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Chiesa ucraina, unità e divisione

L’iniziativa del Patriarcato di Costantinopoli, la dura reazione del Patriarcato di Mosca sembrano suggerire che nella storia vince la divisione. Allora occorre ritornare alla fonte dell’unità e credere nella inerme comunione offerta da Cristo.

Siamo ormai oltre la metà del mese in cui papa Francesco ha invitato ogni cristiano a pregare il Rosario e a invocare san Michele arcangelo perché la Chiesa sia protetta dal diavolo che vuole dividerci da Dio e dai fratelli, e non possiamo non riconoscere ogni giorno di più l’assoluta pertinenza di questa richiesta, davanti agli avvenimenti che agitano la Chiesa, e non solo la Chiesa cattolica.
Non a caso ci è stato ricordato come l’opera diabolica sia quella che porta una duplice divisione: da Dio e dai fratelli. Quest’opera malvagia, ben ne siamo consapevoli, è continua, capace di insinuarsi in ogni occasione e di assumere ogni forma di travestimento, poiché – come ci ricorda san Paolo – «anche satana si maschera da angelo di luce» (2Cor 11,14). San Paolo formula questa espressione scrivendo a una comunità – quella di Corinto – da lui stesso evangelizzata e che si era lasciata facilmente sviare da altri «superapostoli» che predicavano una fede più intellettualmente «esclusiva», colma di una apparente sapienza e dotata di una portata culturale più facilmente accettabile dalla cultura ambiente: in altre parole, un messaggio meno radicale ed esigente della «stoltezza della Croce di Cristo» che Paolo aveva non solo predicato, ma anche vissuto, presentandosi in umiltà e semplicità fino a provvedere al suo sostentamento per non essere di peso a nessuno. Proprio questo suo fare dimesso era divenuto per i suoi avversari un argomento per squalificarlo, accusandolo altresì di aver promosso a fini personali una raccolta di denaro a favore dei poveri di Gerusalemme, e per squalificare la sua dottrina, così da promuovere se stessi, portatori di una forma più attraente e affascinante di cristianesimo.

Questo episodio, apparentemente così lontano nel tempo, ci aiuta a comprendere più chiaramente la sfida radicale davanti alla quale siamo ora posti, in Oriente come in Occidente: una sfida che riguarda direttamente la nostra fede e la Chiesa come luogo del suo pieno accadere. In ambiti e in condizioni diverse, vediamo accadere fenomeni simili: in Occidente si tratta del contrapporsi di partiti e correnti di opinione all’interno della Chiesa cattolica, dove oggetto del contendere sono il magistero di papa Francesco, la comprensione della Tradizione in senso statico o dinamico, le modalità di approccio ad un’umanità largamente scristianizzata; in Oriente siamo oggi testimoni soprattutto dello scontro in atto tra i Patriarcati di Mosca e Costantinopoli a proposito dell’autocefalia della Chiesa in Ucraina, ma questo conflitto drammatico è solo l’ultima manifestazione di un problema complesso che riguarda – come è emerso drammaticamente in occasione del Sinodo ortodosso di Creta del 2016 – da un lato la forma e la pratica dei rapporti tra le Chiese ortodosse e dall’altro la testimonianza dell’ortodossia nel mondo contemporaneo.



Lo spirito di divisione
Ciò che unisce processi così variegati e diffusi è il ripresentarsi in tutte queste situazioni di una duplice tentazione: quella della divisione come soluzione e quella dell’oblio della «stoltezza della Croce» (cfr. 1Cor 1,20-26).
La prima tentazione, presente in diverse forme, ha come comune denominatore l’instaurarsi progressivo di un pensiero che vede nella separazione, nella contrapposizione, nella precisazione divisiva una modalità di affermazione della verità o, almeno, della prassi del cristianesimo. Si arriva a pensare che in una determinata contingenza storica non vi sia altra strada che quella della separazione dall’«avversario»: una separazione che può essere geografica, canonica, personale, o che può essere vista come un primo passo verso la «sparizione» dell’altro, per via di assimilazione o di definitivo allontanamento. Può assumere la forma di una richiesta di dimissioni, del cambio di giurisdizione, della costituzione di una nuova realtà ecclesiale opportunamente distinta, o concludersi nella richiesta all’altro di rinunciare alla sua alterità lasciandosi assorbire nella «parte giusta»... ma il comune denominatore è il consolidarsi a poco a poco di una sorta di falsa «mistica della divisione», che si mostra capace di imporsi come criterio principale di discernimento e perfino di lettura delle fonti bibliche e tradizionali, cui consegue sovente un’esaltazione del «noi» (un sacerdote moscovita parlava di «našismo», partendo dall’aggettivo russo naš, «nostro») sempre in contrapposizione con gli «altri», la cui presenza o compagnia diventano francamente insignificanti, quando non esplicitamente escluse, per l’esperienza della vita cristiana. Il prezzo che si paga è la perdita della «cattolicità», intesa non in senso meramente confessionale, ma come compartecipazione personale alla vocazione della Chiesa di essere strumento di salvezza per tutti gli uomini.

