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Intervista a un sacerdote di Kiev che ha aderito alla Rete «Ortodossia aperta», un gruppo che condivide l'ideale di una Chiesa libera da influenze politiche. Intervista di Marta Dell’Asta.

Per lei come sacerdote, come credente, l’autocefalia è necessaria o sono le circostanze storiche che inevitabilmente portano a questa scelta?
Penso sia una necessità, innanzitutto dal punto di vista pastorale. Perché la Chiesa ortodossa si è andata formando secondo il sistema delle Chiese autocefale, e quindi la Chiesa ucraina ha tutte le ragioni e quanto è necessario per essere una Chiesa autocefala, una sorella di pari grado nella famiglia delle altre Chiese ortodosse del mondo. E dal punto di vista pastorale, per i cristiani ucraini è importantissimo il fatto che ora si siano create le condizioni favorevoli affinché tutti gli ortodossi, per quanto possibile, formino un’unica Chiesa. Ciò probabilmente non accadrà in tempi brevi, perché ci sono ancora dei fedeli che vogliono restare uniti al patriarcato di Mosca… Nel nostro paese esistevano tre giurisdizioni principali: una riconosciuta, canonica, la Chiesa ortodossa ucraina, e due non riconosciute dalla comunione delle Chiese ortodosse nel mondo. Era una situazione del tutto anomala, e non c’era alcun motivo per cui i fedeli delle due Chiese non riconosciute venissero esclusi dalla comunione eucaristica: si tratta di seimila parrocchie in Ucraina, che raccoglievano persone che avevano tutti i requisiti per fare parte della Chiesa di Dio. Da molti anni e fino ad oggi la nostra Chiesa del Patriarcato di Mosca è attestata sulla posizione per cui «se tornerete a noi, potremo prendere in considerazione l’autocefalia». È chiaro che questo modello, rimasto immutato da quasi trent’anni, non ha funzionato: gli ucraini non torneranno sotto la Chiesa di Mosca per chiedere l’autocefalia.

Naturalmente in questo c’è una fortissima componente nazionale…
Sì, senz’altro. Dal punto di vista storico, nel XIX secolo, all’inizio del XX e anche un po’ prima, quando in Bulgaria i patrioti liberarono il paese dall’impero ottomano, la lotta per l’autocefalia delle Chiese locali è stata parte integrante della lotta per la liberazione nazionale. Ciò che i popoli balcanici, i bulgari e gli stessi greci hanno passato più di cento o duecento anni fa, lo stiamo vivendo noi oggi: la liberazione da un impero. Perciò da una parte è inevitabile e dall’altra necessario.

In questa vicenda quanto conta la politica ecclesiastica, e quanto i sentimenti dei semplici fedeli? Perché, per quanto ne so, la maggior parte dei credenti per ora sta ancora con Mosca…
In Ucraina ne stiamo ancora discutendo sui vari media. In una situazione come la nostra, la questione principale è cosa si intende per credenti. Qual è il criterio in base al quale una persona si definisce credente. Secondo i dati dei sondaggi in Ucraina circa il 70% della popolazione si dichiara ortodosso, non semplicemente cristiano ma ortodosso. D’altra parte, da noi essere credenti non significa necessariamente essere praticanti. E le persone che effettivamente vanno in chiesa non dico una volta alla settimana ma una volta al mese, sono molte meno. Quante in percentuale? Non esiste una statistica precisa. Bisogna capire chi sono i parrocchiani praticanti e, di conseguenza, chi determinerà la giurisdizione di appartenenza di ogni singola chiesa. Sempre secondo i sondaggi, il numero dei fautori del Patriarcato di Kiev, fra coloro che si definiscono ortodossi, era maggiore di quello dei sostenitori del Patriarcato di Mosca. Se vogliamo guardare al numero delle parrocchie: ci sono circa 11.000 parrocchie della Chiesa ortodossa del Patriarcato di Mosca, 5.000 del Patriarcato di Kiev e meno di un migliaio della Chiesa autocefala. Negli ultimi quattro anni su alcuni nostri media si è scatenata una bagarre sul passaggio delle parrocchie e delle comunità dalla giurisdizione del Patriarcato di Mosca a quello di Kiev, ma sono meno di cento casi in tutta l’Ucraina, in quattro anni. Cioè, ognuno di questi processi è stato innescato da una particolare situazione locale, non è stato un fenomeno di massa. E tuttavia questa migrazione esiste.

