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La Pasqua di croce (Lettere quaresimali - 3)

La solitudine di Dio che va incontro volontariamente alla sua «ora». Con un certo ardire la tradizione bizantina ci esorta a riconoscere che non sono la nostra pietà o le nostre croci, di cui non siamo mai del tutto innocenti, a salvarci. Ma la Sua Croce.

La Settimana santa è la Pasqua di croce. Fin dai vespri della domenica delle Palme entriamo nella Pasqua. La Pasqua inizia con il Lunedì santo. È venuto il tempo di contemplare la Passione e la Resurrezione.
Il primo giorno della Settimana santa ci introduce nel cuore del disegno divino sulla Pasqua. Tutte le settimane quaresimali ci hanno preparato a questa esperienza e la prima cosa da fare, entrando nella Pasqua di croce, è disporci a guardare.
La caratteristica dell’ottica della Pasqua di croce è la luce mattutina, la quiete dell’alba. I sei giorni della Pasqua di croce sono tanto densi di eventi e figure che sembra assolutamente inverosimile riuscire a coglierne tutta la ricchezza di significati. Ma se ascoltiamo e guardiamo attentamente il dipanarsi degli avvenimenti, all’improvviso scopriremo che tutto si svolge sotto la medesima luce. Come se fossimo davanti a un mattino che si estende per la durata di sette giorni. Perfino nel cuore delle tenebre – la cattura di Cristo, l’iniquo giudizio e i supplizi – non ci abbandona la sensazione che l’intero quadro sia illuminato dalla luce sommessa del primo albore.
Luce mattutina. Quiete dell’alba… Che cosa significa disporsi a guardare?
Entriamo nel tempo dell’umilissima contemplazione della Passione e Resurrezione. La particolarità delle preghiere e degli inni di questo periodo è che, quanto più ci avviciniamo alla Pasqua, tanto meno c’è di nostro nella nostra contemplazione. A un lettore e ascoltatore attento delle funzioni della Settimana santa balza all’occhio che stichirà e tropari della Pasqua di croce accantonano, mettono tra parentesi le necessità, le suppliche e la storia di chi contempla. Nei giorni di quaresima abbiamo costantemente esercitato il pentimento e la contrizione. Entrando nella Pasqua di croce, ci immergiamo a tal punto nella contemplazione della Passione da dimenticarci addirittura di chiedere a Dio perdono e misericordia. Davanti agli occhi abbiamo solo la Pasqua di Croce e Cristo, che va incontro volontariamente al calvario…

Vedo il tuo talamo adorno, o mio Salvatore,
e non ho la veste per entrare.
Fa’ risplendere la veste dell’anima mia,
o Tu che doni la luce, e salvami.

Qui si parla della Luce senza tramonto, ad Essa ci si rivolge. Se non veniamo illuminati dalla Sua luce, resteremo per sempre nella nostra cecità. Solo chi vede può contemplare. Ma quando pensiamo alla Pasqua di croce, ci spaventiamo: chi sono io per poter sfiorare con la mia mente vana i grandi misteri? Come posso ardire di guardare la Tua Croce, Signore, io che sono un uomo dalle labbra impure e dal cuore impuro? È tremenda questa contemplazione, ma non me ne posso esimere, poiché Cristo stesso chiese ai discepoli: vegliate con me. Rimango, Signore, non chiuderò gli occhi, guarderò alla Tua luce.

Fa’ risplendere la veste dell’anima mia, o Tu che doni la luce!

Venerdì santo. La confessione di Dio
La sera del Venerdì santo si conclude la lettura del libro di Giobbe. La liturgia di questo giorno è pervasa da una sorta di torpore contemplativo, di voluto ritegno nei sentimenti e nelle immagini. Non chiediamo nulla, non diamo sfogo alle lacrime, non ci ripieghiamo sui nostri crucci. Oggi tutto si incentra su di Lui, è per Lui, grazie a Lui.
Il tanto provato Giobbe, che aveva disputato con Dio a causa delle sue sventure, ha finalmente trovato tutte le risposte. Ma leggendo il libro non riusciamo a capire che cos’abbia detto Dio, nella sua «confessione», da poterlo d’un tratto acquietare e fargli dire: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto. Perciò mi ricredo e mi pento sopra polvere e cenere» (Gb 42,5-6). Che cosa ha visto Giobbe? Il libro riporta solo il discorso di Dio, cioè quello che Giobbe ha udito, e non quello che ha visto, Chi ha visto. Giobbe aveva cercato un arbitro, aveva invocato un uomo che potesse rispondergli (Gb 9,32-33), e con occhi profetici ha visto l’Uomo che poteva ergersi ad arbitro, cioè il Dio fatto uomo. L’ha visto e ha capito tutto. E ha accettato il senso delle sofferenze, di cui la sua amara sorte è divenuta icona. Non bastava vedere e comprendere il significato, bisognava vederlo. Perché Cristo è tutto questo – il Significato, la Verità e la Vita.
Il Venerdì santo questa Vita muore in croce. I testi liturgici di questa giornata sono lo specchio della contemplazione della Croce e della morte del Dio crocifisso. In essi vi sono molte immagini e descrizioni, frutto della contemplazione, come dev’essere. Tuttavia, ciò che non vi troviamo è la compassione per il Crocifisso. Tutte le preghiere della Settimana santa portano l’impronta di uno stupefacente ritegno, di una verginità delle lacrime.
Sappiamo che presso la Croce c’era la Madre di Dio. Le stavano uccidendo il Figlio sotto gli occhi. Che cosa può esserci di più tremendo per una madre? Lì accanto c’erano le fedeli e intrepide discepole. Ma, con un ritegno verginale, il Vangelo non guarda nella loro direzione e non si mette a descrivere toccanti particolari di questo disumano dolore. Anna Achmatova, poetessa sensibile e per questo anche un po’ profetica, col suo orecchio fine e penetrante capta e rende esattamente la verità del pianto verginale ai piedi della Croce:

Maddalena si disperava e singhiozzava,
Il discepolo prediletto era impietrito,
E là dove in silenzio stava la Madre
Nessuno osava neppur volgere lo sguardo.

Anche noi impietriamo. Contempliamo Cristo. Siamo colmi di stupore. Ma nei suoi confronti non proviamo pietà. Non si trovano nelle preghiere del Triodion descrizioni dei particolari anatomici dei supplizi o compassione per dolori e sofferenze. L’unica cosa che osiamo permetterci è contemplare e impietrire.
Il Signore non ci ha chiesto pietà e compassione. Sapeva a che cosa stava andando incontro. Ha scelto volontariamente la sua strada. A san Pietro nell’orto del Getsemani disse: «Credi che io non possa pregare il Padre mio, che metterebbe subito a mia disposizione più di dodici legioni di angeli?» (Mt 26,53)… Ma non per questo era venuto.
L’unica cosa che chiese ai suoi discepoli, e quindi a noi tutti, è: «vegliate con me» e «fate questo in memoria di me». In questi giorni celebriamo l’Eucarestia, facciamo memoria di Lui e lo seguiamo contemplandolo, camminiamo dietro di Lui senza staccarcene, passo dopo passo.

Sabato santo. Una culla per Dio
La vita di Cristo iniziò in una grotta. In una grotta si concluse il suo cammino terreno. Nella notte di Natale Dio trovò rifugio in una grotta di pastori. Nella notte della Crocifissione la grotta di un discepolo offrì un rifugio al Sovrano senza tetto. Il Natale nella grotta prefigurò la requie della sepoltura nel giorno di sabato.
Nella grotta del Natale Maria si curvava sul Bambino, e l’anziano Giuseppe fasciava il Dio indifeso. Nella grotta della requie Maria abbracciava il Figlio addormentato nella morte, e un altro Giuseppe avvolgeva premurosamente il suo corpo nelle fasce mortuarie. Il primo Giuseppe consacrò a Dio la sua vecchiaia, il secondo Giuseppe cedette a Dio il proprio sepolcro.
L’icona del Natale è la rivelazione della Sindone.
Il comandamento sul sabato è la profezia della requie vissuta il sabato dal Creatore.
Dio è nella sua ultima culla.
Il Sabato santo è il sabato della requie e del silenzio. Solo una volta all’anno, invece dell’Inno dei cherubini durante la liturgia si canta questo solenne e austero inno che invita al silenzio:

Taccia ogni umana carne
e se ne stia con timore e tremore.
Non abbia in sé alcun pensiero terreno:
poiché il Re dei re e Signore
dei signori si avanza per essere immolato
e dato in cibo ai credenti.

Ma in questo tacere non v’è cupa disperazione. È un silenzio gravido di vita e di letizia… Non è ancora la Pasqua. È la supplica che avvenga la Pasqua. L’appello al Vincitore della morte.
Camminiamo tra le fiammelle delle candele in processione, sulle orme delle donne portatrici di aromi, che attendevano impazienti il ridestarsi dalla requie del sabato. Le porte della chiesa sono chiuse. La grotta è sigillata dalla pietra. Ma noi avanziamo arditamente dietro le vergini che non si sono lasciate cogliere dal sonno.
La grotta del Natale divenne per Dio l’ingresso nel mondo creato.
La grotta della sepoltura è la porta che Dio ha abbattuto per irrompere nelle carceri dell’inferno.
Chi videro le mirofore all’ingresso della grotta?
Chi sedeva incurante delle guardie accanto alla culla vuota di Dio?
Che cosa disse a Maria il migliore dei giardinieri?
Ben presto tutto il mondo ne griderà l’annuncio!



key-words: Quaresima, Resurrezione, contemplazione

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