Il senso dell’autocefalia
La seconda tentazione, quella di dimenticarsi della «stoltezza della Croce» si manifesta innanzitutto nell’esaltazione delle regole, dei canoni, che diventano innanzitutto motivo di affermazione esclusiva del proprio diritto di fronte all’avversario, arrivando ad assumere un valore assoluto, spesso dimenticando la stessa ispirazione che ne è all’origine, e la finalità che è sempre quella di fornire strumenti per la comunione, e non per la divisione o la contrapposizione. Emblematico, in questo, è il significato del termine «autocefalìa», ovvero l’affermazione dell’indipendenza di ogni chiesa locale, nel suo autogoverno, dall’ingerenza delle altre chiese locali. La comparsa di questo principio, infatti, viene riconosciuta nell’autonomia che il Concilio di Efeso garantì nel 431 alla chiesa di Cipro nei confronti del Patriarcato di Antiochia, stabilendo che nessun vescovo «possa appropriarsi di una provincia che un tempo non fosse già dall’inizio sotto la sua autorità o dei suoi predecessori… perché… sotto l’apparenza del servizio di Dio non si insinui la vanità del potere mondano e si perda a poco a poco la libertà che ci ha donato col suo sangue il Signore nostro Gesù Cristo, liberatore di tutti gli uomini» (dal Decreto del concilio di Efeso).

Quello che veniva esplicitamente escluso era proprio l’ingresso – nei rapporti tra cristiani e tra Chiese – di una logica mondana di potere a fondamento dell’autonomia; mentre si intendeva positivamente affermare la possibilità di riconoscere cordialmente e coralmente la chiamata alla libertà di una Chiesa locale e l’ingresso di nuovi popoli – con la loro cultura, storia e individualità – nell’unico gregge di Cristo, così da sostenerne l’autonomia all’interno della comunione della Chiesa e tra le Chiese.
Al posto di tale ricchezza e di un così ampio respiro che ne sta all’origine, più volte, nel corso della storia, la rivendicazione dell’autocefalia è divenuta un affilato bisturi cui affidare il compito di risolvere i problemi separando nettamente le reciproche competenze e giurisdizioni, con il tragico esito di innalzare confini sempre nuovi e troppo dipendenti dalle contingenze storiche e geopolitiche mosse dalla logica dei potenti di questo mondo, entro le quali anche le Chiese si abituano a vivere nell’isolamento e in una riduzione asfittica sul proprio aspetto nazionale.

Ma questo aspetto, come dicevamo, ha a che fare anche con la comprensione stessa della figura di Cristo quale fondamento e autore della fede. La «stoltezza della Croce», infatti, ha come significato l’affermazione che la difesa del proprio «diritto» non può diventare lo scopo unico e definitivo della propria azione, come ha ricordato papa Francesco, visitando in giugno il Concilio Ecumenico delle Chiese a Ginevra: «Nel corso della storia, le divisioni tra cristiani sono spesso avvenute perché alla radice, nella vita delle comunità, si è infiltrata una mentalità mondana: prima si alimentavano gli interessi propri, poi quelli di Gesù Cristo. In queste situazioni il nemico di Dio e dell’uomo ha avuto gioco facile nel separarci, perché la direzione che inseguivamo era quella della carne, non quella dello Spirito». Solo accettare di «lavorare in perdita» permette di vincere questa logica: «Sì, scegliere di essere di Gesù prima che di Apollo o di Cefa (cfr. 1Cor 1,12), di Cristo prima che “Giudei o Greci” (cfr. Gal 3,28), del Signore prima che di destra o di sinistra, scegliere in nome del Vangelo il fratello anziché sé stessi significa spesso, agli occhi del mondo, lavorare in perdita. Non abbiamo paura di lavorare in perdita! ...Si tratta di perdita evangelica, secondo la via tracciata da Gesù: “Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà” (Lc 9,24). Salvare il proprio è camminare secondo la carne; perdersi dietro a Gesù è camminare secondo lo Spirito... Come Gesù stesso insegna, non quanti accaparrano portano frutto nella vigna del Signore, ma quanti, servendo, seguono la logica di Dio, il quale continua a donare e a donarsi (cfr. Mt 21,33-42). È la logica della Pasqua, l’unica che dà frutto».



La sfida può essere una chance
Siamo posti così davanti alla questione più radicale, che già evocavamo in partenza: quella per cui la sfida della divisione si vince solo con la disponibilità a rendere la «stoltezza della Croce» non un teologumeno su cui discettare, bensì «carne e sangue» dell’esperienza quotidiana, logica nuova e imprevedibile delle relazioni all’interno della Chiesa e con quanti ancora non ne fanno parte. Ma non basta, si badi bene, ricordare questo ai pastori delle Chiese: la conversione è sempre fatto personale, che parte dalla disponibilità a lasciarsi porre le domande più scomode e necessarie.

