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Mosca-Costantinopoli-Kiev: dove si fermerà il conflitto?

Una studiosa dell’Accademia delle Scienze russa affronta i punti caldi del conflitto in atto con lucida competenza, e senza intenzioni apologetiche. Dall’intervista di D. Sidorov che spiega i dati presenti nella scheda cronologica.

Vorrei iniziare dalla natura dell’attuale conflitto. Il patriarcato di Costantinopoli afferma che la concessione della metropolia di Kiev al patriarcato di Mosca del 1686 era temporanea e soggetta a determinate condizioni, mentre il patriarcato di Mosca confuta tale interpretazione. Entrambi i contendenti citano a garanzia gli stessi documenti. È possibile dare un’interpretazione scientifica oggettiva di tali documenti?
Non sono una specialista del XVII secolo, ma posso rifarmi all’opinione di Elena Beljakova, una dei maggiori esperti dell’Istituto di storia russa dell’Accademia delle Scienze: «Nel documento del 1686 si concedeva al patriarca di Mosca il diritto di nominare il metropolita di Kiev. Sui confini della metropolia non si faceva parola (e non avrebbe potuto essere altrimenti). Revocando la decisione del 1686 il patriarca di Costantinopoli revoca soltanto il diritto del patriarca di Mosca a nominare i metropoliti di Kiev».

Dichiarando decaduti gli obblighi contratti nella lettera del 1686, di fatto Costantinopoli ha abrogato questo documento. Ciò è possibile da un punto di vista canonico? Rispetta le norme vigenti che regolano i rapporti tra le Chiese locali?
A mio avviso, con tale abrogazione Costantinopoli cerca, in modo forzato e controverso, un fondamento «giuridico» per la sua azione in Ucraina. È chiaro che il Fanar [sede del patriarca di Costantinopoli – ndr] aveva bisogno di giustificare in qualche modo la propria posizione. Ciò che voglio far notare però, è che attualmente la legge non prevede misure per la concessione dell’autocefalia: il diritto canonico non le ha sviluppate. Quasi tutti i casi di autocefalia successivi all’epoca dei Concili Ecumenici derivano da scismi e separazioni dalla Chiesa madre. Perciò, ogni tentativo di ottenere l’autocefalia è destinato a produrre conflitti.
Ma ciò che mi stupisce di più di tutta questa storia è che la questione dell’autocefalia ucraina è all’ordine del giorno già dal 1917. Era già nell’agenda del Concilio locale della Chiesa ortodossa russa del 1917-1918, poi ci sono stati i tentativi dei nazionalisti ucraini di proclamare l’autocefalia durante la guerra civile e la Seconda guerra mondiale, e infine il tema è tornato d’attualità all’inizio degli anni ‘90. E nonostante questo, negli ultimi 25 anni, nessuno dei canonisti e dei rappresentanti della Chiesa russa si è degnato di affrontare la questione e di trovare un accordo sul futuro della Chiesa in Ucraina. Ecco dove sta il problema.
In un quarto di secolo si sarebbe potuta trovare una soluzione, in modo che la Chiesa Ucraina ricevesse l’autocefalia secondo forme accettabili anche per il patriarcato di Mosca, o potesse presentare una propria strategia di sviluppo dell’ortodossia. Invece non è stata fornita nessuna spiegazione chiara, nessuna analisi del problema. E la concreta vita ecclesiale in Ucraina è andata a rotoli: la Chiesa ortodossa si è trovata divisa, è stata screditata in modo significativo anche come istituto sociale, insudiciata dagli scandali, e i credenti hanno interrotto i rapporti tra loro: molte famiglie sono state distrutte, perché uno ha scelto una Chiesa, l’altro un’altra. Inoltre, il mancato riconoscimento del battesimo somministrato in «giurisdizioni diverse» ha condotto a serie distorsioni della coscienza ecclesiale. L’inimicizia e l’intolleranza tra le varie fazioni («scismatici» e «filo-moscoviti») è stata rilanciata dai periodici religiosi, fino a penetrare nei centri ecclesiali. Purtroppo, lo scarso desiderio di guardare i problemi della Chiesa in Ucraina dall’interno, cioè dalla posizione della comunione ecclesiastica, e di capire le necessità e le esigenze del clero, ha fatto sì che il problema emergesse in un modo così aspro, improvvisato, quasi inaspettato. Ma di inaspettato non c’era proprio niente.
A proposito, molti fedeli in Ucraina (soprattutto nella parte centrale e occidentale del paese) non hanno una propria posizione sull’autocefalia: sanno solo che esistono una «Chiesa di Mosca» e una «Chiesa ucraina». Ascoltano delle cose nelle loro parrocchie e si comportano di conseguenza. Esaminando i media ucraini poi, si vedrà che c’è una separazione piuttosto netta tra quelli in lingua russa e quelli in lingua ucraina. In generale la divisione tra i due campi è abbastanza netta. E le persone «comuni» di entrambe le parti non fanno grandi sforzi per cercare informazioni diverse, leggono solo quello che viene scritto nel loro schieramento. Non bisogna dimenticare che secondo le ricerche sociologiche, la maggior parte dei cittadini ucraini non capisce e non utilizza il concetto di «canonicità».

