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La Siria, il patriarca e i «santi della porta accanto»

Nel pieno della crisi siriana il patriarca russo ha preso l’iniziativa di unire le Chiese nella richiesta di pace. Un gesto profetico al di là delle intenzioni politiche e delle caparbie gelosie confessionali. Afferma il primato della santità nella storia

Sabato scorso, mentre le luci dei «missili belli e intelligenti» di Trump solcavano i cieli della Siria e tutto il mondo restava a guardare con il fiato sospeso, è intercorsa per iniziativa del patriarca ortodosso russo Kirill una telefonata tra lui e papa Francesco, a cui sono seguite conversazioni telefoniche fra i primati ortodossi di Russia, Costantinopoli, Antiochia, Alessandria e Gerusalemme, volte a esaminare la possibilità di iniziative solidali tra cristiani. Chi conosce sia pur a grandi linee la situazione del dialogo ecumenico ed inter-ortodosso sa bene quante tensioni esistano e come una telefonata fra Mosca e Roma sia un evento sensazionale. D’altra parte, anche di questo evento si può dare una lettura politica: ad esempio, passandolo sotto silenzio come insignificante rispetto ai giochi delle potenze mondiali sullo scacchiere siriano, giustamente definito «una guerra mondiale in miniatura» – così ha fatto la maggior parte dei media; oppure, lo si può condannare come un nuovo cedimento del patriarca all’eresia latina, come hanno detto gli «ultraortodossi» russi stracciandosi le vesti; oppure, ancora (è la posizione dei liberal russi), si può vedere nell’iniziativa di Kirill, peraltro sapientemente orchestrata, l’ennesimo atto di reverenza alla politica del Cremlino, un gesto dettato dagli interessi di Stato.

La «sensazione» di questa telefonata – sullo sfondo di un mondo politico ed economico sempre più cinicamente diviso, ma soprattutto sempre più insensatamente lontano dalla realtà, dove la politica diventa l’arte di costruire muri, alzare i toni ed inseguire ciascuno le proprie ideologie e i propri presunti interessi – è un’altra, ben distinta dalla politica che (non siamo ingenui!) potrebbe benissimo averle dato il via. Ma un gesto innesca sempre processi che lo superano e si sviluppano oltre ogni previsione.

Qualche giorno fa papa Francesco ha pubblicato l’esortazione apostolica «sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo», riproponendo il modello delle «beatitudini» come paradigma della santità. Una santità spicciola, quotidiana, che consiste nel fare «le cose ordinarie in un modo straordinario» (17), che incontra santi anche nella gente «della porta accanto» (7), ma che ha non di meno la capacità di «entusiasmare e incoraggiare ciascuno a dare tutto se stesso, per crescere verso quel progetto unico e irripetibile che Dio ha voluto per lui o per lei da tutta l’eternità» (13). Una santità che genera un’unità, una dinamica di popolo: «Nessuno si salva da solo, come individuo isolato, ma Dio ci attrae tenendo conto della complessa trama di relazioni interpersonali che si stabiliscono nella comunità umana» (6).

Proprio in questo sta la «sensazione» della telefonata fra Kirill e Francesco: in un frangente così critico, i cristiani hanno testimoniato il bene prezioso del realismo, del ritorno a un linguaggio umano, che si accompagna sempre a gesti di unità, di condivisione. Come risulta dai contenuti della telefonata: «I cristiani non possono rimanere indifferenti davanti a ciò che sta succedendo in Siria… La Siria, il Medio Oriente sono il luogo dov’è nato il cristianesimo, e terribili conflitti come quelli che dilaniano queste terre non possono non costituire una minaccia anche per la presenza cristiana. Ma, al di là di questo, è evidente che c’è gente che soffre. E il messaggio della Chiesa al mondo è sempre legato alla predicazione della pace e della giustizia fra gli uomini. Quindi, non possiamo tacere, quando succedono cose come quelle che stanno succedendo in Siria. Bisogna fare di tutto per fermare lo spargimento di sangue».