Questo è un punto dolente. Ma per un semplice fedele è poi così importante la giurisdizione? È importante a quale Chiesa decide di aderire? Io conosco delle persone per le quali è indifferente.
Ci sono persone per le quali è indifferente. Se consideriamo i praticanti, appassionati alla cultura ecclesiastica, alla vita parrocchiale, liturgica, fra di loro praticamente non ci sono persone indifferenti alla giurisdizione. Fra quelli che invece vanno in chiesa di tanto in tanto il numero è molto maggiore, ossia più raramente una persona va in chiesa, tanto meno le importa in quale chiesa andare.
A questo punto mi sembra importante che una persona a cui la cosa non è indifferente possa scegliere una comunità, una parrocchia, una giurisdizione concreta. Perché alcuni scelgono il Patriarcato di Mosca? Tra noi ci sono persone per cui è molto importante identificarsi con quel Patriarcato, con la Russia. Credono nel mito della Santa Rus’ e nel «Mondo russo», una concezione politica di recente invenzione. Ma nel complesso, non sono molto numerose nella Chiesa. Sono una categoria che si fa notare perché esprime ad alta voce la propria posizione, a volte in modo aggressivo, e purtroppo anche con le armi in pugno. Ma penso che non siano più del 20% dei praticanti, forse anche meno. C’è una seconda fascia di sacerdoti e laici del Patriarcato di Mosca per la quale è importante ciò che chiamiamo canonicità, o meglio, è importante l’unità con la Chiesa universale, con l’ortodossia mondiale: costoro pensano che stando in una Chiesa riconosciuta dalle altre Chiese saranno in comunione, nell’unica famiglia di tutte le Chiese ortodosse nel mondo. Non vorrei sbagliarmi, ma la percentuale di queste persone non è inferiore a quella dei fautori del «Mondo russo». Infine ci sono quelli per cui la giurisdizione è indifferente, o quelli che vanno dove va la maggioranza. Questa massa di persone costituisce circa il 60%. Già da tempo, fin dalla cosiddetta rivoluzione arancione dopo il 2004, i fedeli, i sacerdoti e i parrocchiani hanno sentito l’esigenza di una Chiesa ortodossa in Ucraina che sia riconosciuta, ma che sia anche alternativa, diversa da quella di Mosca.

Ma lei pensa che la dichiarazione del gruppo «Ortodossia aperta» possa influire sulla situazione, che aiuti in qualche modo le persone a trovare la propria collocazione?
Sono fra quelli che hanno firmato la dichiarazione, e innanzitutto mi sembra sia importante chiarire la nostra posizione, in modo che altri sacerdoti che hanno le nostre stesse convinzioni ma che non sempre possono esprimersi così apertamente, vedano che non sono soli, che c’è qualcuno, magari in un’altra città, che condivide il loro modo di pensare. Deve pur esserci un punto di cristallizzazione. Desideriamo esprimere questa posizione con chiarezza.