Come, ad esempio: cosa significa per me, ora, riconoscere che la Chiesa in cui ho ricevuto il Battesimo è luogo in cui – nonostante i difetti e i peccati di chi la compone e la guida – Cristo mi ha accolto e mi ha offerto i doni e le grazie necessarie alla salvezza? Cosa significa per me – nell’ascoltare le notizie, nel relazionarmi a cristiani dalla sensibilità diversa dalla mia – riconoscere innanzitutto la comune vocazione alla salvezza e alla missione, e non far prevalere una logica divisiva e opportunista, fino a pensare che la difficoltà o la ferita o la punizione inferta a un’altra Chiesa o a un’altra parte di Chiesa – ancorché colpevole o che appare incurante della sua stessa dignità e dimentica della sua missione – possa essere inevitabile o, addirittura, sia in fondo un bene? Il Signore non spegne «lo stoppino dalla fiamma smorta» (Is 42,3), e noi saremo disposti a festeggiare la ferita inferta a una Chiesa sorella, sia pure per il trionfo di un diritto?

Non si pensi che queste siano domande, in fondo, etichettabili come «moraliste» o «buoniste». Tutt’altro: ne va della qualità della fede, della sua essenza, del riconoscere che solo l’umanità di Cristo è immagine reale della nostra stessa umanità, e che non possiamo non desiderare, chiedere, implorare che ogni nostra scelta ricalchi il Suo modo di guardare, giudicare, agire («ma io vi dico di non opporvi al malvagio»: Mt 5,39).
Per tornare, in conclusione, alla temperie ecclesiale che stiamo vivendo, se in questo momento non ci è dato di vedere comportamenti evangelici nei rapporti tra le Chiese e dentro le Chiese, questo può e deve diventare oggetto di una preghiera insistente e appassionata, e insieme lavoro personale perché nei rapporti tra cristiani (innanzitutto!) ciascuno di noi per primo possa sperimentare e agire quella «stoltezza della Croce» che rende disponibili a farsi carico delle debolezze altrui, nella piena consapevolezza delle proprie. E di riconoscere così una possibile, iniziale, aurorale novità – frutto della Grazia, cioè della presenza di Cristo – non solo nella vita ecclesiale, ma anche nella nostra personale.

Questa certezza piena di fiducia nell’opera di Cristo, anche dentro un contesto che si presenta affaticato, confuso, disorientato per la fede di molti credenti, ci chiede esplicitamente di vivere con molta umiltà l’amicizia e la compagnia con i fratelli ortodossi, tra i quali molti si trovano oggi a domandarsi quale sia la Chiesa a cui appartengono, mentre sentono profondamente il peso di tutta una storia che ha visto avviluppate tra di loro questioni religiose, politiche e nazionali. Per molti di loro il desiderio di vivere la libertà della fede nella liberazione da un passato di oppressione e violenza e come possibilità di riaccogliere tanti credenti fino ad ora esclusi dalla comunione ecclesiale, è colmo di sincerità, così come è pur vero il dolore di quanti non leggono la separazione ormai accaduta in chiave di diminuzione del prestigio nazionale, ma, ben più profondamente, come un ulteriore fattore di divisione tra famiglie, tra amici, tra credenti abituati a condividere la vita di fede.
Da parte nostra, riconoscendo questo vissuto così drammatico e volendo riconoscere ogni frammento di bene rinchiuso nel cuore di ciascun fratello e sorella in Cristo, desideriamo riaffermare, sommessamente ma convintamente, la volontà di continuare ad essere amici e compagni di cammino di ciascuno di loro, senza lasciarci determinare da veti incrociati o logiche di potere. Nello stesso tempo, non rinunciamo a proporre anche ai nostri amici ortodossi quelle domande così fondamentali sulla fede e sulla stoltezza della Croce che sentiamo rivolte a noi dalla provocazione di questi giorni.

La sfida dunque continua nel futuro: non è certo un cambio di giurisdizione patriarcale o l’avvento di un pontefice più «sintonico» con la propria posizione che potrà garantire a qualsivoglia cristiano la salvezza, e d’altra parte gli innumerevoli esempi dei martiri del ventesimo secolo ci insegnano che non esiste una situazione (sociale e tantomeno ecclesiale) che renda di per sé impossibile vivere la fede! Proprio a partire dalla certezza, sperimentata, che Cristo accoglie me come accoglie il fratello che appartiene ad un’altra Chiesa, o giurisdizione, o gruppo ecclesiale, si riapre continuamente, giorno dopo giorno, la possibilità di riconoscere ancora la perenne novità della Pasqua: il ritorno, cioè, dalla morte alla vita che lo Spirito del Risorto opera con instancabile fantasia e novità. Implorando che da questi tempi difficili possa sorgere una novità che ci testimoni, ancora una volta, che «nulla è impossibile a Dio».


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Braschi

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