Se tutto nel mondo di oggi concorre a farci pensare che noi, gente comune, non abbiamo alcuna voce in capitolo nei giochi di potere ai vertici, e non possiamo che assistere impotenti a quotidiane tragedie, il filo rosso della santità che attraversa la storia ci assicura che – come scrive ancora papa Francesco nell’esortazione apostolica citando santa Teresa Benedetta della Croce, «la corrente vivificante della vita mistica rimane invisibile. Sicuramente gli avvenimenti decisivi della storia del mondo sono stati essenzialmente influenzati da anime sulle quali nulla viene detto nei libri di storia. E quali siano le anime che dobbiamo ringraziare per gli avvenimenti decisivi della nostra vita personale, è qualcosa che sapremo soltanto nel giorno in cui tutto ciò che è nascosto sarà svelato» (8).

Attraverso i fatti la storia continua a interpellarci, a interpellare ciascuno di noi. Talvolta in modi impensati, suscitando un’eco, un dolore, una nostalgia di verità, un desiderio di perdono, di unità che lasciano senza parole, come la lettera inviata poche ore fa da un’amica ortodossa: «Certo che sono a favore della concordia fra i cristiani, della comunione fra i cristiani! Ma vorrei che il dialogo fra le due Chiese cristiane ci fosse sempre, e non solo quando ci sono di mezzo i missili… Mi vergogno che noi ortodossi ricorriamo all’autorità del Santo Padre Francesco solo quando tutto il mondo civile rifiuta di avere a che fare con noi. Mi vergogno per tante cose che oggi la Chiesa ortodossa russa si permette nei confronti di una Chiesa sorella, in tempo di pace, quando invece sarebbe il momento di stabilire contatti e instaurare un dialogo… Non riesco assolutamente a capire perché mai i contatti tra il pontefice e il patriarca debbano essere possibili solo sull’orlo della catastrofe?! Quando cadono i missili sulla Siria?! E perché non prima, prima di arrivare fin qui… Se è vero che l’esperienza di ogni Chiesa cristiana è di incalcolabile valore, la Chiesa cattolica ha qualcosa che noi non abbiamo mai avuto, la straordinaria esperienza degli ordini religiosi e di una grande missionarietà.
Io sono per il dialogo, beninteso, una cattiva pace è sempre meglio di un buon litigio. Ma nel caso delle relazioni tra ortodossi e cattolici, non abbiamo litigato ma neanche facciamo amicizia… Eppure da ambo le parti ci sono persone, persone che vorrebbero chiarezza.

Sono immensamente grata al Santo Padre Francesco per aver risposto all’appello ad aiutare la Siria (non riesco a interpretare diversamente la sua benevolenza e attenzione!). La mia non è una posa, ma l’amarezza di non riuscire a fermare la follia e l’incomprensione circostante. Perché solo il lancio di missili dev’essere motivo di dialogo fra i capi delle Chiese cristiane? In ogni caso, mi inchino profondamente al Santo Padre Francesco per la sua comprensione e disponibilità a sostenere questo fragile consenso cristiano. Tra i nostri amici e conoscenti ci sono molti scienziati, politici, diplomatici, uomini di cultura, e tutti (non io soltanto!) ringraziano il Santo Padre Francesco per la mano che ci porge! E non solo al patriarca, ma a noi tutti, a chiunque abbia bisogno del suo sostegno!».

Nonostante la drammaticità del tono, mi sembra che queste righe facciano intravedere una grande speranza, perché chi scrive ha già superato la barriera che si interpone tra «noi» e «voi», tocca già con mano che la santità è un’opera comune, anzi l’opera di Cristo in noi, come ricorda ancora il papa: «La misura della santità è data dalla statura che Cristo raggiunge in noi, da quanto, con la forza dello Spirito Santo, modelliamo tutta la nostra vita sulla sua». Ma se realmente «ciascun santo è un messaggio che lo Spirito Santo trae dalla ricchezza di Gesù Cristo e dona al suo popolo» (21), gli incontri che la vita ci riserva segnano una strada, ci ridicono che abbiamo un compito e una forza – la forza della realtà e di un’unità che viene prima di ogni divisione e può rinascere nel modo e nel momento più impensato.


key-words: Siria, ortodossia, Kirill, Francesco

Parravicini



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