poteva proporlo a partire da un proprio saputo, dall’idea di Russia e di Russia Cristiana che i singoli potevano avere, oppure dalle domande e dalle attese che i russi esprimono frequentemente incontrandoci – che cosa poté spingere un italiano, un occidentale, ai tempi bui della cortina di ferro, ancora vivente Stalin, a stimare e amare la Russia fino a dedicarle la vita, pregando e facendo pregare, lavorando e facendo lavorare, coinvolgendo negli anni un numero sempre più grande di persone che in questa amicizia hanno trovato non solo una risposta ai propri interrogativi, ma alla crisi dello stesso Occidente?
Il concerto, così come è stato concepito e realizzato, è una testimonianza che attraverso canti, testi, video e foto narra la storia di un’amicizia che continua da più di sessant’anni, un lungo dialogo intorno alla vita e all’esperienza di padre Scalfi, intorno al suo incontro con la Russia e al suo farsi «ponte» fra uomini vivi, fra comunità animate dalla stessa ricerca del Vero. A chi gli chiedeva che cosa fosse l’ecumenismo, padre Scalfi amava citare questo dialogo: «A un sacerdote ortodosso a Mosca chiesi: “Che cosa dobbiamo fare per camminare insieme verso l’unità?”. E lui mi disse: “Che i cattolici siano sempre più cattolici, e che gli ortodossi siano sempre più ortodossi. Insieme preghiamo che il Signore ci converta e Lui ci unirà”. Non crediamo che l’unità possa essere una tattica, è un cammino verso la verità». Di qui la scelta di proporre, a commento di ciascuno dei temi affrontati nei brani dell’intervista a padre Scalfi (la sua storia personale e l’incontro con la Russia, e poi la rinascita umana e spirituale documentata dal samizdat, la Chiesa martire in URSS, la liturgia, l’icona, l’unità dei cristiani, la vita della comunità), due canti sacri sullo stesso tema, tratti rispettivamente dalla tradizione bizantina e da quella latina, a sottolinearne l’armonia e la complementarietà.
I numerosi spettatori russi sono stati colpiti soprattutto dalla frase pronunciata da padre Scalfi nel rievocare la liturgia in rito bizantino a cui, ancora seminarista, aveva partecipato e che segnò l’inizio dell’avventura di una vita: «Mi aveva talmente affascinato che mi è venuto da dire: io devo andare in Russia!».

Erano i giorni delle elezioni in Russia, svoltesi in un clima più che mai dettato da risentimenti e diffidenze antioccidentali. Non è facile in quest’atmosfera trovare qualcuno che – com’è avvenuto durante il concerto – suggerisca come «via dell’ascesi il riconoscere la novità, l’iniziativa di Dio e adeguarsi a essa» su un cammino comune. «Che serata! – mi ha scritto subito dopo una famosa storica, Natalija Zazulina – Che coro straordinario, e quanta gente è venuta per ricordare padre Romano! Grazie mille a voi tutti, è così necessario oggi quello che fate! È così necessario e importante non difendersi, non rinchiudersi, ma vivere semplicemente gli uni accanto agli altri, insieme, da cristiani. Ed è quello che ci ha ricordato padre Romano dallo schermo. Grazie!». Insieme a tanti altri amici era presente anche l’autore del monumento funebre di padre Scalfi, lo scultore Sergej Antonov; era presente la pittrice Elena Čerkasova, che mi ha scritto: «Che commozione, e che festa! Grazie di avermi invitata!».
Commozione e stupore, sia in chi non aveva mai conosciuto padre Scalfi e in quelle ore ha potuto scoprirlo vivo e presente, sia in chi lo conosceva da tanti anni e ora tocca con mano i frutti generati dalla sua intuizione, come ha osservato Jean-Francois Thiry, direttore della «Biblioteca dello spirito», in apertura di serata: senza di lui questo centro non esisterebbe, noi non saremmo qui, non ci sarebbe la nostra amicizia. Le parole con cui padre Scalfi ha concluso il suo testamento – «Amate la Russia nonostante tutto» – si configurano sempre più come la sua percezione della santità di questo paese, la Santa Rus’, vale a dire coloro che sono alla ricerca del vero, di Dio, così come lui Lo cercava instancabilmente.

Questo cammino comune è più potente di qualsiasi impero, di qualsiasi male. Ce ne siamo resi conto in tanti momenti del viaggio, ma forse, in particolare, visitando il giorno dopo il museo del Gulag, che per tanti è stata la scoperta – in diretta, con nomi, volti, storie – delle indescrivibili atrocità commesse dal regime sovietico nei confronti del proprio popolo. Ma il messaggio ultimo che viene da questa storia, che padre Scalfi ha raccolto dalla testimonianza dei suoi protagonisti e ci ha trasmesso fino al suo ultimo respiro come qualcosa di vitale per ogni uomo, in ogni contesto e in ogni epoca, è il senso di responsabilità per tutto e per tutti, il mea culpa che ciascuno deve pronunciare per sé: «La nostra preoccupazione primaria non è svergognare i colpevoli, già condannati dalla storia, ma ritrovare la memoria del germe che ha fecondato e può ancora fecondare la terra russa. Nulla è stato inutile di ciò che è stato consumato nella fede e nell'amore. Tutto è serbato nella memoria di Dio: e non solo per attribuire una ricompensa nell'altra vita ma anche per rivivificare oggi la terra e la sua storia. Sotto questo aspetto la rinascita religiosa russa ha una sua spiegazione: è frutto della potenza dello Spirito che gratuitamente visita l'uomo, e contemporaneamente frutto dei giusti che dallo Spirito si sono lasciati guidare».
Anche oggi, questa storia continua seguendo le vie dettate da una fantasia che ci supera.


Gallery della serata dedicata a p. Scalfi (foto di Olga Chrul)

key-words: Russia Cristiana, , coro

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