Quando è sorta la rete «Ortodossia aperta»?
Subito dopo il Majdan, quando è incominciata la guerra e si sono innescati tutti i processi legati all’invasione russa, la contrapposizione fra ortodossi, la lotta al cosiddetto «esercito ortodosso». Ci sembrava che la nostra Chiesa non avesse reagito in modo adeguato: nessuno ha detto una parola, i mass media e la società ci accusavano perché erano solo i filorussi a parlare, mentre dall’altra parte non si sentiva nessuno. La Chiesa non ha preso posizione. Era appunto l’inverno del 2014-2015 quando ci siamo trovati con padre Georgij Kovalëv e altre persone che condividevano le nostre idee. C’erano tanti sacerdoti impegnati, ma anche laici, Konstantin Sigov è stato fra coloro che hanno formulato la dichiarazione di «Ortodossia aperta». Hanno pensato che bisognava fare qualcosa che andasse oltre la richiesta dell’autocefalia, perché non era in gioco solo quella. Il punto era che la Chiesa dev’essere Chiesa, non un’organizzazione politica, non deve servire un’ideologia, imperiale o nazionalistica che sia. La Chiesa deve occuparsi di educazione, cioè portare la luce di Cristo, in primo luogo alle persone che in chiesa ci vanno, e poi a tutti gli altri. Così, dopo frequenti incontri è sorta un’idea che ha preso forma nell’organizzazione chiamata «Ortodossia aperta», che si appoggia all’Università di Santa Sofia, e subito abbiamo cominciato a tenere lezioni pubbliche, e in internet abbiamo creato un gruppo facebook. All’inizio era una rete chiusa, solo per quelli che la condividevano. Poi in agosto, alla vigilia della Giornata dell’indipendenza, questa rete è stata resa pubblica, i membri si sono riuniti in un piccolo convegno, una specie di tavola rotonda sulla questione, e la rete è stata resa pubblica perché chi lo desiderava potesse aderirvi.

È molto interessante che nell’appello abbiate sottolineato la necessità di rispettare le posizioni di chi non vuole passare a un’altra Chiesa ma desidera restare dov’è. Però mi domando: i passaggi dal patriarcato di Mosca a quello di Costantinopoli e viceversa non rischiano di moltiplicare le divisioni?
La sua domanda è giusta ma vede, purtroppo la divisione c’è già. Esiste ormai da trent’anni e finora nessuno ha mai proposto una via d’uscita reale, se non il ritorno in seno al patriarcato di Mosca. Perciò mi pare che stiamo tornando al punto di partenza: dal punto di vista pastorale è necessario, nei limiti del possibile, riunire in un’unica Chiesa riconosciuta e legittima tutti coloro che si sono separati, anche se ci saranno certamente dei settori che vorranno rimanere con Mosca. E sia pure, nessuno ha il diritto di costringere le persone a scegliere contro la loro volontà. … Al momento, invece di tre Chiese ne abbiamo due, entrambe riconosciute, converrà che è già meglio. Certo, non è la situazione ideale. La situazione ideale è quando la Chiesa è una e unita. Ma sono le ideologie che dividono le persone.

Potrebbe succedere invece che la divisione aumenti?
In teoria certamente, ed è proprio ciò che non vogliamo… Al momento, invece di tre, ne abbiamo due, entrambe riconosciute, converrà che è già meglio. Certo, non è la situazione ideale. La situazione ideale è quando la Chiesa è una e unita. Ma le ideologie dividono le persone.

Non pensa che questi fermenti nazionali possano essere pericolosi anche per la nuova Chiesa riunificata?
In effetti possono esserlo. Esiste certamente il rischio di creare un «Patriarcato di Mosca numero due», che si chiamerà Patriarcato di Kiev ma avrà verso le autorità lo stesso atteggiamento ideologico che osserviamo in Russia con il Patriarcato di Mosca. È una delle questioni che preoccupano il gruppo di «Ortodossia aperta». Vorremmo maggiore conciliarità e apertura, proprio perché al centro ci sia Cristo e non una ideologia qualsiasi.

Lei però pensa che questo sia un momento decisivo, che la storia vi stia offrendo un’occasione unica…
Non sono un politico, ma penso di sì. Sa, ci sono dei momenti storici in cui le circostanze prendono una certa piega e si creano delle occasioni favorevoli: oggi constatiamo che c’è una forte richiesta da parte della società, e c’è la volontà politica dello Stato, senza la quale… La questione dell’autocefalia non sarebbe sorta da sola, senza la volontà politica dello Stato.

E questo è giusto o sbagliato?
È così. A me sembra che il sistema della Chiesa autocefala in quanto tale non sia giusto, perché è costruito sulla simbiosi con il potere politico. Dopo il cesaropapismo bizantino, l’unica Chiesa che è nata senza l’aiuto di uno Stato è la Chiesa ortodossa in America, ma la sua autocefalia non è riconosciuta da nessuno tranne che da Mosca che gliel’ha concessa. Possiamo quindi constatare che purtroppo questo metodo per ora non ha funzionato. È un problema comune.




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Dudčenko Dell’Asta

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