Annullando una sentenza di più di trecento anni fa, Costantinopoli stabilisce un precedente. Che accadrà se le varie Chiese locali inizieranno ad annullare le sentenze del XVII, XVIII e XIX secolo?
In generale, quella dell’uso dei precedenti nell’ortodossia è una questione controversa: non è chiaro se la tradizione ortodossa conosca o meno il concetto di «precedente», e se si possano intraprendere azioni su tale base. Il professor Nikolaj Sokolov, esperto russo di diritto canonico, commentando l’uso dei canoni da parte di alcuni specialisti ha utilizzato l’immagine di «un arsenale di vecchie anticaglie, da cui si scelgono solo quelle che servono o convengono in un dato caso o in determinate occasioni». Per questo, quando oggi qualcuno afferma che il diritto canonico ortodosso prevede per quel determinato caso quella determinata soluzione, viene un po’ da ridere. Quello dei canoni è un ambito complesso e molto contraddittorio, e man mano che ti ci addentri capisci quanto siano eterogenei, molteplici, e, soprattutto, come siano nati in un contesto storico concreto, senza conoscere il quale non si può capirne la logica.
Mentre nella Chiesa cattolica c’è un unico codice di diritto canonico che viene periodicamente aggiornato, commentato, e da cui vengono eliminate le norme che non sono più valide, nella Chiesa ortodossa i canoni non vengono più codificati dal Medioevo, per cui vi si possono trovare argomenti in appoggio alle posizioni più disparate (eccetto la risposta chiara all’ottenimento dell’autocefalia per via canonica).
Per cui non ho dubbi che possano nascere precedenti a favore dell’una o dell’altra parte.

Il sinodo della Chiesa di Costantinopoli dell’11 ottobre ha tolto la scomunica ai capi delle organizzazioni ecclesiali ucraine che fino a quel momento erano ritenute non canoniche da tutto il mondo ortodosso. Costantinopoli afferma di avere il diritto di accogliere ricorsi in merito a decisioni prese da altre Chiese locali; Mosca afferma il contrario e considera le decisioni di Costantinopoli non canoniche. È possibile dare un’interpretazione oggettiva della situazione?
A mio avviso, qui non possono esserci argomenti incontrovertibili a favore dell’una o dell’altra parte, perché non c’è nessuna autorità superiore, tolto il Tribunale europeo per i diritti dell’uomo, che viene riconosciuta da entrambe. Purtroppo il mondo ortodosso non riesce ad accordarsi su regole condivise e, come ha dimostrato il concilio di Creta del 2016, è lo stesso concetto di mondo ortodosso a essere messo in questione. Dopo aver elaborato l’agenda del concilio per 55 anni e aver espunto ogni reale argomento di discussione perché non ci fossero sorprese, ugualmente le quattordici Chiese non sono riuscite a riunirsi insieme!

Possiamo fare un pronostico sugli sviluppi della situazione ucraina nei prossimi anni, o almeno mesi?
Sono una storica e non un futurologo, ma ho l’impressione che gli uomini di Chiesa siano stufi di conflitti, e se esiste una qualche chance di sganciare la vita dell’ortodossia dalla politica in Ucraina, la cercheranno. Vorremmo sperare che, ricordando gli scontri fisici dei primi anni ’90, quando si occupavano le chiese anche usando la forza, la comunità cristiana non vorrà ripetere l’esperienza. C’è da sperare che la gente abbia sufficiente saggezza, sensibilità e disposizione al dialogo per mettersi attorno a un tavolo e dire che nella Chiesa la cosa più importante non sono le posizioni politiche.
Altro è che, come mostra la storia, quasi sempre ad appoggiare l’autocefalia interviene il potere sovrano, e che dopo averla ottenuta la Chiesa tende a dipendere ancora di più dallo Stato.

Che ne sarà nei prossimi anni del rapporto tra Mosca e Costantinopoli? L’attuale rottura della comunione eucaristica durerà ancora a lungo?
Questo dipende da quanto i vescovi delle due Chiese non si concepiranno legati al contesto della contrapposizione geopolitica. Se accadrà come nel caso estone [nel 1996 la Chiesa russa interruppe la comunione con Costantinopoli per tre mesi, a causa della situazione in Estonia – ndr], presto ristabiliranno i legami. Ma se cresceranno le pressioni e la tensione legate al contesto geopolitico, allora la divisione si protrarrà.
Ora come ora, non credo che le altre Chiese locali sosterranno il patriarcato di Mosca interrompendo la comunione con Costantinopoli. E spero che non cederanno neppure a riconoscere unilateralmente l’autocefalia ucraina. Può darsi che lo scontro si localizzerà, come nel caso dei patriarcati di Antiochia e Gerusalemme che non sono in comunione dal 2014 a causa di una parrocchia in Qatar: ciò però non ha portato a uno scisma nel mondo ortodosso. Spero vivamente che tra qualche tempo inizi un nuovo scenario e che Mosca e Costantinopoli possano giungere ad un accordo sull’Ucraina.
Ciò dipenderà da vari fattori: se riusciranno o meno a convocare il «concilio di unificazione» in Ucraina entro la fine dell’anno, chi lo presiederà, quanti vescovi del patriarcato di Mosca decideranno di far parte della nuova struttura e chi ne sarà a capo.

(fonte: www.taday.ru)

-> scheda cronologica della crisi


key-words: autocefalia, patriarcato, Costantinopoli



Beljakova

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